GIOCHI DI MISERICORDIA TRA TERRA E CIELO

ROBERTO FESTA

creation

La Natura, rossa di zanne e di artigli.

Alfred Tennyson, In Memoriam A.H.H.

Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà […], che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato.

Esodo 34, 6

Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.

Luca 6, 36

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Matteo 5,7

 

Radicata nella terra e protesa al cielo. Con la bolla Misericordiae Vultus dell’11 aprile 2015, Papa Francesco decideva di dedicare alla misericordia l’Anno Santo che sarebbe iniziato nel dicembre di quell’anno. Il volto della misericordia, evocato nel titolo della bolla pontificia, è tanto affascinante quanto enigmatico. Senza alcuna pretesa di dissipare tutti gli enigmi della misericordia, proponiamo qualche riflessione sulla sua natura ed evoluzione.

Il temine “misericordia” deriva dal latino misericordia, composto di misereri (aver compassione) e cor (cuore). A questa etimologia si ricollegano gli svariati significati attribuiti a “misericordia” nell’uso corrente. Per esempio, il dizionario Sabatini Coletti definisce la misericordia come un “sentimento di compassione e pietà per l’infelicità e la sventura altrui che induce a soccorrere, a perdonare”. Secondo questa definizione, la misericordia ha un lato interiore e passivo (il sentimento di compassione) e un lato esteriore e attivo (soccorrere, perdonare). La connessione tra i due lati della misericordia è sinteticamente descritta nel dizionario Treccani, ove la misericordia viene definita come un “sentimento di compassione per l’infelicità altrui, che spinge ad agire per alleviarla” (corsivo nostro). Da queste definizioni emerge l’idea che il sentimento di misericordia tenda a produrre quelle azioni che, nella tradizione cattolica, vanno sotto il nome di opere di misericordia. Poiché tali opere richiedono spesso l’impegno coordinato di molti individui, a partire dal tardo Medioevo si cominciò a usare “misericordia” come una denominazione generica delle confraternite organizzate per assistere gli ammalati e seppellire i morti. Le definizioni appena formulate associano la misericordia alla compassione, alla pietà e al perdono. Inoltre, le nostre tendenze misericordiose appaiono in stretta relazione con la carità, l’empatia, la benevolenza, la cooperazione e l’altruismo. Nelle pagine che seguono suggeriamo che la misericordia è radicata nella terra e protesa al cielo, nel senso che l’albero della misericordia affonda le radici nel terreno dell’evoluzione biologica dell’uomo e proietta i suoi rami verso il cielo, cioè verso Dio.

La Natura, rossa di zanne e di artigli. Alfred Tennyson (1809-1892), uno dei più famosi poeti inglesi del suo tempo, era profondamente interessato agli sviluppi della scienza e, in particolare, della biologia. Nel poema In Memoriam, scritto per commemorare Arthur Hallam, il suo migliore amico, morto improvvisamente a causa di un’emorragia cerebrale, Tennyson rappresenta la natura come un congegno meccanico senz’ombra di misericordia. Con un espressione destinata a divenire famosa, parla di una “natura rossa di zanne e artigli” (Nature, red in tooth and claw), dove tutte le creature muoiono e alcune lo fanno in modi atroci, divorate da grossi predatori o consumate dai parassiti. Come ha osservato il famoso evoluzionista Stephen Jay Gould, l’espressione coniata dal poeta inglese fu subito adottata dai primi entusiasti seguaci di Darwin come una “descrizione canonica” dell’evoluzione. Recentemente, però, l’adeguatezza di questa sanguinaria immagine della natura è stata posta in dubbio da molti scienziati. Per esempio, Martin Novak (Supercooperatori. Altruismo ed evoluzione) sostiene che l’evoluzione non è guidata solo dai principi darwiniani della mutazione e della selezione ma anche dalla cooperazione e dall’altruismo. In questi ultimi decenni sono state fatte molte ricerche sulla straordinaria varietà delle forme di cooperazione altruistica negli animali. Vale la pena considerare, a titolo di esempio, due sorprendenti casi di altruismo osservati nei vampiri e nei bonobo.

Vampiri altruisti e bonobo compassionevoli. Il vampiro comune di Azara, scientificamente noto come Desmodus rotundus, è una varietà di pipistrello diffusa in diverse zone del Sud e Centro America. Ogni notte i vampiri escono dai loro ripari, collocati di solito nelle cavità di grossi alberi, per andare a caccia. Trafiggono con i loro denti affilatissimi la pelle di qualche grosso mammifero addormentato, gli suggono il sangue senza svegliarlo e tornano col ventre pieno al loro riparo, per trascorrervi il giorno. La caccia non è sempre coronata da successo e spesso accade che un vampiro debba tornare a stomaco vuoto. Si tratta di un’eventualità molto pericolosa, poiché i vampiri non possono trascorrere più di due notti di seguito senza cibo. All’inizio degli anni settanta l’etologo Gerald Wilkinson scoprì che i vampiri riducono il rischio di morire di inedia ricorrendo a una strategia molto efficace: il vampiro fortunato nella caccia rigurgita il sangue nella bocca del compagno che non è riuscito a trovare un pasto durante la notte. L’aspetto più interessante di questa condivisione alimentare è costituito dal fatto che piuttosto spesso i vampiri che ricevono il sangue non hanno alcun rapporto di parentela con i donatori. La donazione di sangue rappresenta, quindi, una forma di generosità verso estranei. Lungi dall’essere indiscriminata, tale generosità è regolata dalla reciprocità. Infatti, i vampiri sono in grado di riconoscere i membri del gruppo e tendono a condividere il cibo solo con coloro che in precedenza si sono comportati generosamente. Con riferimento alla strategia di cooperazione reciproca dei vampiri, fondata sullo scambio di favori, alcuni biologi hanno parlato di altruismo reciproco e altri di egoismo illuminato. Queste espressioni non vanno però intese in senso letterale, poiché i termini “altruismo” ed “egoismo” indicano azioni coscienti ispirate da emozioni di vario genere, mentre le strategie del Desmodus rotundus hanno carattere puramente istintivo.

Strategie di cooperazione reciproca del genere appena descritto vengono adottate anche da molte altre specie di animali. Tuttavia, se vogliamo imbatterci in comportamenti autenticamente benevoli, cioè inequivocabilmente governati da un alto livello di coscienza ed empatia, dobbiamo osservare la meno conosciuta delle scimmie antropomorfe, cioè il bonobo. A lungo considerato una varietà di scimpanzé, il bonobo è stato riconosciuto come specie distinta solo nel 1933. I bonobo sono più piccoli degli scimpanzé dai quali si distinguono anche per il colore nero del muso e i ciuffi di peli alla sommità della testa. Negli ultimi decenni si è scoperto che, a dispetto della loro somiglianza fisica, tra gli scimpanzé e i bonobo vi sono enormi differenze comportamentali. Infatti, gli scimpanzé rivelano una formidabile aggressività, che raggiunge spesso vertici di compiaciuta malvagità. Per esempio, si è osservato che da un incontro casuale nella boscaglia fra due scimpanzé che non si conoscono di solito ne esce vivo al massimo uno. Al contrario, i bonobo mostrano una straordinaria mitezza, che si manifesta in azioni benevole anche nei confronti di animali appartenenti ad altre specie. Il primatologo Frans de Waal (La scimma che noi siamo) descrive una commovente prova di benevolenza offerta da un bonobo:

“Una bonobo di nome Kuni allo zoo Twycross in Gran Bretagna vide uno storno sbattere contro il vetro del suo recinto e andò a soccorrerlo. Dopo averlo raccolto tramortito, Kuni lo rimise delicatamente in piedi e poiché non si muoveva, provò a spingerlo pian piano, ma l’uccellino agitava a malapena le ali. Allora, con lo storno fra le mani, Kuni si arrampicò sulla cima dell’albero più alto, avvinghiandosi al tronco solo con le zampe così da avere le mani libere per reggere l’uccellino e, una volta in cima, gli dispiegò con cura le ali, gliele aprì del tutto, tenendo tra le dita un’ala per mano, prima di lanciarlo come si fa con un aeroplanino, al di là della barriera del recinto. Ma l’uccello cadde a un passo dalla libertà e atterrò sulla riva di un fossato. Kuni ridiscese e rimase in piedi a sorvegliare lo storno per un bel pezzo, per proteggerlo dalla curiosità di un giovane bonobo. Alla fine della giornata, l’uccello si era ripreso ed era volato via sano e salvo. Il modo in cui Kuni aveva trattato l’uccellino era sicuramente diverso da quello che avrebbe adottato per venire in aiuto a un’altra antropomorfa, perché invece di seguire un modello di comportamento programmato, aveva adattato il suo intervento alla situazione specifica di un animale totalmente differente da lei. Doveva quindi essersi fatta un’idea di che aiuto fosse necessario osservando gli uccelli che passavano per il suo recinto. Questo genere di empatia è quasi ignoto tra gli animali, poiché dipende dalla capacità di immaginare le circostanze in cui si trova un altro essere.” (Corsivo nostro)

Una specie cooperativa. Noi esseri umani condividiamo con le scimmie antropomorfe una forte tendenza alla cooperazione e, in particolare, siamo geneticamente molto vicini ai bonobo, con i quali condividiamo una spiccata capacità empatica. Le nostre tendenze cooperative ed empatiche sono radicate nella nostra storia evolutiva: siamo nati con impulsi che ci spingono a cooperare con altri esseri umani e a prenderci cura di loro. Tuttavia, la socialità umana ha caratteri peculiari, non interamente riconducibili alla nostra natura animale. L’idea che l’uomo fosse un animale sociale fu avanzata molto tempo fa da Aristotele. A più di due millenni di distanza, le scienze umane hanno messo in luce che l’uomo è un animale sociale sui generis, caratterizzato da una spiccata e persistente tendenza alla cooperazione. Come osservano gli economisti Samuel Bowles e Herbert Gintis (A Cooperative Species. Human Reciprocity and Its Evolution), l’homo sapiens è “una specie cooperativa”. Un aspetto distintivo della propensione umana alla cooperazione consiste nella tendenza a interagire pacificamente con un gran numero di individui, ben al di là della ristretta cerchia dei famigliari, dei parenti e degli amici. La natura generalmente cooperativa dei rapporti che gli esseri umani intrattengono con un gran numero di estranei costituisce un tratto peculiare della cooperazione umana, che differenzia l’homo sapiens da tutte le altre specie animali. Un impressionante esempio dell’estensione ed efficacia della cooperazione tra estranei è dato dagli innumerevoli scambi sui quali si basano le moderne economie di mercato. Mentre il carattere pervasivo della cooperazione umana è attestato dall’esperienza quotidiana di ciascuno di noi e ampiamente documentato dalle scienze sociali, la spiegazione della cooperazione appare tutt’altro che semplice, al punto che alcuni studiosi hanno parlato di enigma della cooperazione. Vedremo ora che uno fra gli aspetti più enigmatici della cooperazione umana è connesso alla razionalità umana, cioè al fatto che gli esseri umani possono decidere razionalmente come comportarsi.

Giochi di altruismo. Nella vita quotidiana dobbiamo prendere decisioni di ogni genere. Per esempio, prima di uscire di casa per recarmi al lavoro devo decidere se prendere, oppure no, l’ombrello. Mentre questa decisione coinvolge solo me, vi sono decisioni che coinvolgono anche altri. Aiuterò, oppure no, il mio condomino a spalare la neve dalla porta del suo garage, nella speranza che mi ricambi il favore? La mia decisione dipenderà dalle mie attese circa la sua decisione. In generale, diremo che due individui sono impegnati in un’interazione strategica quando ognuno di loro decide sulla base di ciò che si attende faccia l’altro. L’analisi delle decisioni razionali che si dovrebbero prendere nell’ambito di interazioni strategiche va sotto il nome di teoria dei giochi. Il gioco del prigioniero, che deve il suo nome alla storiella con cui venne inizialmente illustrato, fu descritto nel 1950 dal matematico canadese Albert Tucker. La fama del gioco si deve all’inquietante circostanza che la combinazione delle decisioni razionali dei giocatori conduce a un disastro collettivo. Una fra le molte versioni del gioco del prigioniero è costituita dal gioco dello scambio a distanza, che ora descriveremo.

I collezionisti Tizio e Caio scoprono su un forum online di possedere entrambi un doppione di un pezzo che manca all’altro e convengono di scambiarsi i doppioni per posta. Ora devono decidere se mantenere fede, oppure no, al proprio impegno, cioè se spedire o meno il proprio doppione al collega. Nel linguaggio della teoria dei giochi queste azioni vanno sotto il nome, rispettivamente, di cooperazione e defezione. Alla fine del gioco, ciascun giocatore otterrà una ricompensa determinata dalla sua azione e da quella del collega. Per fissare le idee, supponiamo che entrambi i giocatori attribuiscano un valore pari a 2 a un pezzo mancante e un valore pari a 1 a un doppione. Se Tizio e Caio sono egoisti razionali, desiderosi di massimizzare la loro ricompensa, quale decisione prenderanno? Per rispondere a questa domanda ti conviene metterti nei panni di Tizio. Ti renderai allora conto che, qualunque sia la decisione di Caio, non hai alcuna ragione per cooperare, privandoti del tuo doppione. La tua decisione razionale sarà quindi la defezione. D’altra parte, sei consapevole che Caio arriverà alla tua stessa conclusione. Ciò significa che defezionerete entrambi: nessuno di voi due spedirà niente e, quindi, nessuno riceverà niente, cosicché la vostra ricompensa sarà pari a 0. Siete così incappati in un disastro collettivo, cioè in un esito del gioco molto insoddisfacente per entrambi. L’analisi appena formulata suggerisce due imbarazzanti conclusioni: (1) l’egoismo razionale dei giocatori li conduce inevitabilmente al disastro collettivo; (2) solo l’irrazionalità può salvarli dal disastro, nel senso che l’esito del gioco sarà soddisfacente solo se entrambi i giocatori prenderanno la decisione irrazionale di cooperare: in tal modo, infatti, entrambi si priveranno di un doppione di valore 1 ma riceveranno un pezzo mancante di valore 2.

Mentre sembra impossibile sfuggire alla prima conclusione, la plausibilità della seconda è dubbia. Infatti, una sterminata quantità di ricerche ha mostrato che gli individui alle prese con interazioni sociali del tutto simili al gioco del prigioniero manifestano una spiccata tendenza alla cooperazione. Questa circostanza suggerisce che gli esseri umani sono un po’ diversi dal tipo ideale dell’egoista razionale presupposto dalla teoria dei giochi. Forse non sono perfettamente razionali e neppure totalmente egoisti. L’ipotesi dell’irrazionalità può spiegare solo in piccola parte la tendenza alla cooperazione nel gioco del prigioniero: infatti, pochi individui sono così stupidi da non comprendere che la decisione razionale è data dalla defezione. Una buona spiegazione del carattere pervasivo della cooperazione nel gioco del prigioniero viene invece suggerita dall’ipotesi dell’altruismo, secondo la quale gli individui coinvolti in interazioni sociali con estranei sono, di solito, altruisti razionali, cioè individui razionali mossi (non solo ma anche) da motivazioni altruistiche.

La spiegazione altruistica della cooperazione può venire così formulata. Un’azione altruistica è un azione mediante la quale un individuo paga un costo per recare qualche beneficio a un altro individuo. Per esempio, nel gioco dello scambio a distanza, la cooperazione è un’azione altruistica, mentre la defezione non lo è. Se Tizio e Caio sono mossi anche da motivazioni altruistiche, allora la ricompensa che otterranno in ciascuno dei possibili esiti del gioco non sarà determinata solo dal valore dei pezzi ceduti e ricevuti. Per esempio, se Tizio è mosso da motivazioni altruistiche, terrà conto anche del benessere di Caio e proverà piacere pensando al piacere che proverebbe Caio nel ricevere un pezzo mancante. Il piacere altruistico di Tizio diventerà, quindi, un ingrediente della ricompensa da lui ottenuta spedendo il suo doppione a Caio. In tal modo la struttura del gioco cambierà in modo sostanziale, rispetto all’originale versione egoistica sopra descritta, e nel nuovo gioco – che potremmo chiamare gioco di altruismo –, la decisione razionale di entrambi i giocatori sarà la cooperazione.

Giochi biblici di misericordia. All’inizio di questo contributo si è affermato che le nostre tendenze misericordiose sono in stretta relazione con l’altruismo. È però opportuno ricordare che, diversamente da “misericordia”, il termine “altruismo” non fa parte della tradizionale terminologia teologica. Si tratta, infatti, di un termine coniato nel 1851 dal filosofo positivista Auguste Comte. Il significato letterale della parola francese altruisme, tratta da autrui (“altri”), è “per gli altri”. Comte introdusse questa parola nell’ambito di una riflessione schiettamente secolare, ispirata dalla fiducia nella progressiva affermazione di una morale universale, senza alcun fondamento religioso. Si può quindi comprendere l’iniziale riluttanza dei teologi cristiani a usare il termine “altruismo”, che entrò solo gradualmente nel linguaggio cristiano, fino a venire identificato con i concetti di amore benevolo (agápē) e misericordia.

Comte considerava l’idea che gli uomini siano altruisti per natura come una delle sue più grandi scoperte scientifiche, destinata a soppiantare l’insegnamento teologico tradizionale secondo il quale gli uomini sono egoisti e peccatori per natura. Mentre la convinzione comtiana che gli esseri umani abbiano tendenze altruistiche innate è ampiamente confermata dall scienza contemporanea, questo fatto è perfettamente compatibile con la possibilità che l’albero dell’altruismo tragga molta linfa anche dai suoi rami proiettati verso cielo. Ci pare, infatti, che Dio abbia molto a che fare con lo sviluppo dell’altruismo umano, per alcune ragioni alle quale possiamo qui solo accennare.

È noto che l’evoluzione biologica umana è stata accompagnata dalla sua ancor più rapida evoluzione culturale. In particolare, negli ultimi duemila anni l’evoluzione culturale dell’altruismo ha subito una rapida accelerazione, determinata dalla diffusione del cristianesimo. Si tratta di una circostanza tutt’altro che sorprendente se si pone mente alla centralità della misericordia nel messaggio biblico. I richiami alla misericordia di Dio e alla necessità che gli esseri umani siano misericordiosi percorre la Bibbia intera. Si considerino, per esempio, i tre passi biblici citati in esergo. Il nome di Dio, rivelato a Mosè nell’Esodo (34, 6), è quello di un “Dio misericordioso e pietoso”. Qui la misericordia non è intesa semplicemente come una delle caratteristiche di Dio, ma come il suo nome, cioè come un suo carattere costitutivo. È questo Dio misericordioso che il cristiano deve sforzarsi di imitare: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6, 36). Praticando, per quanto gli è possibile, la sua umana misericordia il cristiano otterrà come ricompensa l’infinita misericordia divina, come leggiamo nella versione del Discorso della Montagna consegnataci da Matteo (5,7): “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.

La tesi che la diffusione dell’idea cristiana di Dio abbia dato un forte impulso all’evoluzione culturale dell’altruismo umano è stata largamente accettata, da credenti e non. Tuttavia, chi crede nell’esistenza reale del Dio biblico deve considerare anche la possibilità che l’altruismo umano dipenda, in qualche modo, dall’iniziativa di Dio e, in particolare, dalle sue relazioni con l’uomo. Poiché il Dio biblico è un Dio personale, dotato di intelligenza e precisi disegni nei confronti dell’uomo, appare plausibile ipotizzare, in accordo con Steven Brams (Biblical Games – Game theory and the Hebrew Bible), che Dio e l’uomo siano coinvolti in una serie di “giochi biblici” di misericordia, cioè che essi siano alle prese con interazioni strategiche nelle quali può esercitarsi l’infinita misericordia divina e, nello stesso tempo, può crescere la fragile misericordia umana.

La radicale inconciliabilità del Dio biblico con l’evoluzione biologica, proclamata da Richard Dawkins (L’illusione Dio) e altri alfieri dell’ateismo militante, è stata energicamente confutata da diversi studiosi, tra i quali Martin A. Nowak e Sarah Coakley (Evolution, Games, and God). Se Dio e l’evoluzione esistono entrambi, allora occorre seriamente considerare la possibilità che l’evoluzione biologica sia lo strumento con il quale Dio ha plasmato e diretto lo sviluppo della vita sulla Terra, dai primi organismi monocellulari fino all’uomo. In particolare, si potrebbe ipotizzare che, nel plasmare l’evoluzione biologica dell’altruismo umano, Dio sia stato mosso dall’intento, descritto nella Genesi (1, 26–27), di creare un uomo fatto a sua immagine e somiglianza, cioè a immagine di un Dio il cui nome è la misericordia (vedi Jack Mahoney, “Evolution, Altruism, and the Image of God”, Theological Studies 2010).

 

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