ZOMBISMO, COMPLOTTI E VACCINI, OVVERO DELLA RELAZIONE TRA PRIVAZIONE DELL’AUTONOMIA INDIVIDUALE, SUPERSTIZIONE, E DEMOCRATIZZAZIONE DELLA MEDICINA

addressing-conspiracy-theories-guide-for-teachers_0FLAVIO D’ABRAMO

Il caso storico dello zombismo haitiano, cioè del fenomeno superstizioso voodoo, e della corrispondente pratica schiavista basata sull’induzione di morte apparente, si presta bene ad illustrare il ruolo che le tesi complottiste sulla vaccinazione Covid 19 hanno assunto in relazione all’autonomia individuale. Cioè, che il ruolo irrazionale e superstizioso di tesi semplicistiche come quelle complottistiche o magiche tende a diminuire, in chi le ritiene vere, la capacità di decidere in autonomia, così come tende a neutralizzare proprio quei processi democratici che sono alla base della difesa del principio di autonomia individuale, della salute individuale e collettiva.

È indubbio che l’autonomia, cioè la capacità di prendere decisioni seguendo la propria volontà, i propri bisogni e desideri senza esser costretti o persuasi, sia un principio non solo della bioetica, ma anche dei regimi democratico liberali. Alcune convincenti versioni femministe della nozione di autonomia, come quella di Marina Oshana, insistono sulla “natura” relazionale ed affettiva dell’autonomia, cioè sul fatto che la capacità di realizzare sé stessi dipende in maniera sostanziale dalla relazione sociali, affettive e materiali con gli altri.

Lo zombi è figura chiave della mancanza di autonomia, specialmente se considerata in maniera relazionale. William Seabrook, che pubblicò nel 1929 The Magic Island, con cui venne traghettato il termine zombie nella letteratura anglofona, racconta della credenza diffusa che alcune persone fossero recuperate dalle loro bare, e che attraverso riti voodoo venissero rianimate per poi compiere, su ordine dello stregone, lavori pesanti nelle piantagioni di canna da zucchero. Nell’opera di Seabrook gli zombi, che lavoravano nei campi della Hasco, cioè la società statunitense che sfruttava il raccolto haitiano della canna e che riforniva di zucchero le classi abbienti americane ed europee, sono descritti con quasi tutte le caratteristiche poi riprese, decenni dopo, da registi ed autori come George Romero. Ma gli zombi, o meglio gli individui seppelliti in stato di morte apparente, erano soprattutto il soggetto dell’articolo 249 del codice penale haitiano, ci dice Seabrook per spiegare la superstizione, articolo che equiparava all’omicidio la pratica realizzata attraverso l’ingestione di sostanze soporifere, per indurre in stato letargico prolungato somigliante alla morte il malcapitato, per poi esser seppellito e dopo poco riesumato. La pratica descritta nel codice, alla base della superstizione haitiana degli zombi, ha tutta l’aria di essere una pratica di assoggettamento totale, più ingegnoso di quello consistente nella compravendita di esseri umani che ad Haiti aveva tristemente preso forme inconsuete e che venne abolita nell’ottocento. L’esperienza vissuta dai futuri zombi li induceva in uno stato semi vegetativo, occhi persi nel vuoto e faccia inespressiva. Potevano però ricevere ordini per lavorare senza sosta. “Dead man working scriverà l’autore di loro. Lo zombie è dunque colui privo di autonomia, mosso da finalità non proprie, soggiogato e schiavizzato. La negazione assoluta dell’autonomia. L’articolo 249 del codice penale haitiano, che a ben vedere corrispondeva all’articolo 246, mostra che lo zombismo era un modo estremamente articolato per schiavizzare. Nella cultura popolare lo zombismo era invece superstizione, magia, cioè pensiero irrazionale. Dunque, sia la pratica, schiavista, di indurre morte apparente, che la spiegazione di questo fenomeno come magia voodoo, procuravano entrambe una riduzione dell’autonomia individuale. Se nel caso delle persone schiavizzate si trattava della riduzione dell’autonomia fisica e psichica per esser ridotti a schiavi di piantagione, nel caso di chi credeva alla superstizione zombi, la riduzione di autonomia consisteva nell’impossibilità di poter comprendere il fenomeno per piuttosto ridurlo a fenomeno diretto da forze oscure, magiche e dunque governabili solo dagli stregoni. Una credenza superstiziosa che faceva perdere traccia dello svolgimento dei fatti, dei soggetti coinvolti e del contesto.

La narrativa complottista approssima quella superstiziosa. Con quella sulla distribuzione e inoculazione dei vaccini contro Sars-CoV-2 si è creduto al tentativo di soggiogare la popolazione con finalità malvagie e sconosciute, e con mezzi ipotetici o immaginari. Come per la spiegazione superstiziosa, anche la spiegazione complottista richiede uno sforzo cognitivo infinitamente minore rispetto alla comprensione di avvenimenti complessi che hanno caratterizzato la pandemia, e la cui comprensione richiederebbe ben altro sforzo. La campagna vaccinale, che in paesi come l’Italia ha drasticamente ridotto l’autonomia individuale, prima di tutto scardinando la necessità di utilizzo del consenso informato, cioè la pratica attraverso cui si comunica il funzionamento del farmaco somministrato e i suoi possibili rischi e benefici, è stata accompagnata da un fiume di teorie complottiste. Ma ridurre il funzionamento dell’industria farmaceutica al complotto crea una sua immagine semplicistica, e dunque fuorviante. Infatti l’aver segretato i contratti che l’Unione Europea ha sottoscritto con le case farmaceutiche e i dati sperimentali dei vaccini non corrisponde infatti a congiura. Ma soprattutto, la spiegazione complottista impedisce la comprensione dei fatti, cioè impedisce di capire i motivi che hanno portato ad una campagna vaccinale di questo genere, che vanno invece inquadrati in chiave storica, politica ed economica.

Una distinzione necessaria per risolvere il pensiero complottista consiste nel distinguere tra complotto e politica, soprattutto attraverso l’analisi della relazione costitutiva tra politica di potenza e biomedicina. Lo si voglia o no, è proprio il suo carattere politico, economico, e coloniale che fonda la medicina moderna, come ad esempio mostrano l’antropologa Margaret Lock e il medico Vinh-Kim Nguyen in An anthropology of biomedicine. I caratteri più contestuali, e comunque costitutivi della biomedicina, non cancellano tuttavia le sue altre virtù, come ad esempio la spiccata autoriflessione metodologica, la capacità di imparare dagli errori, il suo impatto sociale, e il suo carattere tendenzialmente cooperativo. La biomedicina è sempre stato strumento finanziato e usato da poteri politici e governativi per trarre vantaggio su altri paesi. Infatti, nonostante la biomedicina si dichiari neutrale, il suo sviluppo è sempre dipeso da programmi politici ed economici particolari, dove i brevetti, ad esempio, svolgono compiti geopolitici, come testimonia la battaglia combattuta all’interno dell’OMS per stilare la cosiddetta “lista di farmaci essenziali”. Questa lista, costantemente aggiornata, richiedeva la sospensione brevettuali di centinaia di farmaci, e venne strenuamente opposta dai paesi che possedevano i brevetti. Dopo alcuni anni di forti tensioni diplomatiche, i paesi in qualche modo costretti a cedere i loro brevetti, ottennero in cambio che le fondazioni filantropiche entrassero attivamente nei processi decisionali dell’OMS.

Farmaci come i vaccini o gli antibiotici conferiscono vantaggi ai governi che li producono e li immagazzinano. Il loro uso può risolvere un’epidemia in breve tempo, per tornare prontamente ai ritmi produttivi precedenti. I governi che controllano queste tecnologie possono inoltre imporre ad altri paesi un prezzo non negoziabile per accedere a tali farmaci, fino ad operare embarghi. O possono usarli in maniera diplomatica. Come mostra la storica della scienza Kendall Hoyt in Long shot, molta dell’innovazione biomedica legata ai vaccini usati in questi giorni venne raggiunta durante la seconda guerra mondiale, con il contributo sostanziale degli apparati scientifico-militari statunitensi. La stessa cosa vale per l’innovazione biomedica sviluppata dall’altra parte della Cortina di Ferro, cioè in Unione Sovietica e nei suoi paesi satelliti. Insomma, gli interessi che ruotano attorno all’uso di farmaci come i vaccini vanno ben oltre l’autonomia individuale. Anzi, strumenti come quelli del consenso informato, che scaturiscono da una storia di conflitti sociali che medici ed attivisti hanno mobilitato per contrastare tendenze autoritarie e paternaliste, possono confliggere proprio con interessi di carattere nazionalistico o geopolitico. Le battaglie per promuovere l’uso del consenso informato che nacquero nei paesi tecnologicamente più avanzati come Germania e Stati Uniti, ovvero lì dove gran parte della ricerca biomedica veniva fatta, costituirono la base di norme istituzionali di democratizzazione. Attraverso questi processi, che sortiscono un impatto fondamentale sugli organi regolatori, sul funzionamento della scienza, e sulla relazione tra scienza e società, viene lentamente, e costantemente, difesa la salute individuale e pubblica. Ne sono testimonianza le imprese di quelle che un tempo erano definite medicina industriale e medicina sociale, e di quelle che oggi sono la medicina occupazionale ed ambientale. Anche un bel pezzo di storia della bioetica ha sancito processi di democratizzazione della medicina.

Insomma, in momenti di conflittualità internazionale come quello che stiamo vivendo, diritti come quello dell’autodeterminazione, e le battaglie che hanno portato alla democratizzazione delle attività scientifiche ed industriali, ovvero verso la difesa della salute di comunità ed individui, sono visti come possibile impedimento al vantaggio strategico che gli stati acquisiscono con l’innovazione tecnologica biomedica. Dunque le proteste e le segnalazioni che le comunità sollevano per gli oneri causati dall’innovazione biomedica, ad esempio gli effetti collaterali dei vaccini, sono indicati come freno alla competizione internazionale, se non addirittura come ingerenza estera, fino ad arrivare alla critica dei sistemi di segnalazione delle reazioni avverse ai farmaci di cui si sono dotati gli apparati sanitari europei, ad esempio il sistema EudraVigilance.

A complicare ulteriormente il quadro, è il profitto attraverso cui procede l’innovazione tecnologica dei paesi a trazione capitalista. Associati al segreto industriale, i brevetti possono infatti impedire l’accesso alle informazioni necessarie per comprendere benefici e rischi di una specifica tecnologia. Questo vale in modo particolare per i prodotti biotecnologici rilevanti per la sicurezza nazionale, ad esempio gli anticorpi monoclonali, cioè una biotecnologia posta alla base dello sviluppo di molti vaccini, medicinali, e test diagnostici, e che da quando vennero inventati, negli anni settanta, furono al centro di arbitrati internazionali. Il primo, tra Regno Unito e Stati Uniti, generato su di un farmaco capace di contrastare l’influenza. Pur essendo stata sviluppata nei laboratori inglesi intorno al 1975, la prima applicazione venne brevetta nel 1978 da ricercatori statunitensi, brevetto che gli inglesi non riconobbero. Se nel 1978 le richieste brevettuali per prodotti medicali basati su anticorpi monoclonali erano nove, nel 2020 superavano le 18.000. Nel 2012 i dieci più redditizi prodotti terapeutici basati su anticorpi monoclonali valevano 120 miliardi di dollari. Dunque, i relativi interessi ed arbitraggi commerciali, oramai quarantennali, contribuirono ad incrementare la segretezza (industriale) dei processi di sviluppo biotecnologico, segretezza che oggi impedisce l’autonomia dei pazienti che potrebbero beneficiare di tali tecnologie proprietarie, o riceverle in ambito sperimentale. Segretezza legata al segreto industriale, ai possibili guadagni, e a precise agende geopolitiche, che ha riguardato proprio le informazioni dei trial clinici dei vaccini più diffusi durante la pandemia Covid-19, quando sono stati approvati in modalità fast track, con una tecnologia, quella mRNA, pensata proprio per risolvere le difficoltà di produzione a cui sono soggetti gli anticorpi monoclonali.

Insomma, la riduzione di autonomia individuale con cui è stata condotta la campagna vaccinale ha radici che affondano in processi politici, economici, e culturali. Così come per la superstizione dello zombismo, le tesi complottiste sui vaccini attribuiscono, erroneamente, super poteri a soggetti ed istituzioni che con i loro interventi impediscono l’autonomia individuale, tesi complottiste che possono arrivare addirittura a fungere da depistaggio. In gran parte dei casi, le tesi complottiste impediscono infatti la comprensione del fenomeno. Le spiegazioni della riduzione di autonomia individuale in ambito biomedico sono invece da cercare in ambiti come quello della storia della medicina, della storia coloniale e industriale, della bioetica, della teoria politica ed economica, e della storia della diplomazia scientifica. In ogni caso, la parola e le azioni di cittadini che riescono a mantenere i piedi a terra, cioè che innanzitutto interpretano tesi complottiste come mero fenomeno folcloristico culturale, possono attivare proprio quei processi democratici decennali che hanno fatto della biomedicina un servizio a supporto della salute individuale e collettiva.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA STORIA DELLE IDEE

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