LA LARVA E LA ZUCCA

6411318487_0d01d27fbdDOMENICO SCARAMUZZI

Ho letto da qualche parte che l’etimo di un termine è sempre così umido da far nascere attorno a esso una barba sempre verde di significati e di accezioni. A proposito di zombie, è proprio quel che fa al caso nostro.

Lascio da parte le notorie derivazioni creole ed esterofile della parola e mi attengo a lessici più vicini a noi. Dire ‘zombie’ è dire ‘spettro’.

Spectrum da specere: l’oggetto visto (visum) che si produce nel guardare o, grossolanamente, la ‘cosa’ che viene vista, e che non è detto che tutti vedano; ovvero la forma – la specie – che avvolge la cosa che si mostra, fermo restando che anche ciò che si mostra non è meno inquietante non solo o non tanto perché fa specie, ma soprattutto per la sua derivazione da monstrum, cioè dal portento sotto le cui specie la divinità manifesta e ammonisce. Insomma, zombie, spettro, mostro o come lo si voglia chiamare, si tratta sempre di una presenza strana e angosciante: fascinans et tremenda. Presenza che è altra rispetto alla figura con cui si presenta o, ancora meglio, una figura che dovrebbe essere altra da quella che vediamo o che ci aspetteremmo, ma che, invece, è proprio quella che fa specie dal momento che mostra qualcosa sotto le specie di altro.

Muréja: in molti dialetti garganici, compreso il mio, se non è sinonimo di zombie poco ci manca. Il termine, probabilmente, risente del latino lemures, corpi defunti o, più esattamente, larve di anime che, nonostante la morte, non trovano pace. Ora, importa poco se la ricorrenza dei Lemuri, che si celebrava a metà maggio, sia figlia o nonna dell’odierna festa di Halloween fissata a fine ottobre; ciò che conta è che queste ‘larvae’, come le zucche, affiorino dalla terra. E qui il pensiero già è dirottato verso quelle creature da Geenna la cui larva – alla lettera secondo il vangelo di Marco – non finisce e il fuoco non consuma mai definitivamente (cf Mc 9,48).

Spettri, Zombie, Murèje, Larvae, dunque, sono tutte figure sia di un morto vivente che di un vivente morto. Ma altrettanto inquietante – vi confesso – è il fatto che, nel voler commutare la frase per dare ad essa un certo effetto, non riesco a riferire il ‘vivo’ al participio presente di morire: infatti, dire un vivo morente sarebbe, in questo caso, una madornale sciocchezza, a meno che non lo si sostituisca subito con ‘mortale’ così come si fa per fumiganti esercitazioni sillogistiche in erba.

Ecco, allora, il problema: se costoro sono morti, com’è che sono ancora in vita? Sono vivi o sono morti? Sono morti che continuano a vivere o vivi che continuano a morire o, meglio, a vivere di una morte senza fine? E, se sì, come si fa a vivere della morte?

Lascio da parte il ri-tornare, il riapparire, il ri-sollevarsi o il ri-sorgere perché non sono tanto sicuro della direzione verso cui fa segno il reiterativo: se dalla morte alla vita oppure dalla vita alla morte. Al di là delle abitudini ufficiali e del pensiero dominante, la cosa – almeno a me e al momento – risulta assai difficile da stabilire. Come pure lascio da parte la Commedia dantesca sovraffollata più d’ogni altro mondo di spettri umani, bestiali, astrali e celesti.

Punto, invece, a rimarcare quella soglia sottile data tra il morire e il vivere; non una porta, ma l’apertura; anzi, proprio ‘niente’ come lo è la via-di-mezzo tra due vie che è una sola stessa unica via. Morte e vita, dunque, adesive e aderenti, spalla a spalla nella più semplice e schietta in-differenza. La vie la mort, come in un celeberrimo Seminario: lavitalamorte senza opposizione, senza trattini di congiunzione, non in alternativa, indistinte, senza slash ma pure senza confusione. Rubando le parole al dogma sulle due nature di Cristo si potrebbe dire “inconfuse, inconvertibili, indivise, inseparabili”.

No, non ci siamo persi. Anche la Bibbia ha le sue peculiari figure spettrali, il suo nutrito album di zombie, spettri e murèje. Li ha visti, sentiti e rincuorati Ezechiele. “Ecco, essi vanno dicendo: ‘Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti’. Perciò profetizza e annunzia loro: ‘Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele’” (Ez 37,11-12).

Si pensi, poi, all’amico Lazzaro che viene fuori ed è liberato dall’impaccio delle bende grazie all’alto grido di Gesù (cf Gv 11,43-44); oppure al giovinetto che fugge via lasciando cadere il lenzuolo nel Getsemani. Persino il Maestro, più volte e dai suoi, è scambiato per uno Zombie, tanto da doverli rassicurare dicendo: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Lc 24,39-40). E ciò sino a vedersi costretto a mangiare per dimostrare di non essere uno spettro, ma lo stesso (cf Lc 24,41-42).

In questi e in molti altri casi analoghi, si tratta evidentemente di eventi eccezionali, cioè di visioni profetiche che guardano lontano dal presente o, più di frequente, di sinistri miraggi su ciò che è visto o si dà a vedere.

Tuttavia, considerevole e degna di rilievo è un’altra tipologia evangelica di Zombie, quella che presenta una spettralità, per così dire, ordinaria, quella in cui l’accennata soglia nulla de lavitalamorte è davvero sottile, reversibile e permeabile al di là di ogni limite, senza passaggi di tempo né intervalli. Su di essa, molto spesso, Gesù ha intonato il suo lamento. Si badi bene: il “guai a voi” che riecheggia nei vangeli più che una minaccia, è l’espressione di un dispiacere funebre per quei morti viventi che gli venivano incontro quotidianamente.

Guai a voi, scribi e farisei, per la meticolosa cura dell’esterno del bicchiere con cui credete di essere assolti dall’oblio dell’interno (cf Mt 23,25). Guai a voi, guide cieche di ciechi (Mt 23,16). Guai a voi, ipocriti, simili a sepolcri imbiancati: all’esterno belli, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume; all’esterno giusti davanti alla gente, ma dentro pieni di ipocrisia e di iniquità” (Mt 23,28).

Da ultimo, gli spettri dei poveri, vale a dire quelle ombre per lo più invisibili non sullo sfondo lontano e remoto, ma dietro l’angolo vicino e prossimo: Zombie silenziosi della porta accanto. I latitanti non visti, gli omessi, gli inavvertiti, dei quali neppure le tracce significano qualcosa, che sono invisibili e mute alla grandeur chiccosa della società medio-bassamente e medio-altamente borghese.

Il problema si è venuto complicando più del previsto. Tagliamo corto: insomma, tra il povero Lazzaro (l’altro, quello della parabola) e il ricco epulone chi è lo zombie?

Come ho già detto, io non lo so perché non riesco a capire se l’uno e l’altro Zombie transiti dalla vita alla morte o dalla morte alla vita, anche perché ognuno di essi usa la stessa parola per avanzare richieste diverse: giustizia. Di fatto, non saprò mai, nemmeno con l’aiuto di Freud, se uno o l’altro Zombie sia intenzionato a vendicare la vita oppure a vendicare la morte. Quel che so di sicuro è che viene proprio a me e – come dice il poeta – “mi fa il verso”. Ne deduco, allora, che, prima e più che una risurrezione, quella dei poveri zombie è un’insurrezione in atto. D’altra parte, è scritto proprio così: “li avrete sempre con voi”.

Immagine: “San Lazzaro (Bologna), 28 novembre 2011, libreria Ulisse. Steve McCurry, lecture aperta al pubblico” by Il Fatto Quotidiano is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA TEOLOGIA

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