SOGGETTIVITÀ FREAK? ALCUNE RIFLESSIONI A PARTIRE DALLA PANDEMIA E NON SOLO

278413595_dd4be8daf0SIMONA TIROCCHI

Il freak è l’eccentrico, il diverso, il mostro, ma è anche un concetto relativo: siamo freak rispetto a che o a che cosa? Esiste un ideale di “normalità” a cui conformarci? La risposta è che la società, come ci hanno insegnato i classici della sociologia (da Durkheim a Parsons, sino ad arrivare ai contemporanei)  fornisce comunque un corredo di norme alle quali fare riferimento, norme e valori che, però, vengono continuamente rielaborati e messi in discussione dalle nostre pratiche quotidiane e dal modo in cui modelliamo i nostri comportamenti e “agiamo” i nostri ruoli.

Ciò su cui dovremmo in primo luogo riflettere è che In una società globale nella quale la diversità è diventata qualcosa che dovremmo (e il condizionale non è casuale)  necessariamente accettare, stiamo diventando, in qualche modo, tutti eccentrici.

Nell’ultimo anno e mezzo la pandemia legata alla diffusione del Covid-19 ha contribuito a cambiarci e ci ha indotto a ripensare le nostre soggettività e il senso della nostra presenza nel mondo. Abbiamo attraversato una crisi sanitaria che si è tradotta in crisi sociale e che ha messo in discussione le istituzioni che da sempre costituiscono l’ossatura delle nostre società: dalla politica alla scuola, dalla famiglia alle istituzioni culturali. Per dirla con Carlos Scolari, autore di un recente libro sulle interfacce, Las leyes de la interfaz: Diseño, ecología, evolución, tecnología, il Covid 19 ha appunto messo in crisi le interfacce sociali, quei fondamentali dispositivi di mediazione tra noi e la realtà, che hanno storicamente garantito quella sorta di “cuscinetto” o “uscita di sicurezza” che ci consentiva di affrontare la complessità del moderno.

In questo periodo abbiamo assistito al cambiamento che ha dovuto fronteggiare la scuola, per riprogettare e poi mettere alla prova il patto formativo con gli studenti e, in modo diverso, abbiamo vissuto il processo di adattamento sociale dell’università, costretta anch’essa a ripensarsi come una realtà ibrida e flessibile, puntando molto sulla forza delle piattaforme digitali e su un modo totalmente nuovo di concepire i processi di insegnamento/apprendimento.

E pensiamo ancora alla famiglia, a come essa sia stata costretta a cercare faticosamente un equilibrio a fronte dell’esigenza dei suoi membri di vivere e, contemporaneamente, lavorare nello spazio domestico, divenuto terreno di confronto e spesso di conflitto tra persone non più abituate a condividere gli stessi ambienti.

A fronte questi cambiamenti, dove possiamo trovare tracce visibili della nostra eccentricità nell’era della pandemia? Innanzitutto nelle relazioni sociali: la nostra prossimità e la nostra “intimità” con gli altri (soprattutto amici e familiari) sono stati costrette a cedere il passo alla “distanza sociale”, che ci sta modificando anche nel modo in cui percepiamo gli altri: l’”altro” è diventato estraneo ai nostri occhi, sino al punto da temerlo, così come forse percepiamo noi stessi come sempre più alieni rispetto al mondo che abitiamo. E muta persino il nostro modo di respirare, ormai condizionato dalla mascherina, la nuova protesi che ci accompagna quasi in ogni momento della nostra giornata, ogni qualvolta ci relazioniamo a persone che non possiamo definire “congiunti”. Cambia il nostro modo di muoverci, limitato e circoscritto a “confini” che la nuova condizione ci sta imponendo. Una mobilità che si è trasformata in “staticità” e che sembriamo poter superare soltanto grazie alle tecnologie digitali, che ci consentono di entrare in contatto con le persone e di garantire la tenuta del legame sociale.

Ma al di là della pandemia, la società in cui viviamo, che non sappiamo più se definire tardomoderna, dato che i paradigmi di riferimento stanno cambiando a una velocità vertiginosa, ci pone di fronte a una riflessione che investe soprattutto le soggettività. I casi di cronaca che i media presentano ogni giorno all’attenzione pubblica, stimolano considerazioni intorno alla crisi delle forme di convivenza sociale (in particolare delle famiglie) e alla moltiplicazione di soggettività che potremmo appunto definire “freak”. Il pensiero va a una serie di casi di cronaca che si sono succeduti  nell’ultimo periodo e che hanno visto come protagonisti gli adolescenti. In tutti questi casi, inoltre, i mezzi di comunicazione, sia i media generalisti, sia i media digitali, hanno funzionato da cassa di risonanza, a volte anche scadendo in forme di enfatizzazione e spettacolarizzazione che purtroppo non favoriscono la corretta comprensione dei fatti, contribuendo a opacizzarli. Pensiamo da una parte alla cosiddetta “tv verità” di ultima generazione (ben lontana dalle inchieste del “Telefono Giallo” di Augias o dal “Chi l’ha visto” di Federica Sciarelli), che produce uno storytelling permanente delle vicende di cronaca e, dall’altra, allo spazio di visibilità espansa offerto dai social media. Questi ultimi costituiscono, per i giovani, luogo di soggettivazione e al contempo di oggettivazione. In essi e anche attraverso di essi si plasmano e modellano le identità giovanili e, al contempo, se ne offrono resoconti e commenti che contribuiscono a costruire e in qualche modo a imporre, modelli di adolescenza o giovinezza, spesso stereotipati e lontani dalla realtà (giovani come bulli, giovani come scansafatiche o devianti).

L’adolescenza è, già di per sé, un periodo caratterizzato da fragilità, disorientamento, necessità di definire la propria identità. Gustavo Pietropolli Charmet parlava, nel 2008, di un giovane fragile e spavaldo, che si faceva forte della sua spavalderia proprio per nascondere la debolezza insita nella propria condizione. E i social media, oggi, costituiscono un palcoscenico privilegiato per ritagliarsi quella radura di visibilità “accecante” in cui i giovani sembrano ritrovare il senso della propria identità e della propria esistenza. Quella vetrinizzazione del sé cui fa riferimento Vanni Codeluppi per indicare una tendenza irrefrenabile alla mercificazione della propria identità, che non significa “svendita” del proprio sé, ma opportunità per fare marketing di se stessi, del proprio essere e del proprio corpo, diventato, quest’ultimo, il primo biglietto da visita da presentare agli altri.

Negli ultimi tempi, quasi come in un’onda ricorsiva che ciclicamente porta all’attenzione pubblica certi temi e soggetti (anche in relazione a forme di panico morale) l’agenda dei media è stata dominata da una serie di fatti di cronaca che hanno visto protagonisti figli che hanno ucciso i genitori. La storia non è nuova: già dai tempi di Pietro Maso, che il 17 aprile del 1991 tolse la vita ai genitori, al caso di Erika e Omar che portò all’uccisione, il  21 febbraio del 2001, della mamma e del fratellino di Erika, la fragilità dei legami familiari si è mostrata in tutta la sua crudezza. E oggi si susseguono, ancora una volta, come in una catena inarrestabile, episodi di “parricidio” che sembrano ricondurci a quelle stesse modalità: da Benno Neumair che decide di eliminare entrambi i genitori, a Elena Gioia e Giovanni Limata, indagati per l’omicidio del padre di lei. Infine  Marco Eletti, presunto responsabile dell’omicidio del padre.

Uno degli aspetti che lascia interdetti e stupiti sono i moventi che hanno indotto questi adolescenti a compiere gesti di tale efferatezza: talora si tratta di motivazioni che riconducono alla sfera economica, altre volte di azioni mirate semplicemente a rimuovere ostacoli che si frappongono tra l’adolescente e i suoi obiettivi: quello di realizzare la propria vita nella direzione che desiderano, quello di continuare un rapporto sentimentale avversato dai genitori o altre motivazioni che mettono sempre e comunque in evidenza l’esigenza di ottenere “ciò che si vuole” con poca fatica e “a qualunque costo”. Il discorso sugli adolescenti potrebbe continuare, ma preferiamo, in questa sede, allargare lo sguardo anche ad altre soggettività “freak” (o presunte tali) che possono aiutarci a completare il quadro che stiamo tentando di delineare.

Altre realtà che potremmo etichettare come “freak”, semplicemente per segnalarne la complessità e la distanza rispetto alle norme sociali, riguardano quegli uomini che nel tempo si sono resi e che si rendono protagonisti di episodi di violenza nei confronti delle donne: si va dal femminicidio (omicidio di una donna in quanto donna) alla violenza di genere esercitata sotto forma di molestie o di veri e propri episodi di violenza sessuale, come nel caso delle recenti vicende legate alla cosiddetta “Terrazza Sentimento” e all’imprenditore Alberto Genovese. Anche in questo caso non si tratta di fenomeni nuovi, bensì, purtroppo, di vecchie e radicate abitudini che affondano le loro radici nel sistema culturale patriarcale e in modelli di genere fondati sulla contrapposizione uomo/donna e sull’evidente sottovalutazione e svalutazione di quest’ultima, da sempre relegata dalla società al ruolo esclusivo di moglie e madre. Come recita il titolo dell’ultimo volume curato da Pina Lalli, frutto di un ampio e approfondito lavoro di ricerca sul femminicidio, l’amore non uccide, o meglio non dovrebbe uccidere, aggiungiamo noi. Eppure così accade molto spesso, quando la donna, anche in questo caso, diventa un ostacolo: ostacolo all’affermazione della propria mal interpretata virilità, ostacolo alla propria libertà o alla possibilità di privare della libertà (di pensare e di agire) la donna stessa. Ed è sbagliato parlare di raptus, come spesso fanno i mediai: qui ci troviamo di fronte a un soggetto consapevole delle proprie azioni, che sceglie di agire in un determinato modo.

A conclusione di questa breve disamina, ci domandiamo quale possa essere la chiave per interpretare ciò che ci sembra essere diventato “un mondo di freak”, un mondo fatto di eccentricità in cui i valori sembrano viaggiare al contrario, in cui le istituzioni implodono svelando tutte le loro contraddizioni e tentano di ritrovare un equilibrio fondandosi su nuove certezze e nuovi paradigmi di riferimento per leggere la realtà. È allora la società (pre e post Covid), forse, a rivelare tutte le sue contraddizioni? Una società in cui gli individui sono sempre più soli, come ha sottolineato in molti suoi scritti Zygmunt Bauman, ma che cerca anche di ricostituirsi come comunità, che corre dietro al cambiamento senza riuscire a fotografarlo perché un attimo dopo gli è sfuggito di mano, che consuma vite, emozioni e sentimenti in un una giostra inarrestabile dominata dall’”usa e getta”.

Qualcuno tenta di attribuire questo spaesamento ai mezzi di comunicazione, ai modelli che quotidianamente offrono e che proporrebbero falsi miti e valori discutibili. Ma i media sono uno specchio della società e delle soggettività “freak”: producono ma anche riflettono, rappresentano, vivono un rapporto dialettico con la realtà. La disvelano, ma i loro contenuti devono essere a loro volta continuamente disvelati, le loro finzioni decostruite.

E allora, in questa scintillante realtà mediatica, che non è meno vera della realtà perché contribuisce a costruirla, non si capisce se il mostro è Fedez, che parla in tv di diritti civili difendendo altre soggettività che qualcuno potrebbe etichettare come “freak”, o se mostro è chi non riconosce diritto di parola e di cittadinanza a queste soggettività (in particolare la comunità LGBT+).

Non abbiamo una risposta alla confusione che domina questo scampolo di tardomodernità, ma certo abbiamo il dovere “morale” di guardarci allo specchio e di domandarci se le attuali categorie di lettura della realtà debbano cambiare per adeguarsi al presente. Tra normalità ed eccezione.

“metal fetish freak at folsom street fair 2006” by dr. motte is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

ENDOXA - BIMESTRALE SOCIOLOGIA

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