AVVICINARSI ALLA POVERTÀ PER ALLONTANARSI DALLA RASSEGNAZIONE

4736487036_e872fc1798_bPIETRO PIRO

Un approccio “centrato sulla persona” fa comprendere come la povertà possa annidarsi in ogni aspetto dell’esistente. C’è una povertà di mezzi (economici, innanzitutto, ma non solo) una povertà cognitiva, una povertà sociale e relazionale, una povertà morale, una povertà sentimentale, una povertà di senso, una povertà spirituale. Quando queste povertà si concentrano tutte in un’unica biografia, abbiamo incontrato il vero volto della miseria. Un volto che non possiamo rimuovere troppo facilmente dalla mente quando cantiamo le magnifiche sorti e progressive.

C’è anche chi ha detto che noi viviamo in un’epoca “con troppi mezzi e pochi rachitici fini”. Un’epoca che produce e riproduce la povertà come esito di sistema. La povertà non come “accidente” ma come prodotto costitutivo della logica dello scarto. Una povertà senza la quale sarebbe impossibile definire il privilegio e il lusso.

Sono tante le interpretazioni della povertà. Forse in ognuna c’è un frammento di verità. Quello che mi colpisce è il fatto che proviamo sempre a difenderci dalla povertà allontanandola dai nostri occhi, isolandola in spazi che crediamo definiti e definibili. Perché i poveri ci fanno paura. Perché potrebbero “toglierci” qual poco che abbiamo o metterlo in discussione. Allora è bene immaginare la povertà come un luogo lontano, difficilmente raggiungibile. E invece, la povertà è ovunque, fuori e dentro di noi. Perché la povertà è una condizione in cui ci si può ritrovare molto più facilmente di come si crede. Ho visto sprofondare nella povertà intere famiglie in seguito a separazioni, problemi di salute, improvvisi e funesti eventi legati ai cambiamenti climatici in atto.

Ma è bene che si pensi alla povertà come un luogo lontano e inaccessibile, dove si accede per qualche colpa commessa. È un pensiero che consola. Mi rendo conto. È più difficile accettare che ogni vita può attraversare difficoltà indicibili, eventi dolorosi, crisi e rotture. Ogni vita che sembra solida e inattaccabile può sgretolarsi, impallidire, lacerarsi. E non è facile accettare la povertà della nostra stessa essenza. Nasciamo privi di tutto, bisognosi di cure, imploranti il conforto. Eppure, nel tempo, proviamo a dimenticare questa condizione originaria e a recitare la parte dei bastanti a noi stessi. Eppure, questa radicale fragilità che ci contraddistingue, emerge continuamente nelle persone che ho incontrato.

Fragilità, debolezza, isolamento, sono parole che non vogliamo sentire. Eppure, ci attraversano. Per quanto ci sforziamo di evitarle, alla fine, siamo costretti a guardarle in faccia.

 Allora, mi pare che bisogna chiedersi non cosa sia la povertà ma quanta disponibilità c’è in noi di abitare la povertà nostra e quella degli altri. Questa disponibilità è decisiva. A volte, sembra proprio che manchi dove dovrebbe abbondare, e in particolare nel sistema socio-politico-economico detto Welfare State. Il rischio che i dispositivi burocratici prendano il sopravvento sulle pratiche relazionali e sulle dinamiche della solidarietà è altissima. Quando la povertà si trasforma in una voce di spesa nei bilanci delle amministrazioni, dimenticando che ogni denaro speso significa dare possibilità concrete a una persona che vive e che soffre, allora, la povertà non è più volto ma astrazione, voce statistica, categoria astratta delle scienze sociali.

I poveri che ho conosciuto non temono di non avere di cosa mangiare o qualche coperta per coprirsi dal freddo. Ci sono anche queste “povertà estreme” ma dall’ascolto attento emergono altre paure: la paura di perdere tutti i legami d’affetto, quella di essere dimenticati, la paura di non riuscire più a ricordare il bene vissuto, la paura di non poter amare ed essere amati. La paura di sprofondare in un mondo senza volto dove nessuno più ci riconosce come persone e come cittadini. Sono forse paure isolate e ascrivibili a una ristretta minoranza di “senza fissa dimora”? Non credo. Sono paure trasversali che si manifestano in forme e momenti diversi in ogni persona che abita il nostro tempo.

Paure che possono sfociare in un persistente senso di stanchezza, di delusione, di depressione manifesta o latente. Paure che possono diventare panico o angoscia.

Credo che per quanto ci ricopriamo di oggetti che esorcizzano la povertà e che manifestano il nostro stato di salvati, ognuno di noi sa, nel profondo, che la povertà è la nostra condizione originaria e che, prima o poi, ritorniamo nudi alla Terra. È per questo che i poveri non ci piacciono. Essi deludono il nostro senso di immortalità e ci riportano alla realtà con il loro volto segnato.

Certo, è più facile pensare che i poveri vivano a migliaia di chilometri da noi, nei Paesi del terzo e quarto mondo, piuttosto che nel pianerottolo di fronte al nostro. Perché la lontananza ci deresponsabilizza. Ci rende impotenti. Cosa posso fare per persone che vivono così lontane da me? La povertà vicina invece, impone una presa di posizione immediata, diretta. Non è più così facile fare finta di nulla. Meglio allora far finta di non vedere, di non capire. Spesso le persone in difficoltà con cui mi confronto mi riferiscono di sentirsi “invisibili”. Non si sbagliano. Lo sono. Edgard Allan Poe non ci ha mostrato magistralmente come la tecnica migliore per nascondere una cosa è proprio quella di metterla bene in evidenza in mezzo ad altre simili?

Lo sforzo, dunque, necessario e urgente, consiste nel rendersi disponibili alle persone in difficoltà per camminare insieme, per cercare insieme le soluzioni migliori per superare gli ostacoli. E in questo camminare domandando si delinea la forma di una società più giusta, più solida, più responsabile. Una società dove i poveri hanno degli alleati, dei compagni di viaggio.

È possibile sconfiggere la povertà senza mettere in discussione tutto il sistema capitalistico? È possibile agire senza avere prima preso in mano il potere? Non siamo forse decisi a tutti i livelli, soprattutto da un sistema piramidale che ci opprime? Quante volte ho sentito queste obiezioni. Mi pare si tratti di un massimalismo che, pur nella lucidità delle analisi, si risolve quasi sempre nel rinforzare l’immobilismo sociale.

Chi abbia avuto una vera esperienza di confronto con le persone in difficoltà sa che anche una carezza può essere decisiva in un determinato momento. Certo non basta – è bisogna essere folli e in cattiva fede per dire che basta – ma senza quella carezza non è possibile costruire la fiducia necessaria per vincere la disperazione che si prova nel vedere andare in rovina la propria vita.

Uno dei grandi meriti della Teologia della Liberazione è averci spiegato come l’oppresso interiorizza il proprio oppressore non riuscendo a liberarsi da certi modelli che hanno colonizzato il suo immaginario. Noi se vogliamo avvicinarci alla povertà, dobbiamo vincere le immagini interiorizzate e stereotipate che abbiamo nel nostro immaginario e che ci tengono distanti da una vera comprensione.

Scriveva Dossetti: “Non c’è da avere paura: se voi accogliete un uomo come uomo e come fratello non vi verrà altro che bene; se voi lo accogliete con riserva e mettete una certa barriera e vi volete difendere da lui, preparate la disgrazia per voi.”

Posso confermare questa grande intuizione. Più ci avviciniamo alle persone e più la povertà ci pare un termine incapace di cogliere il senso delle cose. Più ci allontaniamo e più diamo avvio alle speculazioni teoriche sulla povertà, le sue cause e le ricette per risolverla.

Occorre decidersi tra lontananza e vicinanza. Tra dati statistici e gesti di tenerezza. Mai come oggi, mi pare, le parole di Tonino Bello mi paiono capaci di cogliere il senso del nostro agire: “Vedete, noi come credenti ma anche come non-credenti non abbiamo più i segni del potere. Se noi potessimo risolvere tutti i problemi degli sfrattati, dei drogati, dei marocchini, dei terzomondiali, i problemi di tutta questa povera gente, se potessimo risolvere i problemi dei disoccupati, allora avremmo i segni del potere sulle spalle. Noi non abbiamo i segni del potere, però c’è rimasto il potere dei segni, il potere di collocare dei segni sulla strada a scorrimento veloce della società contemporanea, collocare dei segni vedendo i quali la gente deve capire verso quali traguardi stiamo andando e se non è il caso di operare qualche inversione di marcia. Ecco il potere dei segni e i segni del potere. I segni del potere non ne abbiamo più, non dobbiamo averne; ecco perché non dobbiamo neanche affliggerci.”

Avvicinarci sempre più alle persone in difficoltà, per vincere la paura della povertà, che in fondo, è paura della nostra stessa condizione originaria. Della nudità dell’essere. Della sua fragilità. Un avvicinamento che allontana dalla rassegnazione. Un segno potente.

“Homeless” by Kamil Porembiński is licensed under CC BY-SA 2.0

ENDOXA - BIMESTRALE SOCIOLOGIA

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