LA SOCIALITÀ DELLA DISTANZA

88184820_38fa14dabd_bCORRADO DEL BÒ

Una delle espressioni che abbiamo iniziato a usare, dopo l’esplosione della pandemia da Covid-19, è “distanziamento sociale”. Ci è servita, e purtroppo ci serve ancora, per indicare una serie di comportamenti, ai quali siamo obbligati o che ci vengono raccomandati, e che, in diversi modi e in varia misura, incidono sulla nostra libertà di movimento e di circolazione, ancorché al condivisibile scopo di salvaguardare la salute delle persone abbattendo le probabilità di contagio da Covid-19.

L’espressione è ormai è entrata nel nostro lessico e sarebbe terribilmente presuntuoso pensare che la pedanteria filosofica riesca a correggere usi linguistici consolidati. Non si può tuttavia fare a meno di rimarcare un punto concettuale, che invece l’espressione occulta: in realtà, il distanziamento impostoci dai vari provvedimenti delle autorità nel corso degli ultimi due anni non è a rigore un distanziamento sociale, ma è piuttosto, più precisamente, un distanziamento fisico.

Nemmeno nei mesi del lockdown più severo, è stato dopotutto vietato alle persone di intrattenere relazioni sociali; è stato casomai vietato loro di avere relazioni sociali che prevedessero un qualche tipo di contatto fisico (questo, incidentalmente, dovrebbe dirci qualcosa a proposito della tanto, e a sproposito, evocata “dittatura sanitaria”: le dittature spezzano la socialità). Nella primavera del 2020, si è anzi assistito a un fenomeno solo apparentemente curioso: le persone erano confinate in casa, salvo che per particolari e motivate ragioni, e allo stesso tempo interagivano molto tra di loro, utilizzando gli strumenti che le tecnologie telematiche mettono a disposizione.

Questo ci porta a una prima considerazione: la socialità non può essere ridotta alla fisicità degli incontri, salvo dare della prima una versione impoverita e non più al passo con i tempi. Oggi coltiviamo le nostre amicizie con gli smartphone, sui social, con la posta elettronica, con le video-chiamate; e ci sono persone che non abbiamo mai visto dal vivo, ma con cui in alcuni casi siamo in una confidenza anche maggiore rispetto a quella che abbiamo con persone che vediamo (vedevamo) tutti i giorni. Questo ovviamente non vale per tutti; purtroppo, ci sono persone per le quali l’instaurarsi della distanza fisica comporta anche distanziamento sociale (per fare un esempio, le persone ricoverate nelle Rsa) e in alcuni casi il domicilio è diventato un luogo di isolamento e ha generato o incancrenito certi problemi (pensiamo alla violenza domestica).

E tuttavia mi pare si possa riconoscere senza difficoltà che sarebbe stato molto diverso se questa pandemia, con le correlate esigenze di distanziamento, si fosse verificata, poniamo, quarant’anni fa, quando socialità e fisicità sostanzialmente coincidevano: mancava all’epoca la tecnologia capace di dissociarle. Questa tecnologia oggi invece esiste, ha reso possibile una socialità senza fisicità e, quando è scoppiata la pandemia, ci ha messo nelle condizioni di poter essere vicini, rimanendo lontani.

L’esigenza del distanziamento fisico ha naturalmente un profilo prevalentemente sanitario. Meno incontriamo le altre persone, minori sono le probabilità di contagiarle o di essere contagiati; e meno contagi ci sono, minore sarà la quantità di persone che svilupperanno forme severe di Covid-19 tali da richiedere un ricovero in ospedale, o addirittura in terapia intensiva. Questo, a sua volta, eviterà di mettere sotto pressione le strutture e il personale sanitario, che, diversamente, dovrebbero occuparsi di un numero ingestibile di malati gravi da Covid-19, con l’effetto da un lato di non poter curare efficacemente tutti costoro, dall’altro di non poter dedicare tempo, risorse ed energie a curare altre patologie non meno gravi né meno mortali.

Il quadro non è naturalmente statico: ci sono i vaccini e le campagne vaccinali, innanzitutto; poi c’è il miglioramento dei protocolli terapeutici; e infine ci soccorre la fondata speranza che le mutazioni del virus lo rendano sempre meno aggressivo col passare del tempo. Questi fatti spiegano anche perché le richieste di distanziamento fisico si sono attenuate; con qualche accorgimento, sono state riaperte pressoché tutte le attività e le persone hanno a poco a poco ripreso a incontrarsi. Ma queste richieste sono rimaste, in linea generale, nondimeno valide: banalmente, meno ci si vede di persona, o meno ci si vede di persona senza prendere alcune precauzioni (per esempio, tenere una certa distanza e indossare la mascherina), più si ostacola la diffusione del virus.

Se tutto questo è vero, la seconda considerazione è questa: la nostra socialità in epoca Covid-19 non solo può, ma anche deve (continuare a) passare attraverso forme che prevedono un qualche tipo di distanziamento fisico, seppur, per le ragioni sopra esposte, meno drastico e meno duro rispetto a quello del 2020. In altre parole, se la riduzione dei contatti fisici diminuisce occasioni e probabilità di contagio che, per quel che abbiamo osservato prima, conducono a morti altrimenti evitabili, è bene essere vicini rimanendo lontani.

Ciò non significa naturalmente giustificare qualsiasi restrizione alla libertà di movimento e circolazione o demonizzare ogni tipo di contatto fisico. A parte qualche isterismo occasionale, si può ragionevolmente affermare che questo non è accaduto nei primi momenti della pandemia, quando il misto di aggressività del virus e scarsità di conoscenze ha gettato nell’affanno le strutture sanitarie e spinto i governi a provvedimenti draconiani, e dunque non si capisce perché dovrebbe accadere ora, che abbiamo strumenti di prevenzione e cura assai migliori, sicché accorciare le distanze è per molti aspetti meno rischioso di prima.

Certamente, però, mantenere le distanze rimane un elemento che, al momento, non può non contribuire alla nostra lotta contro il Covid-19; da quel che par di capire dalla curva pandemica, non è ancora il momento di riportare la distanza fisica a come era nel 2019. Ancora per qualche tempo, dunque, è presumibile ritenere che dovremo restare lontani; e ancora una volta, si tratterà di evitare che il distanziamento fisico diventi distanziamento sociale.

“La percezione della distanza” by micampe is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

DIRITTO ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: