PENSARE GLI ZOMBIE E RI-PENSARE IL FINE VITA: IL CORPO, IL TEMPO E LA NON MORTE

twilight-of-the-dead-ultimo-film-incompiuto-george-a-romeroTULLIA PENNA

Perché scrivere di zombie?  Prima di questo, perché pensare gli zombie? Il numero di risposte possibili è considerevole, così come il loro contenuto: dalla riflessione sui simboli della cultura pop della non morte, passando da una riflessione sui diversi stati di coscienza e sul loro motore ultimo, per giungere quindi al tradizionale incontro/scontro tra dualismo e materialismo. Qualsiasi prospettiva si intenda assumere, il minimo comun denominatore rimane immutato e consiste nell’appartenenza dei non morti, e degli zombie in particolare, a un immaginario collettivo che si rinnova senza disperdersi da decenni. A partire dalla pellicola L’isola degli zombie (White Zombie) di Victor nel Halperin 1932, attraverso l’evoluzione offerta da George Andrew Romero con la saga inaugurata da La notte dei morti viventi (1968), il fascino oscuro (e ripugnante) degli zombie continua a mietere, almeno metaforicamente, le proprie vittime. Basti pensare all’adattamento televisivo del fumento The Walking Dead di Robert Kirkman, trasposto in una fortunatissima serie TV da ben 11 stagioni.

Certamente i connotati elementari dello zombie sono cambiati nell’arco di quasi un secolo dalla loro prima comparsa in versione caraibica ne L’isola degli zombie, quando le loro azioni, e anche i più elementari movimenti, erano frutto esclusivo di ordini impartiti da altri o, in ogni caso, cause esterne alla loro corporeità. Gli zombie di Halperin erano lenti, si potrebbe dire addirittura imbambolati, visto il loro essere vittima di riti voodoo, mentre i loro “discendenti” contemporanei sono sempre più spesso scattanti, quasi fulminei, e assolutamente efficaci nelle loro azioni di aggressione. I non morti, in una certa accezione, si sono quindi evoluti, pur rimanendo fermamente presenti, e anche attraenti, nel cuore della cultura pop occidentale. Gli zombie affascinano, attraggono e turbano le nostre menti o forse, per meglio dire, le perturbano. Il perturbante di freudiana creazione «è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare», che affonda le proprie radici in qualcosa che conosciamo, al punto da ritenerlo familiare, eppure ci lascia in un senso di terreo sbigottimento. Osserviamo gli zombie sullo schermo e ne riconosciamo immediatamente la struttura corporea, materiale, appartenente alla nostra stessa specie, eppure, nel medesimo istante, ci assale il senso di disagio perché alla familiarità segue il terrore.

Esattamente questa fase transitoria, questo momento di intuizione perturbata, ci concede uno dei tanti possibili spazi di riflessione sulla non morte e sulla morte stessa. In particolare, riconoscerci negli zombie e, al contempo, disconoscerli come nostri simili, ci spinge a porre in discussione alcune delle dicotomie che maggiormente diamo per scontate quando trattiamo di fine vita. Fine vita inteso come parentesi conclusiva, più o meno prolungata, ma pur sempre medicalizzata, dell’esistenza umana. Lo zombie, questo non morto che in parte richiama la vita (si muove, agisce, aggredisce), ma simboleggia la morte (putrescente, inanimato, privo di coscienza), può diventare dunque metafora efficace per interrogarsi sul rapporto stesso tra vita e morte, tra esistenza e non esistenza. Si tratta non certo di proporre un’ontologia zombica, ma di utilizzare lo zombie come lente di indagine e riflessione, anche minimamente provocatoria. Se i morti viventi de L’isola degli zombie possono essere interpretati, secondo Kasey Silem Mohammad, come metafora di una forza lavoro umana completamente alienata, i morti viventi in generale possono aiutarci (ammesso che ciò ci interessi) a porre in discussione alcune nostre certezze, non sempre del tutto consapevoli, rispetto al fine vita, a quel frangente che divide e unisce la nostra esistenza e la nostra non esistenza. Un frangente che assume significato filosofico e giuridico al contempo.

Lo spunto riflessivo che si intende proporre, suscitato dai non morti, da queste figure immaginifiche ricche di significati simbolici e metaforici, concerne appunto il porre in discussione alcune dicotomie legate al fine che vengono generalmente date per scontate nel sentire comune e riflesse, talvolta, nel dato normativo. Porre in discussione non per un afflato decostruttivo, ma con il genuino intento di interrare un modesto seme di dubbio. Quali sono dunque queste antitesi, queste contrapposizioni concettuali forti? Innanzitutto, e senza ripercorrere il vasto mare del dialogo tra dualismo e materialismo, possiamo constatare come il sentire comune, interrogato rispetto al concetto di identità, tenda a far prevalere il piatto della bilancia su cui si trova l’elemento psichico. In linea generale, una persona comune tenderà a rispondere alla domanda “chi sei?” con risposte inerenti alle qualità psichiche che pensi la connotino. Dagli elementi biografici ai tratti della personalità, difficilmente le risposte si soffermeranno in prima battuta sui tratti fisici, materiali, corporei. Ciò rileva anche rispetto al fine vita, quando chiamati a riflettere su quali siano i nostri desideri rispetto alla conclusione dell’esistenza, tralasciando l’elemento di fede rispetto alla continuazione della stessa in altra forma, siamo abitualmente spinti a far prevalere l’elemento incorporeo. Certo, in prima battuta ci soffermiamo a stabilire che vorremmo non soffrire, o che le sofferenze siano le minime e più veloci possibili, ma in generale ci riferiamo costantemente al concetto di qualità della vita. La qualità della vita si fonda, in sintesi, sulla possibilità e sulla nostra capacità di utilizzare a pieno le nostre funzioni cognitive di ordine superiore. Si tratti della capacità di muoversi autonomamente in modo complesso (praticare il nostro sport preferito), di svolgere compiti altamente organizzati (svolgere il proprio lavoro) o di comunicare compiutamente con il mondo esterno, tali funzioni assumono tutte un peso fondamentale nella definizione di ciò che riteniamo essere una vita di qualità. Il valore che attribuiamo loro è elevato perché profondamente connesso all’elemento psichico: poter continuare a comunicare e intessere relazioni con le altre persone non è rilevante perché ci interessa svolgere compiutamente una funzione di articolazione del linguaggio attraverso l’esercizio dei muscoli palatoglosso e genioglosso nel cavo orale. Quel che ci preme, e che ci spaventa perdere, è il significato psicologico attribuito alla funzione dell’articolazione del linguaggio, il suo riflesso emozionale e le conseguenze relazionali. In sintesi, attribuiamo un valore maggiore all’elemento mentale, rispetto a quello fisico.

Ci si chiederà: quale ruolo per i nostri zombie in questo contesto? Ebbene, se riflettiamo su quel senso del perturbante freudiano di cui prima si faceva menzione, ritorneremo sul punto dell’empatia che tendiamo a provare verso i non morti. Nel primo istante in cui appaiono sullo schermo, o tra le pagine di un libro, la sensazione è di riconoscerci in loro: possiedono una forma umana, benché piuttosto putrescente. Al di là della morfologia, sappiamo che nell’ambito della storia, che stiamo leggendo o guardando, lo zombie prima di assumere tale natura fosse una persona, una data persona. Prima di strisciare angosciosamente o scattare famelicamente, lo zombie è stato una persona. Come ci ricorda William Larkin, lo zombie ci pone di fronte alla continuità corporea di quell’individuo non morto, che riconosciamo come entità che è stata una persona e che continua a essere riconoscibile come tale perché a perdurare, seppur in decomposizione, è il corpo. Perché ci disturba tanto la visione dello zombie? Perché convoca quel senso di riconoscimento (il corpo è rimasto il medesimo, seppur in forma deteriorata) verso cui non sappiamo resistere di primo acchito, nonostante realizziamo che ogni elemento psichico sia assente in quell’individuo. Vale a dire che a continuare a esistere sia esclusivamente l’elemento materiale e non certo quello mentale.

Ci troviamo quindi davanti a una situazione paradossale, che Larkin per primo ha sottolineato: il senso generale ci spinge, intuitivamente, a definire un individuo sulla base della sua personalità e di elementi ultronei rispetto a quelli fisici, ma posti davanti a un morto vivente… la corporeità ci pone spalle al muro, costringendoci a riconoscerle, nella sua continuità irrealistica, un peso quasi identico. La relazione tra zombie e fine vita si costruisce su questo preciso punto: benché portati, anche inconsciamente, a sostenere che l’elemento psichico sia prevalente quando ci si trovi a riflettere sul fine vita, la dicotomia corpo – mente si fragilizza quando utilizziamo altre chiavi di lettura, portandoci ad ammettere che la continuità corporea dei non morti ci solleciti un senso di irrisolto. Un senso che affonda le radici in quel riconoscerci nell’umanità pregressa dello zombie, ma nel non riconoscerci nel suo spaventoso movimento inanimato, che ci perturba freudianamente.

Non è un caso, comunque, che riflettendo sul fine vita come scelta davanti a un disagio esistenziale insormontabile, Jean Améry sottolineasse l’algido e impersonale iper-tecnicismo della medicina, che reifica completamente il corpo sottoposto alla cura, tramutandolo in banale “chose”. Da raffinato fenomenologo Améry definiva i confini del suo io tracciando i confini del proprio corpo (“la superficie cutanea mi protegge dal mondo esterno”) e distingueva, rispetto alla morte, il terror (provocato dalla morte subitanea proveniente dall’esterno) e l’horror (la morte che inesorabilmente ci erode dall’interno). L’horror di Améry ci riavvicina, almeno semanticamente, ai nostri non morti e alla loro continuità corporea: “se devo avere fiducia, sulla pelle devo sentire solo ciò che voglio sentire”, ma gli zombie non hanno coscienza, non possono nutrire fiducia, né negarla. Tuttavia servono a noi come metafore (non)viventi per interrogarci su quale ruolo attribuiamo, anche solo istintivamente, alla nostra dimensione fisica, specialmente nel fine vita.

Ultimo spunto, sempre a proposito di dicotomie e assiomi, di zombie e di fine vita. Nonché di perturbante in senso freudiano. Siamo abituati a pensare alla morte in molti modi diversi, sui quali giocano la propria influenza le nostre convinzioni religiose, culturali e anche le circostanze storico-geografiche in cui nasciamo. In generale possiamo però affermare che la persona comune ritenga la morte uno stato, o una condizione, che si contrappone diametralmente alla vita. Dove vi è l’una, manca l’altra. Gli zombie ci aiutano a riflettere anche su questa dicotomia, collocandosi in una situazione frammista di morti viventi o di non morti. Ci ripropongono la continuità tra vita e morte di spinoziana memoria, che nega la natura assoluta di tali condizioni. Améry stesso, trattando della Freitod (morte libera), ritiene che il suicidio non consista in un esercizio della libertà, ma di un cammino verso la libertà, in un continuum tra ciò che e stato e ciò che non sarà. Così come Patrick Nerhot evidenzia rispetto al suicidio, contestando la diffusa concezione dicotomica tra un tempo “prima” e uno “dopo” la morte. L’istante del fine vite non è altro che un “salto”, un non tempo, che non ha né un prima, né un dopo. L’annientamento dell’essere non può esaurirsi quindi nella contrapposizione tra vita e morte, tra ciò che è stato e l’ignoto che seguirà. I non morti, in questo senso, ci aiutano enormemente. Sono metafore (non) viventi speciali per la nostra riappropriazione intellettuale del significato che abitualmente attribuiamo al tempo, al presupposto sui “agire” su di noi e sulle nostre condizioni.

Perché scrivere di zombie e fine vita, quindi? Per offrirci un supporto metaforico e immaginifico differente dalle consuete chiavi di lettura, per gettare dei semi di dubbio, ma anche per ricordarci l’importanza dell’immaginazione nella creazione intellettuale.

BIOTECNOLOGIE DIRITTO ENDOXA - BIMESTRALE

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