I NON MORTI

A casi 40 años de su salida, el aclamado sexto álbum de estudio del rey del pop Thriller, obtuvo 34 certificaciones de Platino por su venta (1)TOMMASO GAZZOLO

Richiamati in vita, ritornando, non saranno più morti – ma non per questo saranno vivi. I Morti viventi, zombi, undead, “non-morti”. Più volte, nei suoi testi, Zizek ha insistito su come il non-morto, qualcosa che – in modo inspiegabile, sembrerebbe – continua a vivere dopo la sua morte, che cioè vive da morto, indichi una specie di eccesso vitale, di “pure vita” che è al di là della vita e della morte, della sua stessa morte. Pulsione, pura libido, forza vitale che continua a insistere, a pulsare, a ripetersi, anche dopo che la si sia uccisa. Il che porterebbe al primo paradosso: che la cosa non-morta sarebbe, qui, l’immagine di una “pura vita”, di una vita così insistente da non smettere di generare, di proliferare, anche da morta – un qualcosa che si moltiplica se la si fa a pezzi, che non cessa così di tornare, di riprodursi. Zizek lega, così, il non-morto alla pulsione, che chiamiamo sì “pulsione di morte”, ma che in realtà è propriamente eccesso di vita, coazione a ripetere anche oltre la morte dell’organismo: sono le scarpette della fiaba di Andersen, spinte da un impulso a continuare a ballare al di là di quanto chi le indossa possa sopportare, al di là della morte stessa della bambina che danza.

Zizek, però, inscrive, al contempo, il “non-morto” nella distinzione tra giudizio negativo e giudizio infinito presente in Kant. Kant intende, qui, distinguere il giudizio infinito (del tipo: “A è non-B”, “l’anima è non-mortale”) tanto dal giudizio affermativo (“A è B”, “l’anima è mortale”) che da quello negativo (“A non è B”, “l’anima non è mortale”). Nei giudizi negativi, infatti, il soggetto viene posto al di fuori della sfera del predicato, scrive Kant: si dice che A non è, non si trova in B, senza per questo, tuttavia, dire dove invece sia (negando che sia mortale, dico solo ciò che l’anima non è). Con il giudizio infinito, diversamente, il soggetto viene incluso, posto in una sfera, non-B. Ciò che è negato, qui, è il predicato, e non l’attribuzione di esso. Ora, rispetto al giudizio negativo, quello infinito è un giudizio che determina comunque, delimita una proprietà. Se dico che “la rosa non è rossa”, non affermo niente di determinato: non dico, cioè, se, non essendo rossa, la rosa sia gialla, o bianca, o se abbia in generale un colore. Se invece dico “la rosa è non-rossa”, dico che cosa la rosa è. Senonché, lo dico affermando che essa è la negazione del predicato che le attribuisco. Se allora «ogni cosa possibile è o A o non-A», quando affermo che «qualcosa è non-A», sto dicendo che quel qualcosa si situa in uno spazio indeterminato, in cui di esso non è possibile dire che sia A, ma neppure negarlo. Questo è lo statuto, per Zizek, del non-morto: qualcuno di cui non può dire che sia vivo, ma nel contempo di cui non è neppure possibile dire che sia morto, se pure tra le due ipotesi una terza non potrebbe esistere. Se lo zombi è allora “non-morto”, significa che esso è posto in uno spazio che è al di fuori della morte, di ciò che è morto, senza per questo, però, essere incluso nello spazio di ciò che è vivo.

Perché? Perché la vita non è altro che l’essere mortali: “vivi” possono esserlo solo coloro che muoiono. La morte, cioè, non è altro dalla vita, non è qualcosa di esteriore rispetto ad essa. E la vita stessa non è altro che ciò che tende al proprio morire. Vita, se si vuole, non è che morte differita, non è altro – per dirla con Freud – che il tentativo di ciascun essere di morire a proprio modo, di morire della sua morte. È la preghiera di Rilke: “O signore, concedi a ciascuno la sua morte”. La propria morte, morire della propria morte: è questo che definirebbe l’uomo, l’umano in quanto vivente, è questa legge del proprio – come la chiama Derrida – in cui la vita e la morte non sono affatto due termini opposti, ma ciò che questa legge oppone per potersi articolare. E dunque ciò che conserva la vita, non farebbe che conservare, insieme la morte: conservare la vita, significa conservare la possibilità di morire a proprio modo, di morire la propria morte. Ma come morire una morte che sia propria, appropriarsi della morte? O la morte “personale”, la morte che sia la mia, è propriamente quel che è impossibile? Blanchot lo ha detto più volte: morire è, propriamente, impossibile, è impossibile qualcosa come la “propria” morte, dal momento che, quando muoio, cesso di essere un uomo, e cesso di essere mortale, di essere capace di morire. La morte non mi accade mai: non potrei mai incontrarla, perché quando lei è venuta, non ci sono più io – ho cessato di esistere. La morte, pertanto, è ciò che ci impedisce di morire. L’uomo è mortale, allora, nella misura in cui non può morire, in cui cerca – disperatamente – di morire una morte che gli sia propria, senza che ciò possa mai accadere.

Bisognerebbe a questo punto tornare alla “cosa”: a ciò che torna come non-morta. Essa non torna come viva, ma come qualcosa che, dal momento che è già morta, non può più morire – ed è questo morire che, incessantemente, cerca: “infinito morire del non morto”, lo ha chiamato Bruno Moroncini. Il non-morto non può essere, finalmente, morto – può solo morire, ma senza poter smettere mai di morire. Potremmo anche dire che Alien, la “cosa”, ma anche i morti che ritornano, gli zombi, dicono l’impossibilità di far coincidere il morire con l’essere morto. Morire non significa essere morto – ed è questa separazione tra il verbo ed il nome, ma anche tra l’evento e lo stato di cose, tra ciò che accade e ciò che è, a far sì che il “contrario” dell’essere vivi non sia semplicemente l’essere morti. Se la morte è esattamente ciò che rende impossibile morire, è qui che si definisce la soglia che separa l’umano e l’inumano, i mortali dalla “cosa”, la cosa non-morta. Ché il mortale deve rendere possibile la propria morte, e non può: perché egli non può morire, dal momento che morire significa, esattamente, «perdere la propria morte», perdere, ciò che in lei e per me la rendeva morte. Al mortale è precluso il morire. Al contrario, il non-morto, invece, è qualcuno, che sarebbe, ricorda ancora Blanchot, capace di «morire, malgrado la morte, in ogni momento, continuare come se nulla fosse con la morte». Morto, ha dimenticato di morire. Morto, cerca disperatamente di morire, ma la morte è ormai al di “qua”, e quindi gli è preclusa. Si tratta di una morte che non muore, che non può più esserlo, proprio in quanto è morta. Per questo la sua forza vitale: ma una vita che eccede la vita proprio in quanto non può più raggiungere, ritornare alla morte.

Resta un ultimo passaggio. Dove passa questa soglia? Dove morire ed essere morto si separano? Certo non sono distinte: i “non-morti”, gli zombi, la “cosa” che ritorna, non proviene certo da qualche altra parte, non è certo qualcosa che esista al di fuori di noi. La soglia attraversa l’umano stesso, lo divide al suo interno – è nell’umano, cioè, che c’è qualcosa di “non-morto”, c’è l’impossibilità di essere morto, la condanna alla ripetizione infinita del morire. Ma la soglia – diremmo, qui, metaforicamente – divide in fondo anche gli uomini tra loro, i loro atteggiamenti di fronte a questa separazione tra il morire e la morte. Non ci sono infatti i vivi, e poi i non-morti, o gli zombi. C’è, piuttosto, chi crede di vivere, perché ha dimenticato la propria morte e chi, credendosi morto, lotta invano per morire (Blanchot). A ciascuno, a questo punto, scegliere se credersi vivo o credersi morto.

 

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