IL MANGIAEMOZIONI

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Quando tutto quanto era cominciato, Jimbo Meyer era poco più di un pennivendolo da strapazzo, uno scrittorucolo dallo scarso successo, che arrotondava con editing e copywriting a cottimo per qualche modesta casa editrice disposta a contrattualizzargli una salvifica prestazione occasionale.

Il tutto era stato talmente lento e graduale che i soggetti colpiti quasi non se l’erano nemmeno data, scivolando dallo stato “compos sui” al degrado zombie con tanta lentezza da abituarcisi strada facendo, finché non era stato troppo tardi per invertire la rotta e ogni scampolo di autocoscienza, o quasi, si era dissolto insieme alla rovina finale del loro quadro clinico.

Si diceva che la “zombificazione pandemica” fosse stata inflitta ai tre quarti della popolazione attraverso quella poltiglia bicolore fucsia e giallo fosforescente incapsulata in lattine dai disegni psichedelici, promossa dall’onnipresente slogan “EAT IT!”.

E infatti tutti o quasi tutti se l’erano sgarganellata, a tonnellate. Aveva venduto più dell’OKola, era stato il più grande successo commerciale nel settore alimentari dai tempi della prima macinazione della semola.

Alcuni laboratori in seguito rinvennero tracce prioniche all’interno del composto. Comunque era troppo tardi, la frittata ormai era stata fatta. Trasfusioni e lavande gastriche di massa erano servite a poco. Miliardi di forme di vita da mesi si trascinavano per le strade di tutti i centri abitati, infagottate dentro i medesimi vestiti che portavano al momento del tracollo, ormai logori, con espressioni vacue incorniciate da pallori verdognoli, trascinando i piedi a braccia tese e polsi molli, emettendo versi incomprensibili mentre un dito di bava giallastra solcava i loro menti disarticolati.

Jimbo Meyer era tra loro. Una mattina qualsiasi, allo squillo della sveglia, anziché sedersi davanti al computer come aveva fatto sino alla sera prima, sebbene sempre più faticosamente, per dattiloscrivere il solito articoletto settimanale da inviare in redazione, era stato preso dalla smania irrefrenabile di uscire di casa e girovagare senza meta, con la mente completamente obnubilata, senza conoscere neanche lui lo scopo di quell’impulso improvviso, almeno sino a quando non aveva incontrato un ragazzino nel parcheggio di un centro commerciale abbandonato da parecchi giorni.

Lo aveva condotto a lui l’odore di adrenalina, che ora, dopo la “trasformazione”, riusciva a percepire distintamente. Un odore vuoto, mai captato prima in vita sua, che però, già alla prima inspirazione, lo aveva obbligato a raggiungerne la fonte. Il teenager, spaurito e tremante, se ne rimaneva incantucciato dietro un cartellone EAT IT.

Aveva scostato il cartellone pubblicitario con un movimento goffo ma energico.

A proposito della cartellonistica, pressoché tutta aveva subito una correzione: sopra EAT a pennarello erano stati vergati degli HIT cubitali. Ora si leggeva “HIT IT!”. Pronuncia identica, cambiava il significato.

In effetti era tutt’altro che raro imbattersi in qualche cecchino (amatoriale o governativo che fosse) appostato sui tetti o dietro qualche finestra, pronto a centrare il ciondolante non-morto con una palla in mezzo agli occhi.

Jimbo si era ritrovato sotto il naso il quattordicenne mingherlino dagli occhi sgranati e le ginocchia raccolte davanti alla faccia. Si vedeva che non era ancora stato colpito dal morbo. Lo si capiva dall’incarnato roseo e dalla vivacità dello sguardo.

Neanche lui sapeva bene che cosa gli stesse capitando, ma a quella vista gli scattò qualcosa dentro, come un languore crescente, che ne dominava sempre più le azioni.

Si piegò sulla vittima e, senza che quello potesse opporre alcuna resistenza, gli afferrò la testa per tenergliela ferma e lo addentò sulla fronte con una forza tale da azzerarne all’istante ogni reazione, mentre una cascata di sangue rosso vivo gli scorreva giù fino a imbrattargli il volto terrorizzato.

I denti guasti di Jimbo seppero farsi spazio tra i tessuti dello sconosciuto, frantumando l’osso frontale e attingendo rapidamente alla pappa elastica che fino ad allora era stata protetta dalla scatola cranica.

Quando i suoi incisivi affondarono nel cervello del ragazzino, piccole scariche bioelettriche gli si irradiarono lungo lo smalto dei denti sino a scaricarsi sulle gengive. Addentò un grosso boccone di lobo temporale, che attaccò a masticare con tutta calma, raddrizzando la schiena. Più manducava e più si faceva strada in lui una strana sensazione: al sapore molliccio e vagamente metallico sotto i denti si accompagnava un’esperienza visiva che esplose tra le sue circonvoluzioni cerebrali, o quel che ne rimaneva, prima in un flash. Poi più proseguiva a mangiare e più si dettagliavano forme e colori.

Un campetto di periferia, un gruppo di ragazzini che giocano felici, il sole si versa su di loro come una pioggia di luce, due piedi che dribblano gli avversari in uno slalom frenetico, la porta che si avvicina, lo stacco del piede, tiro, gol! L’esultanza che impregna il ricordo come una spugna imbevuta di un liquido zuccherino.

Jimbo si rialzò dal pasto quasi tramortito.

Fu un fischio a interrompere quel suo scombussolamento. Si guardò alle spalle e, a una distanza di un paio di centinaia di metri, fece in tempo a intravvedere lo scintillio di una canna di fucile, prima che un secondo proiettile lo raggiungesse.

Nulla di grave, per fortuna. Una clavicola, presa di striscio.

Mentre zigzagava maldestramente, il cecchino fece ancora in tempo a bersagliarlo tre o quattro volte. Il ginocchio destro, l’anca sinistra, la quarta vertebra, un rene. Nessun punto vitale. Non doveva avere una gran mira, a quanto pareva.

Quel primo assaggio anziché saziarlo gli aveva aumentato la fame. Non era tanto un appetito di natura gastrointestinale però, piuttosto era fame di altre reminiscenze come quella che si era appena pappato insieme alle sostanze bianca e grigia.

Procedeva senza una meta. Fu un nuovo sentore a richiamare la sua attenzione, prima leggero leggero poi sempre più intenso, mano a mano che barcollava per il vicoletto che aveva imboccato a caso. Le sue narici si dilatarono in prossimità del grosso parallelepipedo di alluminio che stava fiancheggiando. Alzò il naso al cielo per raccogliere meglio l’odore appetitoso che si faceva strada in mezzo al tanfo di frutta marcita.

Dovette provare il salto due o tre volte prima di riuscire ad appendersi al bordo del cassonetto e dovette agitarsi a lungo prima di riuscire a ribaltarlo, mentre dal di dentro fuoriusciva una vocina femminile sempre più sottile e disperata: «Aiuto! No! Aiuto!».

Alla fine riuscì a scaraventare a terra l’enorme contenitore. I rifiuti organici si sparsero ovunque sull’asfalto, ma non erano quelli a interessargli. Si avventò su una montagnola semovente di bucce e foglie appassite. La scrollò fino a far spuntare da là sotto una vecchina blu dalla fifa. Aveva l’aria di una superstite allo stremo delle forze.

Stavolta fu una vera e propria scorpacciata per Jimbo: sì, risultava un tantino coriaceo al gusto, ma quel piccolo cervello sclerotico intrappolato dentro la testolina della signora gli riservò una profluvie di tracce mnemoniche. La visita domenicale al negozio di dolci la domenica mattina, ancora bimba, finite le funzioni, con un lecca-lecca bianco e rosso in mano. Il salto della corda in cortile con le amiche tra le risate argentine. Il bel soldatino che la fa donna in mezzo a un prato, al crepuscolo, l’umore dei fili d’erba che le si infila tra le cosce. Le nozze con il cugino di secondo grado e la torta mutlistrati alla panna. La nascita del primo figlio, a gambe larghe su un tavolo di marmo e il dolore che le strappa via il ventre. Il giorno della laurea del nipote. Il viaggio a Istanbul per festeggiare le nozze d’oro. La morte del marito, assalito dagli zombie in casa sua, mentre le sta dormendo accanto…

Da quando Jimbo Meyer si era svegliato in quelle condizioni, sentiva un vuoto profondo dentro di sé. Come se il morbo di cui si era ammalato, insieme a molte altre funzioni fisiche gli avesse portato via anche ogni briciolo di umanità.

Quei brandelli di vita rapinati alle sue vittime servivano a riempire quel vuoto. Ma non solo. Era come vivere le vite degli altri attraverso i loro ricordi migliori.

Un po’ come il suo lavoro da vivo. Allora però si limitava a immedesimarsi negli altri, non sapeva mai quanto adeguatamente. Ora divorava letteralmente le impressioni altrui, come se fossero sue. Non si identificava semplicemente in qualcuno, lo diventava, almeno per tutto il tempo che il frammento cerebrale impiegava a percorrere il tratto di stomaco e intestino fino a essere poi dissolto dallo spruzzo dei succhi gastrici.

Anche se la vecchina lo aveva soddisfatto più del ragazzo, nei giorni a seguire decise di puntare più sulla qualità che sulla qualità.

Girando per l’angiporto deserto, si procurò un’indigestione fatale con le storie immagazzinate da un marinaio in pensione. L’ultimo rutto che esalò sapeva di un’allegra baiadera dagli occhi bistrati che balla ancheggiando nuda al chiaro di luna.

ENDOXA - BIMESTRALE Fantascienza NARRATIVA

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