L’IMMORTALITÀ NEL SECOLO DELLE IDEE ASSASSINE

ROBERTO FESTA

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Gli anni della nostra vita sono settanta, e se si è robusti, ottanta
e il loro agitarsi è fatica vana: sì, passano presto e noi voliamo via.
Salmo 90 (89), 10 (traduzione di G. Ravasi)

 

Giancarlo Pajetta, il marxismo e il test dell’asteroide

Giancarlo Pajetta, uno dei più importanti dirigenti comunisti del secondo dopoguerra, era famoso per la sua sanguigna franchezza. Nel corso di un’intervista rilasciata in vecchiaia rivelò che talvolta, quando non riusciva a prendere sonno, era assalito dall’immagine di un grosso asteroide che piombava sulla Terra sterminando l’umanità. Questa possibilità faceva vacillare la sua fiducia nella capacità del marxismo di spiegare l’intera storia umana. Infatti, di fronte a catastrofi cosmiche di questo genere, il marxismo restava perfettamente muto.

L’incapacità di superare il test dell’asteroide non affligge solo il marxismo, ma anche le altre ideologie che si disputano la scena in questo inizio di millennio. Esse hanno sostituito la speranza cristiana nell’immortalità personale con la fede in qualche genere di immortalità olistica, cioè nell’immortalità di qualche totalità degna di venerazione. La lotta tra ideologie di diverso colore viene quindi condotta sul comune terreno delle totalità immortali. Gli adepti di qualunque ideologia si batteranno per la loro totalità prediletta: il nazionalista per la sua amata nazione, il comunista per l’umanità, il nazista per la razza ariana e l’ecologista per la vita sulla Terra. Il gran bazar delle ideologie esibisce una policroma varietà di totalità immortali. Peccato che da un momento all’altro possa piombare sulla Terra il grosso asteroide evocato da Pajetta, facendo esplodere i palloncini delle nostre ideologie e filosofie. Se mai accadrà, l’asteroide non colpirà all’improvviso. I nostri potenti telescopi ci permetteranno di determinare con grande anticipo il momento esatto in cui il film delle nostre vite si spezzerà. In quegli ultimi mesi, giorni e ore troveremo forse qualche istante per riflettere sui nostri sistemi di pensiero. Penseremo ancora che la realtà sia solo un gioco di Interpretazioni? Che esistano solo lo Spirito Assoluto, la Nazione, la Razza, l’Umanità Socialista, l’Essere nel Tempo o il Soggetto? Ci sforzeremo ancora di “decostruire” l’asteroide? O, invece, capiremo che l’asteroide è un duro fatto e che sarà lui a “decostruire” noi?

Kary Mullis, gli asteroidi e il riscaldamento globale

La possibilità che la storia umana si concluda repentinamente, in seguito alla collisione del nostro pianeta con un asteroide, è ben nota alla comunità scientifica, anche se pochissimi scienziati ne hanno fatto oggetto di riflessione. Uno fra questi è Kary Mullis, Nobel per la chimica nel 1993. Nella sua autobiografia, Ballando nudi nel campo della mente, Mullis non usa mezzi termini per denunciare, con quello stile sulfureo che manda in bestia molti colleghi, la nostra inclinazione a nascondere la testa nella sabbia.

“Siamo un pianeta più piccolo di Giove, ma siamo comunque un pianeta, ed è successo spesso che qualcosa ci cadesse addosso. Alcune di queste cose erano piuttosto grosse. Una di esse, 65 milioni di anni fa, è atterrata sulla costa di Baja e ha spedito sopra Kansas City un’onda alta quasi duecento metri. La polvere generata da quell’impatto ha oscurato la terra per un secolo, sterminando il 99 per cento delle specie viventi. […] Non sarebbe ragionevole che alcuni dei cervelli più brillanti di cui disponiamo si occupassero di questo problema? Sarebbe poco previdente trovarci, un giorno, a guardare il cielo ed esclamare: «Cazzo, siamo fritti!» [..] Domani ci arriveranno sulla testa tre comete e non ci possiamo fare un accidente. In seguito alla collisione, circa sei miliardi di persone morirebbero nel giro di uno o due minuti. Avremmo potuto prepararci con le soluzioni tecnologiche più disparate – soprattutto missili armati con bombe potenti – ma non abbiamo tenuto conto che la nostra esistenza su questo pianeta non è mai stata garantita. Non eravamo pronti. Ci siamo fatti distrarre dal piacere di essere i re dell’esistenza e gli inventori del pensiero. [..] È difficile sapere quale sarà esattamente la traiettoria di un asteroide finché non è davvero vicino, e ti sta prendendo di mira. Forse sarebbe una buona idea se facessimo un po’ più di attenzione. […] Non siamo più i topi d’albero che eravamo 65 milioni di anni fa, e i dinosauri non calpestano più la terra. Ma di fronte agli asteroidi siamo indifesi come lo eravamo allora. E la prossima volta che accadrà, dovremo […] piangere gli uni sulla spalla degli altri per la nostra tragica stoltezza. [corsivo nostro]”

La riluttanza di governi e scienziati ad affrontare il rischio asteroidi dipende – afferma Mullis –, dalla “nostra tragica stoltezza”, cioè dall’avere dimenticato che “la nostra esistenza su questo pianeta non è mai stata garantita”. Questa dimenticanza è frutto della mentalità scientifica contemporanea, segnata dal “piacere di essere i re dell’esistenza”. Perché mai – pensano molti scienziati –, le nostre menti meravigliose, in grado di svelare i misteri di oggetti immensamente piccoli, come i quark, e immensamente grandi, come i superammassi di galassie, dovrebbero arrabattarsi con banali oggetti di dimensioni intermedie, come gli asteroidi?

Gran parte degli scienziati condivide un tipico tratto dell’ideologia comunista, cioè la fede nell’immortalità dell’umanità, che non può certo venire spazzata via da un banale incidente cosmico. Almeno non nel prossimo futuro. Se l’umanità soccomberà nel giro di due o tre generazioni, sarà solo per colpa sua. Solo l’umanità può sterminare l’umanità! La spropositata considerazione del potere dell’umanità di turbare l’universo spiega perché gli scenari apocalittici dipinti dalle teorie antropiche del riscaldamento globale esercitino un fascino quasi invincibile. Kary Mullis fa parte della minoranza di scienziati che avversano le teorie antropiche. Senza entrare nel merito della disputa scientifica su entità, cause ed effetti del riscaldamento globale, desideriamo seguire Mullis nelle sue speculazioni sulle ragioni ideologiche che spingono scienziati e profani ad abbracciare le teorie antropiche.

“La gente viene terrorizzata all’incirca una volta al mese dai nuovi annunci provenienti dai portavoce di varie agenzie governative […]. Ci dicono che creiamo gas responsabili dell’effetto serra ogni volta che mettiamo in moto la macchina […]. Il fatto è che non ha nessun senso, alla luce della storia climatica del pianeta, parlare di catastrofici mutamenti di clima prodotti da attività umane. Cosa è successo negli anni Ottanta? [..] Qualcuno ci ha convinto che, visto che la maggior parte delle religioni hanno perso il loro fascino, ci siamo improvvisamente trasformati in dei? Che siamo diventati i padroni del pianeta e i custodi dello status quo? […] Ci stiamo avviando verso una nuova glaciazione, che sulla terra è una condizione climatica molto più frequente rispetto al relativo tepore che ci godiamo ora. Allora, chi si sta agitando tanto per il riscaldamento globale? […] I fan del riscaldamento globale – quelli che realizzano i programmi per le simulazioni climatiche […] – scrivono i programmi per i loro capi all’IPCC, prevedendo un riscaldamento imminente, la cui piena responsabilità deriverebbe dalle nostre emissioni. […] La temperatura terrestre dipende dalla forma e dalle dimensioni dell’orbita che essa segue attorno al sole, dall’angolo a cui il suo asse rotatorio si inclina sulla propria orbita, […] e Dio sa da cos’altro, ma non da noi. Noi siamo un sottile strato di muschio su un masso voluminoso. […] È perché abbiamo paura del buio o della morte che ci sentiamo costretti a farci grandi, e a sentirci re della creazione, padroni di tutte le cose, protettori del pianeta? […] Il comportamento più adeguato per un essere umano è quello di sentirsi fortunato di essere vivo, umile di fronte all’immensità del tutto. Magari facendosi una birra. Rilassatevi, e siate i benvenuti sulla terra. [corsivo nostro]”.

L’abbandono delle religioni tradizionali – suggerisce Mullis –, ha aperto la strada a pericolose superstizioni. Scienziati, ecologisti e politici di ogni tendenza si sono convinti che noi esseri umani siamo diventati i nuovi dei e, quindi, “i padroni del pianeta”. Questa convinzione, priva di qualunque fondamento razionale, è suscitata dall’incapacità di accettare la nostra finitudine. Poiché abbiamo paura del buio e della morte “ci sentiamo costretti a farci grandi, e a sentirci re della creazione, padroni di tutte le cose”.

L’immortalità sotto le bandiere del marxismo

I due esempi illustrati da Mullis, cui se ne potrebbero aggiungere molti altri, mostrano che le decisioni dei governanti e degli scienziati sono influenzate dalle loro idee sulla morte e l’immortalità – idee che fanno parte della loro concezione del mondo, cioè della loro ideologia. Come è noto, le tre maggiori ideologie del secolo scorso – cioè il nazionalismo, il socialismo e il nazionalsocialismo –, hanno conquistato il potere in moltissimi stati, con effetti talmente micidiali che lo storico Robert Conquest non ha esitato a descrivere il Novecento come Il secolo delle idee assassine.

L’idea assassina di maggiore successo è stata il socialismo, nella sua versione marxista. Con l’entusiastico sostegno di legioni di intellettuali, il marxismo è giunto a dominare più di un terzo dell’umanità. L’impossibilità di accedere agli archivi della Repubblica Popolare Cinese e di altri stati comunisti impedisce di determinare con esattezza il numero di morti causati dall’esperimento ideologico marxista. Sembra, tuttavia, del tutto improbabile che le vittime siano state meno di cento milioni. Si tratta di un massacro di enormi proporzioni, senza precedenti nella storia dell’umanità. In attesa che gli storici ricostruiscano i “modi di produzione” di questa montagna di cadaveri, possiamo riflettere su come si pensa alla morte e all’immortalità sotto le bandiere del marxismo.

Gli aspetti più appariscenti dell’immagine marxista della morte sono l’imbarazzo e l’elusione, atteggiamenti che si intravvedono già in Karl Marx. Molti studiosi che si sono occupati del barbuto filosofo di Treviri hanno notato che Marx mostra un’estrema riluttanza a parlare della morte. Escludendo alcuni cenni nell’epistolario, nelle più di diecimila pagine della sua opera omnia, Marx dedica alla morte solo tre righe, collocate nei Manoscritti economico-filosofici del 1844:

“La morte appare una dura vittoria del genere sull’individuo e una contraddizione della loro unità; ma l’individuo determinato è soltanto un ente generico-determinato, e come tale mortale.”

Depurata dal gergo hegeliano che affliggeva la scrittura del giovane Marx, questa frasetta ci dice che l’individuo è una semplice determinazione del genere e, in quanto tale, è inesorabilmente mortale. Non esiste, quindi, alcuna immortalità individuale.

L’imbarazzo dei marxisti di fronte alla morte è stato acutamente descritto dAll’apologeta cattolico Vittorio Messori. Nel suo volume Scommessa sulla morte, in un capitolo significativamente intitolato Uno scheletro nell’armadio dell’Est, l’autore racconta molti aneddoti sul modo in cui i marxisti al potere nell’Europa orientale, e i loro adoranti seguaci nell’intellighenzia occidentale, si sono misurati con il problema della morte. Per esempio, apprendiamo che nel 1968 Christa Wolf, la più famosa scrittrice della defunta Germania comunista, pubblicò un romanzo, Riflessioni su Christa T, che fu quasi immediatamente sequestrato per ordine della censura. L’accusa era gravissima: il romanzo era un attentato al governo socialista degli operai e dei contadini. L’orribile crimine era stato attuato scegliendo come protagonista una giovane donna che muore di leucemia a trent’anni. Con questa scelta la scrittrice insinuava che ci si può ammalare e morire anche sotto le bandiere del marxismo. Questo episodio, assieme a molti altri dello stesso genere, mostra come il silenzio marxiano sulla morte si sia trasformato in uno dei più inviolabili tabù del marxismo al potere. Le uniche morti di cui si può parlare liberamente in uno stato marxista sono le morti eroiche in difesa della patria socialista. Le altre morti, invece, vanno completamente ignorate. Per esempio, va bandito dalla pubblica conversazione ogni riferimento alla morte per malattia o per incidenti domestici. Soprattutto, è vietato diffondere notizie relative a suicidi, incidenti sul lavoro e disastri industriali. Persino i disastri naturali vanno passati sotto silenzio. Infatti, l’immagine di un terremoto che semina qualche centinaio di morti evoca l’inaccettabile possibilità che la gioiosa marcia verso la felicità universale possa essere rallentata dal persistente conflitto tra uomo e natura.

Coloro che ebbero la ventura di vivere agli albori della rivoluzione in Unione Sovietica si trovarono nella poco invidiabile necessità di sottostare a un obbligo e a un divieto apparentemente inconciliabili: l’obbligo di credere nel dogma della mortalità individuale e il divieto di parlare pubblicamente della morte di specifici individui. Oggi, grazie a due strepitosi volumi dello storico russo Nikolai Krementsov (Revolutionary experiments: the quest for immortality in Bolshevik science and fiction e A Martian stranded on Earth: Alexander Bogdanov, blood transfusions, and proletarian science), abbiamo una visione molto nitida di come politici, scienziati e uomini comuni pensavano alla morte e all’immortalità nell’Unione sovietica degli anni venti, in quel convulso decennio che intercorre tra la vittoria della rivoluzione bolscevica e l’affermazione del potere di Stalin. Lasciando al lettore il piacere di avventurarsi tra le pagine di questi due libri, ci limitiamo a ricordare alcuni momenti emblematici di quel clima ideologico.

La prima vicenda in cui le questioni relative alla morte e all’immortalità entrano prepotentemente sul proscenio politico è la morte di Lenin. A seguito dell’ictus che lo colpì il 25 maggio 1922, i dirigenti comunisti si resero conto che la morte del capo della rivoluzione poteva verificarsi in qualsiasi momento. Dopo una lunga agonia, Lenin morì il 21 gennaio 1924. Nei due anni che precedettero la sua scomparsa, la classe dirigente bolscevica non fu impegnata solo con la lotta per la successione, ma anche con un problema che appariva di enorme portata politica e ideologica. Cosa si sarebbe dovuto fare della salma di Lenin? Scartata l’idea di una normale sepoltura, restavano sul tappeto due opzioni: l’ibernazione e l’imbalsamazione. L’ibernazione era caldeggiata da un gruppo di dirigenti che, influenzati da alcuni eminenti scienziati, ritenevano che questa fosse la strada maestra per raggiungere l’immortalità – ovviamente, intesa in senso materialistico, come una vita indefinitamente lunga del corpo. Come è noto, si impose la scelta di Stalin: occorreva imbalsamare il corpo di Lenin, trasformandolo in una reliquia rivoluzionaria da venerare in un enorme mausoleo posto accanto al Cremlino.

Sullo sfondo di questa vicenda, si intravvede il mondo scientifico sovietico degli anni Venti, percorso da un fervore di ricerche biomediche tese alla ricerca dell’immortalità o, almeno, di un’eterna giovinezza. Le riviste di divulgazione scientifica e fantascienza diffondevano la notizia di queste ricerche tra masse immense di lettori. È in questo clima di “assalto al cielo” che alcuni grandi scrittori, a partire da Michail Bulgakov, si appassionano alle ricerche sull’immortalità. Krementsov mostra in modo convincente che Le uova fatali e Cuore di cane, i due famosi racconti di Bulgakov, letti dai censori sovietici e dai critici occidentali come opere di satira politica, erano anzitutto resoconti circostanziati della ricerche biomediche sovietiche. Questa era la nuova grande promessa del comunismo al potere: eterna giovinezza e immortalità per tutti. La vecchie credenze religiose nell’immortalità dell’anima e nella successiva resurrezione dei corpi, duramente avversate dall’ateismo di stato, erano sostituite da un nuovo traguardo, benedetto dalla scienza materialista: l’imputrescibilità dei corpi.

La più famosa vittima della ricerca dell’immortalità fu Aleksandr Bogdanov, il filosofo e politico che nei primi anni del Novecento aveva conteso a Lenin, da posizioni di estrema sinistra, la guida dei bolscevichi. Duramente sconfitto da Lenin, dopo la vittoria della rivoluzione Bogdanov ebbe rapporti conflittuali con la dirigenza bolscevica. Al termine di un breve periodo di detenzione fu liberato, a quanto pare su intervento di Stalin, e gli fu consentito di dedicarsi alla ricerca medica. Ebbe così la possibilità di partecipare alla grande corsa scientifica verso l’immortalità. Nel 1924, Bogdanov cominciò a praticare nuovi metodi per la trasfusione del sangue che avrebbero dovuto condurre a una sorta di comunità sanguigna immortale di tutti i cittadini russi. Ma il suo sogno di si trasformò presto in un incubo. Infatti, nel marzo del 1928, Bogdanov operò uno scambio di sangue con uno studente afflitto da malaria e tubercolosi. Lo scambio avrebbe dovuto beneficare entrambi, ma l’esperimento fallì. Bogdanov morì dopo quindici giorni di agonia, che descrisse con grande accuratezza, a beneficio della futura umanità. La grande falciatrice aveva vinto anche questa volta. Di lì a pochi anni avrebbe percorso in largo e in lungo tutte le repubbliche dell’Unione Sovietica con un’affilata falce d’acciaio, sulla cui lama risaltava, in eleganti caratteri cirillici, il nome di Stalin.

Una scommessa ragionevole sulla morte: la speranza cristiana nell’immortalità

Questo inizio di millennio è segnato dalla crisi di tutte le maggiori ideologie del Novecento. Con i loro dei, i loro santi, le loro reliquie, i loro rituali collettivi e l’enorme quantità di energie spirituali che hanno mobilitato, le ideologie del Novecento non sono state semplici sistemi filosofici. Si è trattato, piuttosto, di vere e proprie religioni politiche, come ebbe a notare, già nel 1938, Eric Voegelin. L’agonia delle religioni politiche del Novecento è certamente una bella notizia. Ma non occorre farsi illusioni. È improbabile che la fabbrica delle ideologie, inaugurata ai tempi dell’Illuminismo, chiuda i battenti. Nuove ideologie si profilano già all’orizzonte, a partire dall’ecologismo radicale con la sua violenta carica antiumanistica. Chi scrive nutre, tuttavia, la speranza che il declino delle religioni politiche del Novecento dischiuda nuove possibilità per quella che il sociologo della religione Rodney Stark chiama “vittoria della ragione”. Una ragione che si manifesta anche nella ragionevolezza della scommessa cristiana sulla morte e l’immortalità. Ma di questo, se ve ne sarà occasione, un’altra volta.

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