DASY

SAVERIO FATTORI

cina barbie

14:30. Dasy ormai non mangiava da 36 ore, era pallida, stava svanendo velocemente, nessun dolore, solo un’infinita stanchezza, venine azzurre segnavano gli avambracci, occhiaie profonde molto simili a quelle degli Emily, sembrava malata dello stesso morbo di cui loro erano portatori sani. Vomitava a scansioni sempre più ravvicinate. In poche ore era arrivata e pesare 43 chilogrammi, contro i 47 del peso forma.

Dasy aveva un metabolismo perfetto, niente grasso né ritenzione idrica, una atleta naturale che non aveva mai praticato sport. Quattro chili di massa magra avevano preso congedo da quel corpo, rendendolo più flessibile e fragile. Quattro chili di muscoli vomitati nel cesso. Le vene nell’incavo degli avambracci erano sprofondate nella carne, l’infermiera del laboratorio analisi aveva faticato la mattina del prelievo. Non c’era stato bisogno di nessuna ambulanza, Mauro Gherardi aveva portato la figlia all’ospedale con la sua auto, verso mezzogiorno l’aveva aiutata ad alzarsi dal letto e a fare le scale senza alcun aiuto della moglie già barricata nella loro camera, aveva caricata la figlia in macchina come un fagotto prezioso, aria pesante, cielo livido in un fermo immagine senza storia, il quartiere era deserto, deserto a parte i vampiroidi e Giampi, presenze a cui lui non dava alcun peso, avrebbe potuto chiamare i suoi uomini arancioni per dargli un aiuto, non avrebbero chiesto nulla di meglio. Ma non lo aveva fatto.

Al primo incrocio la figlia era di nuovo sprofondata nel sonno, poi un conato la scosse, era incredibile la quantità di sostanza organica che poteva espellere uno stomaco che non riceveva cibo da giorni. Mauro Gherardi si limitava a passarle un sacchetto di plastica, e a pulirle il viso, non si fermava, voleva arrivare in ospedale dove li aspettavano nel reparto del Professor Roda per una biopsia urgente e il ricovero.

14:45. Le tre persone anziane che dividono la camera con lei interrogarono subito la caposala. Povera figlia. Così giovane. Così bella. Bella come una della televisione. Il padre era nell’ufficio del primo collaboratore del Professor Roda. La dottoressa Vania Morelli era nata nel nostro paese e sembrava aver preso particolarmente a cuore le sorti di Dasy. Bisognava attendere l’esito della biopsia al fegato. Ma un bravo medico deve agire come se si dovessero realizzare le ipotesi peggiori.

Non perché nel caso di Dasy siano le più probabili. Anzi. È vero il contrario. È solo un eccesso di scrupolo. Quindi tra le eventualità dobbiamo prendere in considerazione anche quella di un trapianto di fegato. Abbiamo già iniziato una terapia di interferone. Dobbiamo essere preparati al peggio, in attesa di buone notizie, che vedrà, arriveranno. Gherardi credeva di capire. Preparati al peggio, in attesa di buone notizie. Al suo posto avrebbe ragionato nello stesso modo. Nell’atrio del reparto Infettivi riservato alle persone in visita vide la famiglia Mazzoni al gran completo. Avevano i visi tirati, l’incredulità gli aveva reso la pelle del viso lucida, ma la moglie di Mazzoni sembrava aver reagito con maggior forza agli eventi, era lei a confortare a turno il marito e gli altri familiari.

Gherardi aveva girato l’angolo alla fine del corridoio e si era buttato nella bocca fortunatamente spalancata di un ascensore gira l’angolo, era riuscito a non farsi vedere. Non voleva condividere nessun dolore. Si appoggiò alla parete dell’ascensore e non riuscì a piangere. Perché era così sicuro che la figlia non ce l’avrebbe fatta? Non poteva perdonarsi questo stato mentale, quasi che fosse il suo pessimismo a condannare Dasy. Nel telefonino trenta chiamate non risposte. Avrebbe almeno potuto decidersi a chiamare la moglie. Non spinse nessun bottone dell’ascensore e tornò alla camera della figlia. Il giovane medico donna lo raggiunse alla camera 18 del reparto malattie infettive femminile. Domani spostiamo Dasy, stanno arrivando altre ragazze della sua età e del vostro paese. Incredibile. Si faranno compagnia. È positivo? Direi di si, a questo punto potrebbe essere davvero una forma influenzale gastroenterica, qualcosa che hanno mangiato nella mensa scolastica, una semplice salmonella. Si, potrebbe essere. Una salmonella molto aggressiva però.

In effetti era davvero una notizia che avrebbe potuto dare forza all’ipotesi di una soluzione veloce e positiva della condizione di Dasy. Per tutti, forse erano sollevati anche i Mazzoni. Ma lui no.

Dasy non aveva mai smesso con vomito e diarrea, le infermiere a turno la portavano al bagno dopo averla fatta accomodare su una sedia a rotelle, lei teneva il capo piegato e al passaggio in corridoio sembrava non riconoscere il padre. Sì, una salmonella molto aggressiva.

4:22. Dasy passò dal sonno a qualcosa d’altro.

E dopo pochi decenni l’Europa era di nuovo sull’orlo del baratro, i vecchi che parlavano di fame e di soldati tedeschi tenuti nascosti in cantina erano ormai morti, nessuno ricordava i ricordi, un giorno alla volta, un pensiero che divora il precedente azzerando ogni capacità di comprensione.

L’orlo del baratro coincideva di fatto con il territorio nord del mio paese, dopo il vecchio campeggio, verso la zona valliva. Gli uomini della Pubblica Assistenza presidiavano un punto preciso, interrompendo la strada, il controllo dei documenti avveniva nel massimo rigore, si piegavano da un lato per scrutare le facce degli automobilisti e i dati delle targhe, avevano l’autorizzazione dell’Assessore alla Sicurezza con delega alla masturbazione giovanile. Erano uomini miti e in sovrappeso. Ma sapevano il fatto loro, erano addestrati e risoluti, sapevano che il loro momento sarebbe arrivato. Erano nel giusto. Questa consapevolezza conferiva loro energia inesauribile e poteri sovrannaturali. Era strano vedere uomini di mezz’età attorno al quintale esibire passi di danza così lievi mentre si muovevano da un’auto incolonnata a un’altra. Strano vederli colpire i mostri nascosti nella palude con dardi infuocati senza perdere la coordinazione dei movimenti di coppia. Avevano archi da competizione dotati di mirino telescopico e le frecce prendevano fuoco a mezz’aria. Ero incredulo. Poteva essere l’articolo della vita, dalla rubrica del telefonino era scomparso il numero del mio caporedattore, erano spariti tutti i contatti, l’aria doveva essere gravida di onde elettromagnetiche impazzite. Ero dove tutto stava accadendo. Trent’anni dopo i fatti di Berlino. E non riuscivo a documentarlo in tempo reale. L’Europa ancora alle bocche dell’inferno. Tutto nelle mani di una dozzina di volontari poco equipaggiati e destinati al martirio.

Un colore livido si stava addensando oltre la vegetazione della valle, crepe longitudinali erano comparse sul manto stradale, branchi di nutrie impazzite si attaccavano agli orli dei pantaloni, le oscene code e i loro dentini aguzzi venivano ignorati dai solidi uomini arancioni a difesa degli usi e costumi dell’Occidente. Fino a poche ore prima avevano fritto patatine industriali per la sagra paesana, senza curarsi troppo di cambiare l’olio di frittura, e ora eccoli lì, soldati nella guerra di Civiltà. L’oscurità si preparava a divorare tutto, gocce grosse e gelide iniziarono a picchiettarci in testa. Forse nemmeno gli uomini rudi ma buoni vestiti di arancione potevano nulla. Piansi.

L’uomo con i capelli corti e grigi sta venendo nella mia direzione, è vestito come un cacciatore, ha occhi chiarissimi e la calma delle persone forti, tra poco il nero ingoierà tutto, ma in lui non c’è traccia di panico. Gli uomini arancioni lo osservano rispettosi. Sono ordinati in due file che gli fanno da corridoio umano, al suo passaggio fanno il saluto militare. Non è uno uomo buono. Non è un uomo malvagio. È un uomo molto pragmatico. Sono Gherardi. Volevo solo dirle che eravamo dalla stessa parte. E ora tutto è finito. Sarà contento immagino. Ha tra le mani un vero scoop. 

Ora il mio cellulare sembra fuori uso, digito, ma nessuna funzione prende vita, lampeggia come non mai, poi mi mi muore. L’uomo mi avvolge il telefonino con la sua mano enorme e mi fissa. Ho sacrificato la mia Desy, la mia bambina meravigliosa. Credi che questo possa placarli?

Sono le 4:22.

Un altro incubo.

Piansi.

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