SULLA PATERNITÀ E SULLA MATERNITÀ:BREVI ANNOTAZIONI DI UN CRISTIANO

3047419710_78d1fb6d61_bCARMELO VIGNA

  1. Paternità e maternità sono due termini che – in certo modo – sanno subito di assoluto, perché alludono alle origini, le quali, a loro volta, rimandano – in certo modo – a un che di assoluto. Niente infatti precede le origini, per definizione. Niente, dunque, “circonda” le origini; cioè, le origini non sono “finite” da niente. Naturalmente, le origini si possono pure predicare intorno a cose determinate. E, in tal caso, l’allusione a un che di assoluto viene in mente solo per analogia. Ma paternità e maternità, prese in generale, non si riferiscono a cose determinate. Tanto che sono cifre riferite al divino in tutte o quasi tutte le religioni. Lo sono almeno nelle “religioni del Libro”.

 

  1. Ebbene, paternità e maternità non dicono solo delle origini. Dicono anche di ciò che dalle origini procede. Dicono della “filiazione” o della “generazione”. Ed è da questa parte che noi possiamo capirne qualcosa, perché abbiamo sempre a che fare immediatamente con la generazione, mentre abbiamo a che fare con le origini solo in modo mediato. Cioè a partire da ciò che è generato. Ma poi tutto per noi è generato sulla faccia della terra. Anche il padre e la madre – umani o non umani che siano.
  1. Se questo è inevitabilmente l’ordine di comprensione, conviene metter gli occhi sulla paternità e sulla maternità umane, perché sono le due forme in assoluto più a noi vicine tra quelle presenti in natura. Conviene cioè scrutare un poco la coppia umana. La quale appare a noi come la prima relazione di reciprocità tra gli esseri umani: nel senso che un uomo e una donna appaiono – nella loro corporeità – come fatti l’uno per l’altro. Appaiono relati già come corpi viventi. Cosa che non può esser detta di due uomini o di due donne – sempre quanto alla loro corporeità.
  1. I vecchi saggi di Israele ci hanno tramandato questa universale convinzione nel celebre racconto dei primi capitoli di Genesi. Ma la potenza relazionale della differenza sessuale è ampiamente testimoniata in tutta la storia umana, anche solo per il fatto che assicura la vita della nostra specie. Si possono dare e si danno altre relazioni sessuali che non si radicano nella differenza. Tutte le leggi di natura valgono infatti “per lo più” (questo lo si sa sin dai tempi antichi). Ma l’eccezione non dice mai nulla contro la regola. Semmai la conferma. Per non dire che anche l’eccezione finisce spesso per tendere in qualche modo alla regola, così da poter essere riconosciuta socialmente e politicamente. Ebbene, la relazione di “differenza” è, in realtà e nel contempo, il primo “essere per altri” strutturale. Ossia: la reciprocità di questo rapporto produce una intenzionalità “duale” che si rapporta, come tale (come essere per altri), al mondo. Ma poi essa (come duale) è rapporto a qualcosa (anzitutto e per lo più) come rapporto a qualcuno. Ossia poi, come rapporto (anzitutto e per lo più) alla propria “prole”. Paternità e maternità hanno qui la propria radicazione. Certo, c’è anche il rapporto che è non quello con il figlio o la figlia, cioè il rapporto a ogni altro essere umano. Ma si tratta di un diverso ordine affettivo, che si dilata sempre a partire dal rapporto con la propria prole. Fino a comprendere l’ambito della “politica”. L’ambito della politica è, infatti e in generale, questo relazionarsi ad altri – dopo le relazioni immediate di paternità e maternità – ed è anche un tipo di relazione destinato per sé all’illimite umano. Il limite, infatti, farebbe solo “tribù”.
  1. Se il “per altri” è una intenzionalità strutturale, deve poter includere potenzialmente il rapporto con ciò che oltrepassa il semplice finito, cioè il rapporto con l’Altro come assoluto, sempre che l’Altro come assoluto intenda venire a noi. Ciò che può solo essere il contenuto di una sua “rivelazione”. E però, se anche l’Altro assoluto può essere pensato (e anzi dovrebbe essere pensato) come un “per altri”, analogamente a come io lo sono in quanto uomo, la “speranza” nel suo convenire si dovrebbe ritenere – en philosophe – ben riposta. La rivelazione cristiana (ma poi anche quella delle “religioni del Libro”) conferma questa umana speranza.
  1. Ma torniamo alla paternità e alla maternità come umana esperienza. Come umana esperienza, paternità e maternità sono – dovrebbero essere – l’esperienza della posizione di un sé, fuori di sé. Perché questo è il figlio o la figlia. Perciò usiamo la parola “generare”, anzi che la parola “produrre” per indicare il rapporto della coppia umana con la propria prole. In effetti, si “produce” un manufatto, ma non si “produce” un figlio o una figlia. L’utero in affitto è una forma aberrante di paternità/maternità , proprio perché vi si intende “produrre” un bambino. Nel manufatto c’è tutt’al più l’impronta del sé, nel figlio o nella figlia c’è il sé. Di qui la “naturale” disposizione dei genitori a un “essere per altri” tendenzialmente incondizionato (verso i figli), perché quell’“essere per altri” è lo stesso che essere per sé. Tanto che la tradizione ebraico-cristiana dei “Dieci Comandamenti” comanda ai figli di onorare il padre e la madre, ma non comanda al padre e alla madre di amare i figli.
  1. Sono sempre esistite e sempre esisteranno forme “trasgressive” nei rapporti tra genitori e figli, ma la comune esperienza umana le trova ripugnanti. Molto più che le trasgressioni nei rapporti tra fratelli o tra parenti. E questo, perché il legame tra genitori e figli è il più radicato in natura. Specie quello che dai genitori va ai figli. Si tratta infatti di un legame di “identità”. E la relazione di identità è la relazione propriamente assoluta, giacché i due termini in relazione sono lo stesso.
  1. La madre vive a pieno, cioè più in profondità del padre, questa relazione di identità, perché questa relazione si è formata ed è cresciuta nel suo corpo, e non solo nella sua anima. È diventata carne e sangue della madre. Perciò il mito di Medea che uccide i propri figli è comunemente considerato il gesto umanamente più ripugnante. Il culmine dell’orrore. Il padre con i propri figli ha una relazione più simbolica. Certo, anche il suo seme è germogliato nel grembo della propria donna. Ma la gravidanza è solo della propria donna. È, anzi. la gloria della propria donna. Ogni donna gravida lo sa. E questo vive in profondità.
  1. Paternità e maternità sono cifre dell’assoluto. Paternità e maternità sono a capo di una relazione assoluta: la relazione di identità. Così si è finora ragionato. Ora è bene aggiungere che nella tradizione cristiana – e solo nella tradizione cristiana – tutto questo si predica del divino come il dato rivelato. Cioè si predica come parte essenziale del Mistero trinitario, dove il rapporto tra il Padre Eterno e il Figlio Eterno è, appunto, di assoluta identità, pur nel differire delle due Persone. Il terzo, che è lo Spirito Eterno, procede dai due – Padre e Figlio – come l’identità dei due che è “fuori” dei due, cioè come una Persona altra dai due. Il Legame assoluto come Persona assoluta (lo Spirito Eterno) toglie così l’ombra della simbiosi tra Padre e Figlio e fa della relazione tra Padre e Figlio una relazione in sé e per sé “aperta” al Terzo. Probabile indicazione misteriosa del Bene come condivisione infinita (cioè come inclusione e non come esclusione infinita). Il Bene, dunque, come un essenziale Essere per Altri.
  1. La Paternità/Maternità del Padre Eterno come condivisione infinita nel Figlio mediante lo Spirito è ciò che noi possiamo in qualche modo rintracciare nella paternità/maternità degli umani, quando questa prolifica. Perché solo prolificando, anche l’umana genitorialità si libera dalla simbiosi di coppia. E diventa condivisione (o inclusione), cioè bene condiviso. Diventa anch’essa un “essere per altri”. Come nel Mistero trinitario.

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ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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