PATERNITÀ ANIMALE

the counselorPIER MARRONE

La nostra è una vita fatta inevitabilmente di relazioni. Siamo così dentro alle relazioni e ne siamo così intrisi, che è francamente impossibile dire che cosa noi saremmo se queste relazioni, proprio quelle che attualmente ci costituiscono, non ci fossero. Magari qualcuno potrà dire che ce ne sarebbero altre a farci qualcosa di diverso da quello che attualmente siamo e avrebbe sicuramente ragione. È l’esistenza concreta che viviamo a farci essere quello che siamo.

Cosa ci sia prima di questa esistenza o che cosa ciascuno di noi sia a prescindere da questa esistenza è una questione che forse non ammette nessuna risposta, perché la domanda potrebbe apparire insensata. Sarebbe come chiedere “chi eravamo noi quando non eravamo noi?”.

Uno degli slogan più ripetuti della filosofia esistenzialista nella versione che ne diede Jean-Paul Sartre è che l’esistenza precede l’essenza. Questo slogan capovolgeva molte impostazioni tradizionali nella filosofia e sembra essere fortemente controintuitivo. In fin dei conti, perché qualcosa esista come quello che è, deve essere proprio quello che è. Non puoi esistere come te stesso, se non sei te stesso. L’essenza è, infatti, quello che qualcosa è, ossia la struttura che fa sì che questo tavolo sia questo tavolo, questo panorama sia questo panorama, tu sia precisamente la persona che sei. Capite che dire che invece l’esistenza precede l’essenza è spiazzante e può essere interpretato in maniere diverse.

Mi ricordo qualche anno fa che ero andato ad ascoltare una conferenza di un amico che parlava all’università di Bologna. Il tema non me lo ricordo, ma rammento bene che a un certo punto il mio amico sostenne che la natura umana non esiste, che è una delle conseguenze possibili dell’affermazione esistenzialista che l’esistenza precede l’essenza. Per amicizia, mi astenni dal domandargli: “Scusa tanto, ma se la natura umana non esiste, com’è che tu capisci quello che ti sto dicendo, com’è che riusciamo a riprodurci tra di noi e tante altre belle cose?”.

In realtà, il mantra esistenzialista è meno radicale di quanto si crede, ed è inevitabile che lo sia. Nessuno può sostenere seriamente che la natura umana non esiste. Quello che l’esistenzialismo enfatizzava è che per noi la storia della nostra esistenza ha una dimensione costitutiva. E questo può essere detto in altra maniera, come ho fatto all’inizio di queste righe: sono le relazioni che abbiamo accumulato nella nostra vita a formarci. Se noi accettiamo questa semplice premessa possiamo immaginare la nostra vita assieme alle nostre relazioni come a una circonferenze che a partire da noi è contenuta in molte altre circonferenze: la cerchia della nostra famiglia, delle persone che non fanno parte della nostra famiglia più stretta come i parenti più cari, gli amici più stretti, quelli che cataloghiamo più tra le conoscenze che tra le amicizie, le persone con le quali interagiamo per questioni di lavoro oppure che incontriamo nel nostro tempo libero.

La nostra esistenza è un cerchio che cresce progressivamente quando nasciamo e ci sviluppiamo nella fase espansiva del nostro ciclo di vita e poi regressivamente si restringe, quando l’età avanza, la debolezza fisica prende il sopravvento e noi perdiamo gran parte dei contatti che abbiamo costruito nella nostra vita, conservandone, quando abbiamo fortuna, soltanto alcuni significativi.

Tra le relazioni più significative che un essere umano è in grado di costruire vi è quella con la propria prole. È in qualche modo ovvio e per nulla sorprendente che sia così, dal momento che la solidità di questa relazione è indispensabile in una specie che deve essere accudita per molto tempo prima di poter anche minimamente esplorare in maniera relativamente autonoma il mondo circostante, che certamente per noi non presenta gli innumerevoli pericoli e insicurezze dei nostri progenitori di molte migliaia di anni fa.

Questa relazione si nutre anche di una densità simbolica difficilmente sopravvalutabile. Il nostro rapporto con la madre e con il padre è il primo rapporto che abbiamo con dei potenziali alleati e certamente da alcuni aspetti di queste relazioni fatichiamo a liberarci nel corso della nostra intera esistenza. Il rapporto con i nostri genitori può essere interrotto solo dalla morte: la nostra, però, non la loro.

Penso che tutti abbiamo contemplato l’idea della paternità o della maternità, magari solo per rifiutarla. Di fatto, oramai molti tra di noi – e io sono tra questi – sono stati così occupati dal prendersi cura di sé stessi, che non hanno avuto né il desiderio né si sono costruiti l’opportunità di avere una prole da accudire. Alcuni tra di noi hanno sicuramente scarsa propensione all’accudimento parentale per quella che è la loro particolare declinazione della natura umana. Alcune persone che ho incontrato desidero riconoscerle come benefattrici dell’umanità per non essersi riprodotte. Ma fatta la tara di queste persone, moltissimi tra quelli che non hanno né avranno figli non sono privi di questa propensione all’attaccamento e alla cura.

Si leggono periodicamente sui giornali le notizie che annunciano la percentuale crescente delle cosiddette famiglie mononucleari. Le famiglie mononucleari sarebbero quelle composte da una sola persona. Come una famiglia possa essere composta da una sola persona rimane per me un mistero almeno altrettanto insondabile di certi dogmi religiosi. A dire il vero, io fatico a comprendere come si possa definire famiglia quella composta da una coppia di amanti. E questo non perché sia tradizionalista. Per me ognuno dovrebbe essere libero di stabilire legami consensuali con chi gli pare, anche con più persone allo stesso tempo, e la monogamia mi pare una scelta contro natura, ma la famiglia mi pare che per la sua stessa natura dovrebbe essere orientata al futuro, essere un progetto oltre l’esistenza della cooperativa costituita dalla coppia.

Però è anche vero che la denatalità ha i suoi pregi, non solo perché sconsiglia ad alcuni individui di riprodursi, ma anche perché è un indicatore molto chiaro del benessere di una nazione. È noto da tempo che maggiore è il benessere economico, minore è il tasso di natalità, anche in assenza di politiche statali coercitive (come è stata la politica del figlio unico imposta dalla dittatura cinese). Forse l’unica scienza sociale in grado di fare previsioni con un ragionevole tasso di attendibilità è la demografia. I demografi stimano che la popolazione mondiale comincerà a diminuire attorno al quinto decennio di questo secolo, proprio in conseguenza del crescente benessere economico mondiale. Questo significherà che un numero ancora più grande di quello attuale non conoscerà nulla delle gioie e dei problemi della genitorialità. Significa anche che sarà ignara delle gioie della cura dove potrebbe trovare compensazione la genitorialità mancata? Io non lo credo.

È un fenomeno noto a tutti il crescente numero di animali di affezione che popolano le nostre case, generando oltre che un oceano di foto di gattini su Facebook, anche un indotto economico di grande importanza. Questa non è affatto una storia che inizia oggi, ma ha accompagnato il genere umano almeno da quando si passò da piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori agli insediamenti richiesti dalla rivoluzione agricola iniziata nella Mesopotamia, la cosiddetta Mezzaluna fertile, in un’età compresa tra i 10000 e gli 8000 anni fa. La predazione che caratterizzava i gruppi di cacciatori-raccoglitori non permetteva una reale intimità tra l’uomo e l’animale. Certo: questa prossimità era simbolica e l’animale veniva investito di caratteristiche sacre, come deve essere stato comune alla gran parte delle attività in un tempo dove il sacro aveva una pertinenza che investiva la quasi totalità delle pratiche quotidiane (preparazione del cibo, sesso, igiene personale, caccia).

È, tuttavia, difficile pensare che si fosse trattato anche di una generale prossimità emotiva della nostra specie a quelli che noi oggi consideriamo animali di affezione e che proprio per questo sono investiti dall’interdetto della proibizione di cibarsene. È con la rivoluzione agricola che inizia questo rapporto, testimoniato da numerosi reperti archeologici. Padroni che si fanno seppellire con il proprio animale domestico, pitture che rappresentano scene domestiche dove l’animale è parte dell’ambiente familiare parlano di questo rapporto che si è intensificato nel corso dei secoli e che forse oggi trova una sua declinazione del tutto differente, ma che da quella ovviamente discende. Che sia per noi ampiamente differente è giustificato dall’ampiezza del fenomeno, che ha sempre avuto degli importanti antecedenti: ad esempio, in Papa Nuova Guinea in alcune tribù era normale allattare i propri figli assieme ad alcuni cuccioli. È la vicenda della domesticazione che conduce al legame di affezione con il nostro animale insediato oramai come parte della famiglia o come surrogato della prole che non abbiamo avuto, oppure di quella che se ne è uscita di casa per farsi finalmente la propria vita, oppure per compensare la fine di una relazione.

Francis Galton, passato alla storia anche per la diffusione di una disciplina tristemente nota come l’eugenetica, nel 1865 pubblicò un importante saggio sulla domesticazione, The first steps towards the domestication of animals, che fissa in maniera sostanzialmente inalterata fino a oggi quelle che devono essere le caratteristiche che una specie animale deve avere per diventare intima con la specie umana. Innanzitutto, però, Galton ci mette in guardia dal pensare che questa vicenda sia iniziata in altro modo se non per caso e che abbia a che fare con un alto grado di civilizzazione. È probabile che i primi animali a socializzare con l’uomo siano stati attratti nelle prossimità dei suoi primi insediamenti stabili per cercare cibo tra gli avanzi dei pasti. Qualche animale meno diffidente si sarà fatto avvicinare e accarezzare. Assieme all’offerta di cibo è iniziata così quella dell’interazione di mutuo beneficio tra noi e gli animali.

La storia della domesticazione è un insieme di storie. Molte di queste sono di successo (ovini, bovini, suini, cani, gatti). Altre sono storie di fallimenti (come si fa ad addomesticare un rinoceronte?). Altre sono storie di sterminio e di estinzione (elefanti africani, cervi giganti, bovini selvatici, i cinghiali in Gran Bretagna). Altre non hanno avuto seguito: il ghepardo è, ad esempio, addomesticabile. Akbar, il più celebre e importante tra gli imperatori Moghul, vissuto tra il 1542 e il 1605, pare abbia avuto 9000 ghepardi. Attualmente però la sua domesticazione non è più praticata, se non episodicamente, come è testimoniato dai due ghepardi che appaiono con Javier Bardem nel violentissimo The Counselor di Ridley Scott. Altre sono storie di sterminio industriale, che propagano la sofferenza animale verso un tragico infinito.

È chiaro che quanti tra di noi sono carnivori, anche solo episodicamente, e nello stesso tempo praticano una qualche forma di affettività e vicinanza nei confronti degli animali domestici, vivono una palese contraddizione. Accarezzano il gatto, sono capaci di affezionarsi al coniglio, magari sarebbero capaci di tenere un maialino nano o una capra tibetana nel proprio giardino, ma non rinunciano a fare un ordine da Kentucky Fried Chicken.

La nostra sensibilità verso gli animali si è modificata nel corso del tempo. Il fatto che la maggior parte degli abitanti del pianeta sia preservata dalla fame ha certamente contribuito a questa accresciuta sensibilità. Non è difficile immaginare un futuro, forse più prossimo di quanto crediamo, nel quale gli allevamenti intensivi non saranno più necessari per produrre le proteine e la carne della quale la maggior parte tra di noi è ghiotta, e verranno sostituiti da fabbriche e laboratori in grado di produrre artificialmente carne in tutto e per tutto indistinguibile da quella che vediamo in mostra nei supermercati, ma senza la sofferenza di esseri viventi.

Si è discusso e si discute molto se esista un progresso in etica. Alcuni pensano di no, altri ritengono che la nostra sia un’epoca di generalizzato cinismo che dell’etica ha fatto volentieri a meno. Io penso, invece, che molte cose abbiano accresciuto la nostra capacità di riconoscere il dolore e il piacere dove prima pensavamo non ci fosse o facevamo finta di credere non avesse alcun significato intrinseco o fosse comunque subordinato nell’ordine del valore a quanto ha significato innanzitutto per noi esseri umani. La possibilità di arrecare danno o di creare beneficio è alla base dell’etica. Noi sappiamo oramai che gli animali provano emozioni, oltre a essere capaci di raffinate prestazioni cognitive. Molte di queste emozioni sono quelle che proviamo noi, e anche per questo è divenuto sempre più difficile escluderli dalla nostra considerazione morale.

Il pensiero stoico, al quale dobbiamo la celebre metafora del cerchio in espansione, che ricordavo all’inizio, sintetizza questa idea della considerazione morale che progressivamente si amplia dagli affetti familiari, agli amici, ai nostri concittadini, alla nostra patria e poi ancora al genere umano e, oltre ancora, agli animali, e la giustifica con l’idea che tutto l’universo è partecipe del medesimo Logos. Non occorre però credere in questa onnipervasività della ragione all’intero universo per sapere che nello sguardo dell’animale e nel nostro sguardo verso l’animale abbiamo l’occasione per leggere un’altra paternità, un’altra amicizia, un’altra responsabilità.

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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