LA FILOSOFIA DEI MORTI VIVENTI

143928673-575bddf7-e286-40ea-a64a-ae0708d617d2LUCREZIA ERCOLI

  1. Siamo tutti contagiati

Rick Grimes e i suoi compagni sopravvissuti, accerchiati da un gruppo di zombi, trovano rifugio nel Centro di Controllo Malattie della città di Atlanta. Il dottor Edwin Jenner, ultimo ricercatore sopravvissuto in una città ormai abbandonata e popolata solo da morti-che-camminano, dopo qualche esitazione li accoglie nell’edificio, uno degli ultimi con una scorta di energia elettrica per riscaldarli e sfamarli.

Ma il dott. Jenner non ha le risposte che il gruppo cercava: nel CCM tutti i ricercatori sono morti o fuggiti, il loro progetto di ricerca è fallito, non è stata trovata alcuna cura per fermare l’epidemia che ha devastato la Georgia e il mondo intero. Nessuna speranza di salvezza per loro stessi e per l’umanità intera.

Non solo. La struttura nella quale pensavano di aver trovato un porto sicuro ha i minuti contati: appena si esauriranno le energie di autoalimentazione, l’edificio del Centro di Ricerca subirà una procedura di “decontaminazione” e si autodistruggerà. Jenner propone ai superstiti di rimanere lì, di aspettare con lui una morte istantanea e indolore, l’unica via d’uscita da un mondo diventato ostile e inospitale.

Rick, però, non si arrende a questa eutanasia senza speranza e decide di fuggire dall’edificio prima che sia troppo tardi. Prima di lasciarlo andare con la sua famiglia, verso l’ennesima fuga tra gli zombi, il dott. Jenner gli sussurra poche parole all’orecchio che lo lasciano sconvolto.

Così si chiude l’ultima puntata della prima stagione di The Walking Dead, andata in onda il 5 dicembre 2010. La serie è stata un vero e proprio fenomeno internazionale che ha segnato l’immaginario della cultura pop degli ultimi dieci anni. Dopo le prime stagioni l’interesse della critica e del pubblico si è affievolito, ma la serie è proseguita, con un discreto seguito, per 11 anni, concludendosi nel 2022.

Soltanto nella seconda stagione è svelata al pubblico l’inquietante scoperta che il dott. Jenner aveva affidato allo sceriffo Grimes prima di consegnarsi alle fiamme: “It’s in our blood, we’re all carriers. È nel nostro sangue. Ne siamo tutti contagiati”.

Gli zombi – nella versione seriale che ha appassionato milioni di spettatori in tutto il mondo – non sono più una minaccia esterna. Non sono mostri violenti e contagiosi da cui possiamo nasconderci; non provengono da virus alieni che possiamo debellare con un vaccino. Gli zombi sono una minaccia interna che portiamo da sempre con noi, non possiamo liberarcene perché è già da sempre nel nostro stesso sangue.

Divenire-zombi – la trasformazione che ci rende macchine carnivore prive di coscienza, corpi in via di decomposizione privi di umanità, volti deformati privi di identità – non dipende da qualcosa che è fuori di noi, ma è una possibilità insita nel nostro DNA.

“Il male che c’è nel mondo – ha scritto il filosofo Salvatore Patriarca nel suo saggio The Walking Dead o il male dentro – il male che è sovrabbondante nel nuovo mondo è dentro l’uomo. È nel suo sangue, al suo interno, connaturato alla sua stessa essenza”. Tutti siamo zombi-in-potenza perché il male che più ci atterrisce proviene da noi stessi.

La rivelazione del dott. Jenner diventa paradigma ermeneutico per illuminare un mito dell’orrore contemporaneo. L’inquietante tangenza tra l’essere-umano e l’essere-zombi ci aiuta a capire l’incredibile successo di questi cannibali putrescenti che, negli ultimi decenni, hanno contagiato l’immaginario occidentale.

Anche se le sue origini affondano nelle ricerche etnologiche dei riti sciamanici nella lontana isola di Haiti, i living dead sono entrati nella cultura di massa statunitense: fumetti, film, romanzi, videogiochi, serie tv hanno raccontato queste moltitudini di esseri senza idee e senza mondo che camminano spinte da una pulsione cieca e distruttiva.

Dal romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson pubblicato nel 1954, alla trilogia cinematografica di culto di George A. Romero, lo zombi ci fa fare un giro “on the wild side”; è il Virgilio contemporaneo per attraversare il lato oscuro della nostra in-coscienza.

Lo zombi – figura indefinibile per antonomasia, né morto né vivo, né uomo né bestia – rappresenta i grandi tabù del mondo contemporaneo, rielabora il nostro inquieto rapporto con la coscienza, con il corpo, con la morte.

Il mostro, dunque, non è diverso da noi, ci è molto più familiare e vicino di quanto immaginassimo e sperassimo. Lo zombi non è semplicemente il non-umano, ma – al contrario – è la parte più primitiva dell’umano, il suo nucleo originario e ineliminabile che non vogliamo guardare. Lo zombi è il sintomo di un rimosso che torna a disturbare il tranquillo sonno della nostra civiltà.

  1. Il mondo dopo la fine del mondo

Le immagini di una città in rivolta – campo di battaglia di guerriglia urbana, esplosioni e sparatorie, scontri e violenze – si alternano a frame di volti tumefatti di zombie famelici e sanguinolenti. Al montaggio catastrofico fa da colonna sonora il brano The man comes around, uno degli ultimi pezzi incisi da Johnny Cash prima di morire. Il testo della canzone, non a caso, include molti riferimenti biblici all’Apocalisse e inizia così: “And I heard as it were the noise of thunder / One of the four beasts saying come and see and I saw.” “E ho sentito come il rumore del tuono / Una delle quattro bestie dice vieni a vedere, ed ho visto”.

È il potente inizio del film L’alba dei morti viventi di Zack Snyder del 2004, remake del capolavoro di George A. Romero del 1978. Il mondo alla rovescia infestato dai morti-viventi è un universo alternativo, ma tangente e speculare al nostro universo. L’apocalisse zombi non è altro che il nostro mondo dopo la catastrofe, è il futuro della nostra civiltà dopo il collasso.

Pensare il mondo dopo la fine del mondo è un esperimento mentale che ci consente di mettere in luce e di porre in discussione i punti cardinali intorno ai quali costruiamo la nostra vita individuale e collettiva. Secondo Maxime Coulombe nella sua Piccola filosofia dello zombie, i morti-viventi non sono solo una merce corrente della cultura di massa, ma un suo prodotto psichico che “indica le angosce e le paure della società occidentale molto più che le sue speranze e i suoi sogni”.

La narrazione horror che immagina un mondo che produce dentro di sé i germi del suo stesso annientamento non è semplice pornografia dell’orrore, ma strumento ermeneutico utile per disvelare una verità dormiente, un aiuto indispensabile per esorcizzare l’esperienza del disastro. Le storie che drammatizzano l’apocalisse non sono ludiche evasioni, ma preoccupanti profezie in cui scorgere le risposte alle domande che ci inquietano.

Nelle città in rovina risuona la nostra memoria ‘dal futuro’, il nostro manuale di sopravvivenza per scorgere il preludio di un nuovo possibile, la nostra chance per scrivere un finale diverso.

Lo zombi, infatti, non è altro che il figlio putrescente della metropoli, il prodotto di scarto della città industrializzata e tecnologicamente avanzata. Allora gli odori fetidi emanati da quei corpi putrescenti e senza coscienza – nella società occidentale ossessionata dall’igiene e dal controllo razionale – risvegliano i sensi di quella che Norbert Elias ha chiamato La civiltà delle buone maniere. L’abietto – come ci ricorda la filosofa Julia Kristeva in Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione– “è quel che turba un’identità, un sistema, un ordine”.

Gli zombi sono “eroi della democrazia di massa” ha spiegato Rocco Ronchi nel suo bellissimo saggio Zombie Outbreak. La filosofia e i morti-viventi. “Nel cuore della modernità risiede qualcosa di simile al divenire-zombie, […] l’appiattimento della soggettività e la difficoltà di vivere nuove esperienze segnano l’orizzonte della nostra condizione”. Vagano per le strade di città agonizzanti, assaltano centri commerciali e supermercati,e sopravvivono in uno stato catatonico e alienato come compulsivi consumatori “a una dimensione”.

La “nuda vita” dello zombi, come quella dell’homo sacer teorizzato da Giorgio Agamben, si fa chiara metafora politica e sociale del capitalismo occidentale. Lo zombi è un essere “vivente” ma non “esistente” perché la sua vita non ha valore, non ha mondo, non ha orizzonte progettuale, non ha comunità di riferimento.

Gli zombi non hanno volto, hanno corpi intercambiabili che esistono solo al plurale, in una massa indistinta e acefala che si muove senza direzione. La loro è una vita umana che ha perso la sua umanità e quindi non è più degna di essere vissuta e può essere eliminata senza commettere omicidio.

L’attrazione e la repulsione che proviamo per lo zombi come grado zero dell’umanità non è altro che il nostro maldestro tentativo di mettere a distanza di sicurezza qualcosa che siamo stati e che, da un momento all’altro, possiamo tornare a essere.

ENDOXA - BIMESTRALE Fantascienza FILOSOFIA

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