IL POETA DI FRONTE ALLA METAMORFOSI.PANDEMIA, GUERRA E CRISI: LA NOSTRA TERRA DESOLATA

t-s-eliotRICCARDO DAL FERRO

Datta. Dayadhvam. Damyata.

Le tre parole con cui si conclude La terra desolata di T.S. Eliot risuonano enigmatiche e oscure per la mente umana che cerca e produce continuamente significati. Di fronte alla distruzione della Prima Guerra Mondiale, le voci che si susseguono nel grande poema tentano di ritrovare un sentiero perduto, una combinazione di parole, una sorta di incantesimo che ricomponga ciò che è andato infranto.

“Datta, dayadhvam, damyata”. Ovvero, “Dare, provare compassione, controllo”.
E poi “Shantih Shantih Shantih”, la parola dal sanscrito con cui le Upanishad si concludono e significa “pace interiore”, un mantra da ripetere per entrare in risonanza con la vibrazione di fondo che ogni meditazione cerca di interpretare, al fine di eliminare la dissonanza esistenziale che rende conflittuale la relazione tra individuo e mondo. Una saggezza antica che gli uomini tramandano con lo scopo di ricordare ai posteri come si ricompone una terra desolata, un’anima ferita e disgregata come quella dell’uomo novecentesco cui Eliot dedica l’opera.
Un uomo che nella letteratura ha visto molte forme, un uomo che tra Musil e Kafka ha perfettamente descritto l’angoscia di chi si accorge del Mutamento che pervade l’intero universo e che, periodicamente, getta la nostra tranquillità alle ortiche.

Per quanto i filosofi ripetano da sempre che la trasformazione (e con essa il suo eterno compagno, il conflitto) è madre di ogni elemento esistente, nessuno dei viventi ha mai saputo accettare con animo sereno questa asserzione. Il cambiamento mal si sposa ad una mente che cerca strutturalmente identità, comprensione, stabilità, e peggio si accorda ad una società che fa della sedentarietà, non solo geografica, il suo marchio di fabbrica.
A nulla valgono le parole di Eraclico: “Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi”, quando Gregor Samsa si sveglia un mattino e si scopre mutato in un modo orribile e inaccettabile, trasformato dalla notte al giorno in uno scarafaggio gigante. Che cos’altro è la Metamorfosi di Kafka se non la traduzione in prosa della Terra Desolata di T.S. Eliot? L’uomo si sveglia e trova la realtà mutata in modo radicale, in modo quasi indipendente da quel che ha combinato nella sua vita. Ben lungi dall’essere un tentativo di deresponsabilizzazione, l’individuo è chiamato a rifare un ordine, a lottare per cristallizzare quel mutamento in un istante di consapevole stabilità: “Chi sono io, proprio ora?” è la domanda che perseguita tutti coloro che al mattino si svegliano scarafaggi, che vedono un mondo a cui sentono di non appartenere.

Nel Mutamento che viviamo oggigiorno, nella visione del mondo che è rimasta stravolta dai mesi trascorsi (la visione del mondo, non tanto il mondo, il quale continua nella sua imperterrita corsa non badando ai nostri piccoli terrori), la domanda su “che cosa” possa ridestare un ordine, chi possa ridarci controllo, ha continuato a farsi avanti.

Di volta in volta, i virologi e gli epidemiologi, i politici e gli scienziati, il lockdown e poi i vaccini, abbiamo tentato le strade che ci permettano di ritrovare la “normalità”, ovvero di ricostituire la visione del mondo precedente alla desolazione che abbiamo vissuto.

Ma una visione infranta non può essere ricomposta da uno sguardo “tecnico”, “specializzato”. Non fraintendetemi: sono assolutamente convinto che il vaccino sia la strada giusta per combattere il virus e che gli scienziati abbiano fatto un lavoro molto più egregio dei filosofi che hanno risposto con il narcisismo delle proprie incontestabili opinioni. D’altra parte, non è il virus la nostra Terra Desolata: è il nostro animo ad essere irrimediabilmente infranto, rimesso in movimento, trasformato in scarafaggio.

“Quando la mente di un poeta è equipaggiata perfettamente al suo lavoro, è di continuo presa dal tentativo di amalgamare esperienze disparate; l’esperienza dell’uomo comune è caotica, irregolare, frammentaria. Che si innamori o legga Spinoza, queste due esperienze non hanno niente a che vedere l’una con l’altra o con il rumore di una macchina da scrivere o l’odore del cibo; nella mente del poeta queste esperienze formano sempre nuovi interi” scrive Eliot nel saggio Poeti Metafisici. Ed ecco di che cosa ha bisogno l’animo quando la terra intorno a noi, ovvero il nostro animo, è dilaniata e infranta: dello sguardo poetico.

Che cosa manca alla ripresa dopo la crisi? Una serie di parole che, come incantesimi, restituiscano all’individuo la capacità di ridare ordine alla sua esistenza: Datta, dayadhvam, damyata.

Datta: all’uomo serve la capacità di dare, di donare, come avrebbe detto Derrida. L’uomo necessita di restituire ciò che non ha mai avuto in dono, quindi per pura spinta trascendente. Il “dare” delle Upanishad non è lo scambio, ma letteralmente il dono, che non si riassume nella spicciola generosità o nella carità cristiana, ma nello spendersi per oltrepassare i confini del Sé.

Dayadhvam: provare compassione, sentire con l’Altro, trovare il Sé nei panni non propri. Smettere di fraintendere la soggettività come nucleo irriducibile di chissà quale divinità, ma ricordare (come fece Leibniz nella Monadologia) che l’Altro contiene già me e che io contengo l’Altro: che le esperienze altrui sono già e contemporaneamente le mie esperienze; che non c’è alcun muro tra me e te all’infuori di quello che desideriamo per difenderci da chissà cosa.

Damyata: controllo, ma non il controllo di chi vuole imporre la visione del mondo, bensì il controllo di chi sa accettare infine il mutamento come stato definitivo della materia e dell’esistenza. Il controllo non sta nel tentativo di “fermare” la Metamorfosi, ma nell’atto di dare un significato alle cose che contenga la consapevolezza del Mutamento. Lo stoicismo, nel suo insegnamento di accettare quel che non posso cambiare e cambiare quel che posso, probabilmente si è avvicinato più di qualsiasi altro pensiero filosofico al nucleo di quest’idea.

E poi “Shantih”, la pace finale, interiore, che non si spaventa più di fronte alla desolazione, ma discerne la quiete dell’anima dal continuo trasmutare del mondo esteriore ed interiore. E questo avviene solo quando il poeta esprime le giuste parole, perché il poeta vede quel che gli altri non vedono, ovvero le interconnessioni che stanno dietro alle cose: le “cose” viste dall’individuo comune e che sembrano statiche, irriducibili, e che vengono quindi spazzate via quando il Mutamento prende il sopravvengo; e il “segreto” che il poeta vede dietro le cose, quel segreto che rappresenta una rete di Metamorfosi infinita, incessante, che solo chi non si accontenta delle cose sa vedere. E questa capacità, come Eliot sa molto bene, è al tempo stesso il grande potere del poeta, ma anche la sua condanna.

Eraclito disse: “La reale costituzione di ciascuna cosa ha l’abitudine di nascondersi”.
Il poeta sa esprimere quel che si nasconde, e ciò viene chiamato “Metamorfosi”.
Se solo avessimo gli occhi di Eliot, potremmo uscire da questa crisi come l’oro. Ma noi non siamo come Eliot, perciò possiamo solo accontentarci di fantasticare su quella via d’uscita, su quell’incantesimo, mentre al risveglio saremo ancora Scarafaggi.

 

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