“BUT I WAS SO MUCH OLDER THEN / I’M YOUNGER THAN THAT NOW”

32730385393_4504386d9b_bTOMMASO GAZZOLO

Dafne, inseguita da Febo e nell’impossibilità di fuggire, si trasforma in albero: Qua nimium placui, mutando perde figuram – per sfuggire al desiderio di, Dafne si pietrifica, mutando figura. Come Catherine Malabou ha osservato, la “metamorfosi” classica, il divenire, non importa alcuna perdita di identità: divenendo altro, io resto sempre, tuttavia, a essere me stesso. È sempre Dafne a essere trasformata in albero, è sempre Proteo a rimanere se stesso, pur assumendo “tutte le forme”. Per questo essa è spesso dell’ordine dell’inganno, dello stratagemma, del nascondimento. Il che però significa che non c’è affatto metamorfosi, che non c’è alcun divenire: Dafne non è, a rigore, divenuta un albero – non ha, cioè, cessato di essere Dafne per essere ora un albero -; l’albero è solo la “forma”, il travestimento, la “pelle” che Dafne indossa. È sempre lei che, pur nella sua “plasticità”, continua a vivere nella forma vegetale che le ha consentito di sottrarsi a Febo. Ma – dobbiamo chiederci – come è possibile? Impossibile evitare di fare i conti con Severino – conti che andrebbero, ovviamente, fatti seriamente, e in una misura diversa dal semplice cenno che siamo qui costretti a farvi. Ma affermare, stavolta, che Dafne diviene altro da sé, affermare che diviene identica all’albero in cui si è mutata, come sarebbe possibile? Vorrebbe dire che Dafne, ora, è l’albero, l’alloro che è divenuta. Vorrebbe cioè dire che Dafne non è più Dafne, ma un albero di allora – e allora, come pretende che ella abbia conservato la sua identità, che nel divenire qualcos’altro, sia ancora sé stessa? La soluzione hegeliana può far presa, qui? Potremmo dire che Dafne è sé stessa solo divenendo il suo altro? Che Dafne è se stessa solo in quanto diviene l’alloro che la muta? Il che, però, ci riporta al problema iniziale: ossia che, in definitiva, non ci sarebbe vera metamorfosi, ché Dafne, nel divenire, non farebbe che ritrovare sé stessa, che assicurare la propria identità. L’essere-albero «paradossalmente conserva, preserva, salva l’esser-donna». Si può, credo, radicalizzare la logica di questa temporalità per cui solo il divenuto – ciò che viene dopo – rende possibile, costituisce in realtà, il diveniente – ciò che viene prima. In fondo, se Dafne non si fosse mutata in alloro, non sarebbe Dafne, non sarebbe la Dafne di cui raccontiamo la storia. Ma ciò significa che, più che perdere la propria identità, divenendo alloro, Dafne la acquisisce, diviene ciò è.

Malabou, però, costringe a seguire un’altra strada: a chiedersi, cioè, se vera metamorfosi non implichi proprio la perdita della propria identità, se cioè quell’essere altro da se stessi, per essere pensato propriamente, non debba necessariamente implicare un movimento diverso. Ossia che io mi faccia altro a me stesso: che sia a tal punto estraneo a me stesso, da non essere più l’individuo che ero. Qui nulla è salvato, nulla è conservato. È la concezione della vecchiaia come evento, che Malabou contrappone alla vecchiaia come processo. Due divenire opposti. In questo senso, sarebbe improprio dire che si “diventa” vecchi, che invecchiare sarebbe qualcosa come un progressivo modificarsi, cambiare nel tempo del nostro volto. In realtà, si è sempre e soltanto divenuti vecchi – ci si trova, improvvisamente, a essere vecchi. È un evento. Perché se tutti noi abbiamo certamente la percezione di “stare” invecchiando, c’è sempre un momento, un istante, nella nostra vita, in cui, magari per caso, ci troviamo a guardarci le rughe sul viso, o i capelli bianchi, e a renderci conto, a capire improvvisamente che non stiamo più invecchiando, ma che siamo dei vecchi. Ma l’esempio mette in gioco questo: che sono io a non esser più io. Relazione fragilissima, e precaria: perché essa deve affermare insieme la continuità-identità dell’“io” e la rottura di tale continuità. Ma relazione che consente di affermare che c’è una “identità” che non si vede, non si definisce che nella sua perdita. A vent’anni certamente si è giovani. Lo si è, semplicemente – ed è questo che rende vera la frase di Nizan: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Solo la vecchiaia, solo l’essere vecchi, consente però di essere stati giovani. Solo non essendo più giovane, posso esserlo stato. Non è vero che non sono più “io”. Non è vero, perciò, che non sono più giovane (sarebbe una contraddizione – Severino ha ragione – dire “ero giovane, ora sono vecchio”, come dire: “a è b”). Sono sempre giovane, sono sempre quel che ero, ma nella modalità del mio non esserlo più. Ed è questo che mi mette in un possibile nuovo rapporto con la mia giovinezza: che ora non è più qualcosa che passa, non è più la condizione – a me esterna – sotto cui vivo, ma è il mio passato, è ciò che ho, ciò in cui ritrovo e possiedo me stesso, ma nella forma della perdita. È ovvio che gioventù e vecchiaia non siano affatto, come dice il senso comune, nozioni “relative”. È l’esatto contrario: improvvisamente viene un istante in cui si è vecchi, lo si è ormai divenuti, irreversibilmente. Ma è solo in questa perdita che si è veramente giovani, è solo in questa perdita, cioè, che è possibile vivere con la propria giovinezza un rapporto nuovo, diverso da quello che si aveva con essa quando semplicemente si era giovani. Solo così è possibile il vero ricordo, che non è la memoria di ciò che è stato, di ciò che si è vissuto, ma, al contrario, il “riscatto” di ciò che non è stato vissuto, di quel che, nella nostra giovinezza, è rimasto dimenticato, incompiuto, non vissuto. Non si tratta di “riviverlo” ora, ovviamente – di “fare” i giovani. Ma di salvarlo – perché, è un passo di Ibsen caro a Benjamin, “la felicità nasce dalla perdita”. Moroncini lo ha detto una volta benissimo a proposito di Benjamin lettore di Proust: la sola felicità possibile è quella ritrovata, è la felicità del ricordo. Solo nella vecchiaia, cioè, è possibile salvare la giovinezza. Senza la vecchiaia, la giovinezza sarebbe perduta. Per questo solo nella vecchiaia si è giovani davvero: perché non lo si è più. 

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“Bernini, Apollo e Dafne” by pom’. is licensed under CC BY-SA 2.0

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