ANAMNESI

168576327_490707028633260_5853224951330166455_nPEE GEE DANIEL

Un mattino d’estate, al risveglio da sogni inquieti, Giulio Sterna si trovò trasformato in un uomo di 45 anni.

Sdraiato sulla schiena, sopra il sofà sfondato, gli bastava alzare anche di poco il capo per osservare un ventre lievemente abbottato, due gambe ricoperte da una peluria vagamente ingrigita, che terminavano con le due rispettive estremità logorate dal tempo e smangiate in punta, lì dove le unghie si incrinavano nel mezzo per carenza di cheratina o qualche altro impoverimento organico legato all’età.

Con occhi gonfi di perplessità si levò a stento dal giaciglio di ventura, a forza di reiterati colpi di reni, che non facevano che strillargli ogni volta nuovi dolorini, uno qua, uno là. Grazie a quelle fitte disseminate a sparpaglio per dorso e addome gli sembrava di scoprire nuovi apparati del proprio corpo di cui sino ad allora non aveva neanche sospettato l’esistenza.

Spantofolò sino al bagno, trascinando i talloni rugosi. Quando si piazzò di fronte allo specchio grande quello che ci vide dentro subito subito non gli parve reale: le palpebre sembravano più pesanti di un tempo e in generale tutto il tono muscolare dava l’idea di essere in procinto di capitolare di fronte alla legge di gravitazione universale, compresi gli angoli della sua faccia, che incominciavano a pendere, per ora ancora con una certa sobrietà, verso il basso. Gli angoli degli occhi si erano inarcati, assumendo un aspetto malinconico e prossimo al pianto, lo stesso era accaduto agli angoli della bocca. I pettorali si erano fatti flosci, rassomigliando un po’ alle tettine sgonfie di una signora avanti con gli anni, la schiena si era incurvata, quasi le gravasse sopra, tutto d’un colpo, l’intero peso di una vita, come un telamone costretto a sorreggere eternamente il palazzo che su di lui dà l’impressione di poggiare. Aveva mazzetti di peli a spuntargli da narici, orecchie, spalle, come ispide aiuole sparse da uno gnomo giardiniere. Anche la coglia gli si era rilassata, come un sacchetto prolassato dall’usura. Un accenno di varici. Per non parlare dei muscoli glutei, tanto ammirati da sguardi femminei e omoerotici, con tanto di fischiettio di approvazione nei casi più sfacciati, nei suoi sculettamenti d’un tempo lungo strade maestre e periferiche, ora ridotti a un culo piatto e appeso. E più si osservava riflesso dentro lo specchio più forte scuoteva la testa, brizzolata sopra le orecchie. Era… era come se si fosse risvegliato di botto da un coma profondo durato vent’anni. Chi è ’sto poveraccio in faccia a me? – sembrava chiedersi. Dov’è finito quel giovanotto pimpante e gioviale che ero? Tramutato per quale incantesimo in questo figuro di mezz’età? Non si capacitava di come ci fosse arrivato ai 45, così, di volata, come una pallottola sparata che attinge il bersaglio talmente rapida da fendere l’aria con un fischio.

Non era la situazione fisica quella che lo faceva assalire dall’angoscia peggiore, era piuttosto la spietata partita doppia di quanto avesse avuto rispetto al tanto dato in quella mezza novantina d’anni a tirarlo più a fondo.

Tutta quella sua vita gli appariva allora come un enorme patetico fallimento.

Gli era da poco mancata mamma. L’aveva accudita, sino all’ultimo, come si tiene un passerotto malaticcio, quando già le penne non gli aderiscono più al corpo, gentilmente, tra le dita. Poi, una mattina era spirata, lasciandolo orfano tardivo.

Il suo lavoro artistico languiva. Conseguiva piccolo premi, vendeva qualcosa, riscuoteva il plauso di critici e addetti ai lavori, ma niente di che. Lui, che per l’ipertrofia del proprio ego, aveva da sempre ambito alla gloria degli altari, s’era dovuto abituare ormai da anni allo spiccio battimani delle sacrestie.

Aveva fatto i suoi figli con una donna con cui non aveva nulla a che spartire, mentre la donna che l’avrebbe reso felice per tutta l’esistenza l’aveva persa anni prima di conoscere la consorte, per la stupida smania di fornicare in giro ancora per un po’.

Di recente aveva anche letto distrattamente i gossip su quel bisteccone Ben Affleck, che, dopo aver mollato Jennifer Lopez, aver figliato con una donnicciuola di ripiego, averla a sua volta cornificata con la colf, essersi riabilitato dall’alcolismo, aveva fatto ritorno dal primo amore, che era stata disposta a riprenderselo a braccia aperte. Lui pure, di tanto in tanto, aveva meditato di rimettersi con quella ex che tuttora cullava nel cuore del suo cuore e che non aveva mai perso di vista in tutto quel periodo, ma a un bel momento si riscuoteva da certe sdolcinatezze, ribadendo a se stesso che la minestra riscaldata risulta sempre un po’ sciapa.

Per di più essere riuscito a liberarsi della madre dei suoi figli non gli aveva regalato quel gusto di una riconquistata libertà in cui aveva confidato, piuttosto si sentiva circondato da un vuoto buio e opprimente. I primi tempi si rotolava tutta la notte nel letto a due piazze tale e quale a un’alice nell’impanatura, per quello aveva poi deciso di dormire sul divano, dove il posto era unico, c’era poco da muoversi. Ci si stendeva per lungo, da bracciolo a bracciolo, come un cadavere deposto nel suo sarcofago e lì, davanti a un programma noioso, prendeva sonno o, meglio, perdeva i sensi, trasognando vite parallele e alternative a quella che aveva consumato tanto velocemente.

La sessualità promiscua a cui si era votato negli ultimi mesi, tralasciando gran parte delle altre attività per scopazzare forsennatamente, peggio che a vent’anni, donne poco convincenti conosciute per lavoro, nei locali o sui siti d’incontri, non lo aveva ripagato affatto, se non per quei pochi momenti di vanteria spesi a un tavolo di maschi dentro il bar di riferimento. Pensava che riaffermare la propria virilità si sarebbe accompagnato a una vitalità gioiosa che invece – aveva scoperto, con amarezza – è perduta per sempre, una volta superata l’età che le è più consona.

Capiva che l’invecchiamento è una trasformazione chimica, non fisica: una volta compiuta non si torna più indietro. La frittata è fatta. Il veno tentativo di recuperare la beata sfrontatezza post-adolescenziale gli faceva ormai venire in mente l’immagine di Adamo che bussa disperato contro i cancelli dell’Eden, da cui sia appena stato scacciato, ormai serrati per sempre a un palmo dal suo naso.

L’ultimo abbordaggio dal buon esito: una ventiduenne. Meno della metà dei suoi anni. Una manciata di anni in più della sua figlia maggiore.

Si chiamava Viky. Il nome completo doveva essere Vittoria, o qualcosa del genere. Non aveva indagato più di tanto. Era stato il suo messaggio d’auguri a svegliarlo quella mattina. Un risveglio dall’impatto micidiale. Era stato troppo impegnato nel corso di quegli ultimi decenni tra storielle, carriera, beghe famigliari: la consapevolezza del numero di anni raggiunto lo aveva travolto tutta insieme, tramortendolo.

Uscire con una pivella tanto giovane non lo aveva fatto ringiovanire, come forse la parte più gonza di lui aveva sperato. Però lo faceva sentire di nuovo in gara, quello sì.

Azzimarsi, sbarbarsi, profumarsi, scegliere il ristorantino giusto e, soprattutto, a fine serata, dimostrare ogni volta come non perdesse un colpo, nonostante il divario generazionale, dal punto di vista più caro a un uomo, lo faceva sentire ancora in pista, per così dire, per quanto la parte più lucida di lui si rendesse conto che non si trattava d’altro che di una magra consolazione. 

Giulio preferiva non domandarsi perché una ragazza così fresca e giovane stesse insieme a lui. Neanche gli interessava domandarlo alla diretta interessata. Presagiva già la risposta: il tuo fascino, o qualcosa del genere. Il fascino è una fregatura, è un elemento deprimente. In quel contesto sta a dire tutte le esperienze accumulate nel corso di una vita, che traspaiono dai modi e dalle parole di chi ne sia dotato. In altre parole, un perfetto sinonimo di età avanzata. I giovani non hanno fascino. A loro non serve. Hanno muscoli tosti, pelle elastica e lucente, sguardi vividi, capelli ribelli, ferormoni che riempiono l’aria tutto intorno a loro. È la natura il loro strumento di attrazione da esercitare sulla preda del caso. Una cosa immediata, spontanea. Niente bambocciamenti pensosi e lambiccati come fascino, carisma, saggezza o altre cazzate del genere.

Se ne stava lì ritto davanti allo specchio del bagno, con i pugni premuti contro i fianchi grassocci, chiedendosi cosa mai avrebbe potuto invertire quella sgradita trasformazione, benché sapesse che non sarebbe bastata tutta la tintura per capelli, tutti i lifting o tutto il sangue di vergine del mondo per ribaltare il vettore temporale.

Era stato tutto così fulmineo e imprevedibile che era certo che un giorno di quelli avrebbe aperto gli occhi cisposi, disteso sul sofà, e si sarebbe accorto che stavolta di anni ne erano passati 90.

Mentre già la sua mente cominciava a indugiare su quanto avrebbe rifatto e quante scelte avrebbe invece cambiato, semmai una fottuta fatina l’avesse riportato almeno a una dozzina di anni prima, fu per fortuna il rumore rauco della porta di casa a distoglierlo dal penoso giochino.

Si legò un asciugamano intorno al girovita e corse ad aprire.

C’era un corriere stanco e sudaticcio, col cappellino in mano e un piccolo parallelepipedo marrone sotto un’ascella, ad attenderlo sbuffante.

Giulio allungò una piccola mancia, prelevò il pacchetto, salutò e spinse la porta con due dita perché si richiudesse. Dopo di che si appoggiò sul primo piano utile per scartare in fretta l’inaspettato arrivo. Era accompagnato da un foglietto: “Auguri, papino!”. Firmato: “Viky”. Odiava quando lo chiamava così.

Aprì il pacchetto. C’era una specie di termometro dentro. Lo prelevò dalla scatolina, lo guardò meglio: in realtà si trattava di uno di quegli aggeggi per rilevare lo stato di gravidanza di una donna dalle sue urine. Il display mostrava una crocetta.

Una sensazione calda lo investì, diffondendosi centrifuga dal centro del petto al resto del corpo. Era come se una nuova linfa lo metamorfizzasse, rinfrescando, rinvigorendo e rigenerando ogni cellula del suo corpo. Una linfa che, come sempre avviene, era principiata dalle gonadi.

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA

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