SULL’IMMORTALITÀ (UN MODESTO PARERE)

CARMELO VIGNA

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Che un essere umano aspiri all’immortalità, è cosa risaputa. Freud osservava (Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, in Opere, vol. 8, pp. 137 e ss.) che i suoi pazienti, gratta gratta, finivano per interloquire dal lettino vivendosi inconsciamente come immortali. Ora, che un essere umano si possa considerare immortale, è cosa comprensibile, e pure ragionevole, a certe condizioni; non è però qualcosa che si possa en philosophe (secondo chi scrive) propriamente dimostrare (cioè argomentare facendo vedere che l’opposto è impossibile). Detto in altri termini: a uno che mi dicesse d’esser convinto che dopo la morte, per dirla con una frase sarcastica di Sartre, noi siamo destinati a… “ingrassare i cavoli”, potrei anche dargli del depresso cronico, ma non potrei, a rigore, fargli vedere che la sua convinzione è falsa. Insomma, l’immortalità è qualcosa di credibile, dico io, cioè qualcosa in cui si può (ragionevolmente) aver fede (è una “verità di fede”, anche laica), ma non è e non può essere una “verità di ragione” (in senso forte). Provo ora dar conto di questa mia (modesta) veduta in proposito (Ho affrontato questo argomento anche parecchi anni fa in uno scritto per “addetti ai lavori”. Ne indico il riferimento bibliografico per chi volesse saperne di più: Nascere e morire come estremi dell’Io, sta in “Rivista di Filosofia Neo-scolastica”, 1984, n. 3, pp. 427-463).

Comincio con il rammentare che da tempo immemorabile, nonostante le nostre aspirazioni all’immortalità, ci diciamo “mortali” – di contro agli dei “immortali” -, perché vediamo tutti i santi giorni qualcuno che “se ne va”. Cioè che qualcuno tira le cuoia. D’altra parte, sempre da tempo immemorabile, sul fondamento dell’aspirazione all’immortalità, fior di filosofi si sono anche affannati a provare che siamo immortali, quanto alla nostra anima (Platone, Agostino, Tommaso, Rosmini ecc.). Troviamo di solito argomentazioni di vario genere per sostenere che lo “spirito” non muore.

Diverso è il discorso quanto al corpo. Nessuno si affanna a dimostrare che il nostro corpo è immortale. La continua esperienza di corpi che si corrompono basta a dissuadere chiunque abbia un po’ di buon senso dal pensare che il corpo non sia destinato, di suo, a decomporsi. Anche qui, gli esseri umani ne hanno comunque inventate di tutte per saltare l’ostacolo della comune esperienza che ci inchioda a un destino crudele. Si va dal pensare (gli antichi pagani) che resta pur sempre, dopo la morte, una qualche forma di corporeità (una sorta di “ombra” del corpo) al pensare che il corpo tornerà a vivere: per sempre e in modo “glorioso” (i cristiani, si sa, hanno fede nella “resurrezione della carne”).

Ogni tanto qualcuno sbotta, dicendo che non si è mai visto tornare indietro nessuno da questo supposto “al di là” (campi elisii, paradiso o inferno che sia). Eppure, fior di maghi fanno un sacco di soldi con sedute spiritiche, dove il contatto con i defunti viene assicurato. Molti poi credono spontaneamente nella sopravvivenza dei propri cari. E non solo quelli della religione del Libro (ebrei, cristiani e musulmani), ma anche quelli di altre religioni. Anzi sappiamo bene quanto i pagani antichi venerassero i propri antenati (i Lari, in quel di Roma). Ma poi il culto degli antenati si può dire presente in quasi tutte le culture a noi conosciute.

Per capire questa multiforme ambiguità dell’umana esperienza quanto al morire e a quel che ne segue, ossia all’immortalità dell’anima, bisogna intanto far capo, questa la mia convinzione, all’ambiguità essenziale in cui ci colloca il senso del tempo da noi vissuto. Infatti, non solo c’è un tempo dell’orologio e un tempo dell’anima, ossia c’è un tempo “naturale” e “tempo interiore” (e non sempre essi sono coincidenti), ma c’è anche un tempo raccontato e c’è chi racconta il tempo. Chi racconta il tempo poi è l’anima (o la coscienza). La quale, se racconta, sembra stare oltre il tempo, che è il regno del finito. C’è già qui la percezione interiore e profonda dell’immortalità.

Ma l’anima è solo qualcosa che è oltre il tempo?, ci si può chiedere. Certo, l’anima contiene il corpo (e il tempo che scandisce la vita del corpo), ossia ne è la forma sua. Ma possiamo pensarla esistere senza il corpo? Sì, dicono alcuni filosofi (per es. i metafisici, gli spiritualisti ecc.); no, dicono altri filosofi (i materialisti, gli ilozoisti ecc.). Noi dobbiamo ora occuparci dei primi, perché l’onere della prova dell’immortalità, se la si difende, spetta a loro.

Ebbene, il ragionamento di chi sostiene l’immortalità dell’anima suona a questo punto così: il corpo è mortale, perché si corrompe. Bene. Ma l’anima può essere pensata senza il corpo? Certo che può esserlo, anzi deve esserlo, si risponde da parte dei metafisici (ad es. Tommaso d’Aquino), perché essa contiene il corpo e non ne è contenuta (l’abbiamo già detto), ma soprattutto essa compie operazioni (come ad es. l’astrazione intellettuale) che sono indipendenti dal corpo. Ora, se l’anima non è corpo e può esser ben pensata come esistente senza il corpo, perché compie azioni senza il corpo, come può corrompersi? La corruzione è attributo di un corpo, non di una sostanza intellettuale. Dunque, l’anima umana è immortale.

Qui è lecito ancora chiedersi: incorruttibilità è proprio lo stesso che immortalità? In altri termini, se corruttibile è qualcosa che è destinato alla corruzione, una volta venuto al mondo, incorruttibile è qualcosa di non destinato alla corruzione, una volta venuto al mondo. Ma se non è destinato alla corruzione, si può dire perciò stesso immortale, una volta che immortale vuol dire che continua sempre ad esistere? Continuare sempre ad esistere, detto di qualcosa, non importa forse che quel qualcosa non può mai separarsi dall’esistenza? Ma se in quel qualcosa il rapporto tra essenza ed esistenza è necessario, come è possibile pensare che abbia cominciato ad essere? Prima difficoltà. Non si scivola così dall’immortalità all’eternità?

E ancora. Se il rapporto di qualcosa all’esistenza sua è necessario, ciò vuol dire che è impossibile separare il qualcosa dall’esistenza sua. Una separazione siffatta sarebbe una contraddizione in termini. Se poi questo è impossibile, nemmeno un Dio potrebbe eliminare questo nesso. Che dunque non dipenderebbe da Dio. Se poi non dipendesse da Dio, quel qualcosa si dovrebbe necessariamente trattare come un che di assoluto (ab-solutus, appunto, da Dio). Ma dire che qualcosa è assoluto nel suo esistere sarebbe lo stesso che dire che è… Dio.

Per evitare questa conseguenza, Tommaso d’Aquino usava distinguere tra potentia ad non esse (propria della sostanze composte di materia e forma) e vertibilitas in nihilum (attribuibile anche alle sostanze semplici). La prima importa (interna) corruzione, la seconda (esterno) annichilamento. Ora, la vertibilitas in nihilum comporta in ogni caso la separabilità dell’esistenza dall’essenza di qualcosa. Ciò significa che la sostanza semplice (come l’anima separata dal corpo), che pure non è destinata a perire, può però perire per intervento di Dio. Solo che Dio, dice spesso Tommaso, non toglie alle proprie creature ciò che ha loro dato creandole. E allora, se ha messo in cuor loro il desiderio d’immortalità, come fa poi a negargliela, l’immortalità? Desiderium naturae non est inane, ogni tanto ripete (ad esempio qui: Summa theologiae, P. Ia, q. 75, a. 6: “ … ogni realtà desidera essere, secondo la sua maniera. Ora, il desiderio nelle realtà capaci di conoscere segue la conoscenza. Il senso non conosce se non il qui e l’ora; ma l’intelletto apprende l’essere in senso assoluto e secondo ogni tempo. Ne viene che tutti quelli che hanno intelligenza desiderano naturalmente d’essere sempre. Ma il desiderio naturale non può essere inefficace. Dunque, ogni sostanza intellettuale è incorruttibile”. La traduzione è mia).E non ha tutti i torti. Ma perché un argomento di questo tipo valga, bisogna credere in un Dio d’amore. Il teologo Tommaso può farlo agevolmente. Non può farlo agevolmente il filosofo o chi volesse solo attenersi ad argomenti di natura filosofica (in senso forte).

Ecco perché all’inizio dichiaravo la mia (modesta) convinzione intorno all’indimostrabilità dell’immortalità dell’anima umana. Come ora dovrebbe parer chiaro, all’immortalità dell’anima ci credo, eccome! Solo che, appunto, soltanto ci credo, en philosophe, non so se l’anima sia immortale o mortale. Detto in altri termini: nel merito resto  problematico quanto al sapere; sono nella certezza quanto alla fede (cristiana). Solo un Dio d’amore, mi pare, può realmente garantire che il desiderio consegnato al mio cuore non sia mai tradito.

 

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