DELLE METAMORFOSI OSSIA DELLA MOLTEPLICITÀ DELLE IMMAGINI DEL MONDO (E DEL TEOREMA DEL BRUCO)

29582599633_0fcd0ab11b_bFRANCESCA SCAMARDELLA

La parola metamorfosi, dal greco metamorfosis, derivato di metamorfo (trasformare) indica la trasformazione, il cambiamento di forma di un’entità che assume una natura diversa. È forse Ovidio, seguendo la Teogonia di Esiodo, il primo autore classico a fornire una rappresentazione poetica della forza incredibile delle metamorfosi, nell’omonima opera, narrando il mutare delle forme in corpi nuovi, partendo dalla magmatica congerie dell’universo, volto informe di Caos, e descrivendo poi la creazione del mondo ed il succedersi delle ere, attraverso i miti, umani e divini.

Nella forza delle immagini che Ovidio dipinge, c’è tutto il raccontabile della mitologia, della tradizione e della letteratura classica. È il molteplice che prende forma: l’ammasso informe che si lascia districare e diviene aria densa che si distende nel cielo limpido, e poi fuoco, terraferma e correnti del mare. È il tempo che scandisce le stagioni, secondo un ordine ben preciso, voluto dall’architetto divino. Sino ad arrivare alla nascita dell’uomo, principio di un mondo migliore, plasmato a immagine di dei che tutto reggono.

In questa molteplicità vivente che vive nei versi di Ovidio, nulla rimane com’è; niente e nessuno conserva la stessa forma ma tutto muta, trasmigrando in altre figure, come la cera duttile si plasma in nuovi aspetti.

È, ancora, una metamorfosi quella che trasforma Gregor Samsa, protagonista del racconto La Metamorfosi di Franz Kafka, in un immenso insetto, cambiando radicalmente la vita e le relazioni del protagonista e della sua famiglia. In quello che inizialmente appare essere un sogno, assistiamo ad un sabotaggio: il nuovo corpo di Gregor lo ostacola, gli impedisce di andare a lavoro e di continuare a sostenere la sua famiglia. La sera Gregor si addormenta nella sua forma umana. È un commesso viaggiatore qualsiasi che con il suo lavoro aiuta la famiglia. La mattina si sveglia e la sua schiena è dura come una corazza, il ventre è arcuato, le innumerevoli zampine, sottili e sproporzionate rispetto al suo corpo, si agitano davanti ai suoi occhi. La stanza non è mutata, invece: il campionario di tessuti giace sul tavolo della sua vecchia stanzetta, un ritratto femminile ritagliato da una rivista illustrata sembra osservarlo dalla scrivania consunta.

La metamorfosi di Gregor viene descritta da Kafka con una particolare tecnica narrativa, la restrizione di campo, che si realizza attraverso una progressiva riduzione di sensi e coscienza. La voce progressivamente si trasforma sino a diventare incomprensibile, poi la vista lentamente lo abbandona, infine Gregor smarrisce la memoria del tempo. Mentre la metamorfosi fisica avanza inesorabile, segnata dalla trasformazione animalesca, i sentimenti umani permangono, così Gregor rimane una creatura a metà, non completamente animale ma nemmeno in grado di ritornare uomo. Mutano anche i sentimenti della sua famiglia nei suoi riguardi: mentre all’inizio del racconto la sorella Grete si prende amorevolmente cura di lui, pulendo la stanza e lasciandogli del cibo, ora prevale il desiderio di liberarsene. E Gregor, alla fine del racconto, accetta di compiere questo ultimo sacrificio; è la caritas di chi si immola come estremo atto di amore. Eppure l’esistenza dei genitori e della sorella di Gregor è salvata ma non redenta. La vita continuerà a scorrere con le sue lotte ed i suoi egoismi, senza che possa attribuirsi a Gregor una missione salvifica come quella del Cristo.

Quale significato reca in sé la metamorfosi di Gregor? L’elemento narrativo più interessante è rappresentato dall’enigma che la trasformazione di Gregor rappresenta per la sua famiglia: il volto noto e sicuro lascia il posto a qualcosa di diverso, di oscuro. Il corpo perde le sembianze umane per assumere forma animalesca. La nuova forma interroga i familiari di Gregor che inizialmente cercano di ricondurlo alla dimensione familiare, di addomesticarlo (la sorella gli lascia il latte ed il cibo che lui più amava), provando a mantenere un legame attraverso coordinate di una rotta nota, basata su legami e relazioni familiari, sulla routine quotidiana condivisa sino a quel momento. Eppure quell’insetto non può essere semplicemente ricondotto a Gregor, figlio e fratello. Con il passar del tempo, le coordinate familiari si sfibrano, sino a spezzarsi. Gregor rimane enigmatico e perciò estraneo, straniero, hostis, nemico, sì da indurre la sorella Grete a rinnegarlo: «Voi forse non lo capite: io sì. Non voglio fare il nome di mio fratello dinanzi a questo mostro, e perciò dico solo: bisogna cercare di liberarsene».

Gregor comprende che non può che aderire alla volontà della famiglia: accetta di scomparire, di morire, per liberare i genitori e la sorella. La sua metamorfosi non è stata compresa dalla famiglia che ha rifiutato l’interrogazione decisiva sull’enigma posto dal protagonista.

Meta-morfosi è ciò che Gregor attraversa; un processo, come già detto, che non cambia la sua identità ma la realizza, attraverso una forma nuova. È questa nuova morphe che la famiglia non accetta, destinando Gregor ad essere il diverso, l’altro, l’estraneo. E, infine, lo straniero nemico, da cui fuggire. Lo straniero da relegare in una stanza al buio, nella polvere, nel sudiciume. Lo straniero da colpire, schiacciare, uccidere. Lo straniero di cui disfarsi.

Quello straniero che è latore di minaccia ed alla cui vista le ancelle di Nausicaa fuggono. Lo straniero che interroga e genera inquietudine, perché da un lato suscita desiderio di allontanamento, mentre dall’altro inconsapevole desiderio di accoglienza. Lo straniero che è dono e al tempo stesso minaccia. L’enigma della contemporaneità che si materializza nel corpo dello straniero, respinto, annegato, allontanato. Ma non è solo la corporeità dello straniero a innescare nuovi processi di mutamento di morphe.

Metamorfosi è anche la nostra identità che viene stravolta dall’interconnessione globale che la rete ci offre. Una persona che non è mai uscita dal suo paese può, attraverso un cellulare, collegarsi al mondo e con lui interagire. La metamorfosi, però, non è la semplice interconnessione che pure determina un immenso potenziale ma consiste proprio nell’atto di entrare in questo nuovo mondo e nelle infinite modalità con cui vi entriamo e con cui esso entra in noi. La metamorfosi significa che ogni persona diviene una risorsa informatica, un consumatore, un utente.

Metamorfosi, a ben vedere, è la parola chiave con cui possiamo rappresentare il nostro mondo: non un semplice cambiamento ma una trasformazione molto più radicale, caratterizzata dal tramonto delle vecchie certezze della società moderna che per l’appunto cambia completamente forma.

Metamorfosi, per dirla con le parole di Ulrich Beck, autore, per l’appunto di The Metamorphosis of the World (libro pubblicato nel 2016, postumo alla sua scomparsa), rappresenta un tentativo di concettualizzare quei cambiamenti radicali, quel mutamento di forme che ci stanno consegnando un mondo che è completamente diverso da quello che conoscevamo. Un mondo che sino a poco tempo fa non era nemmeno pensabile. Metamorfosi è innalzamento della temperatura terrestre che sta generando disuguaglianze sociali. Metamorfosi è quindi il rischio climatico che si è realizzato con l’uragano Katrina. Metamorfosi è il corpo del migrante che naufraga nel Mediterraneo e ci interroga sul perché il mare di mezzo, il Mare Nostrum, sia diventato Mare Mortum. Metamorfosi sono i confini geografici che implodono sotto la forza della interconnessione di Internet. È l’economia che si informatizza, mutando nei modi di produzione, nei rapporti di forza, nella lotta di classe. Metamorfosi sono le nuove geometrie politiche, i conflitti riesplosi in Afghanistan con il nuovo regime dei talebani. Metamofosi è la Cina che si avvia a sostituire gli USA come prima potenza globale. Metamorfosi è il disastro nucleare di Fukushima, quando pensavamo che dopo Cernobyl catastrofi simili non sarebbero più accadute.

Dunque, noi viviamo, pensiamo, agiamo nelle metamorfosi del mondo, sprovvisti di una bussola in grado di districare l’inquieta e complessa realtà dei nostri giorni. Nuovi immagini in continua trasformazione, nuovi significati scorrono nelle nostre vite; qualcosa di nuovo nasce e ci chiama a ricercare nuovi orizzonti, nuove coordinate, anche di carattere normativo. Siamo chiamati ad attraversare la metamorfosi del bruco che diviene farfalla.

Come ha osservato Beck, ognuno di noi sa che il bruco avrà una metamorfosi e diventerà una farfalla. Solo il bruco non ha coscienza di quanto accadrà.

Eppure il teorema del bruco dimostra che quella che sembra essere la fine è in realtà una metamorfosi che trasformerà profondamente il bruco in qualcos’altro.

Ecco, il punto è proprio questo: di fronte alle metamorfosi del mondo dobbiamo decidere se chiuderci nel bozzolo del bruco composto dalle nostre visioni del mondo, ignorando la metamorfosi che avanza, o se divenire altro.

Il mondo non sta finendo. La storia non sta finendo.

Il bruco ci insegna la differenza tra il deperire ed il divenire altro. Ci insegna che cambiano gli orizzonti di riferimento e le coordinate dell’azione ma, allo stesso tempo, si aprono nuovi spazi normativi di azione. Se le metamorfosi che stiamo vivendo indicano che ciò che non era pensabile può addirittura accadere e diventare reale, allora in queste nuove possibilità si aprono spazi per soggetti, azioni e pratiche non istituzionalizzate capaci di svolgere un’azione creativa accompagnata da nuove responsabilità, per evitare che le potenzialità della società globale del rischio ci porti verso nuove catastrofi.

È questa la sfida che il mondo che cambia morphe ci lancia: provare a convertire rischi e limiti in opportunità, per ridefinire anche gli orizzonti normativi ispirandosi a principi ed aspettative di uguaglianza sociale e generazionale.

Immagine

“Caterpillar (bruco)” by giorgiorodano46 is licensed under CC BY-NC 2.0

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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