UNA PAURA SEMPRE VERDE

ROBERTO FESTA

verde

Alla fine di gennaio ho partecipato al “Festival della cultura della libertà”, organizzato dall’Associazione dei liberali piacentini “Luigi Einaudi”, in collaborazione con Il Foglio e Radio Radicale. Il titolo della sessione nella quale dovevo intervenire come relatore, assieme a Guglielmo Piombini e Carlo Stagnaro, era “L’ecologismo radicale. Una minaccia contro l’uomo?”. Chi vuole vedere il clip dell’intera sessione può trovarlo all’URL https://www.radioradicale.it/scheda/498630?i=3661728.

Frugando tra vecchie carte alla ricerca di materiali utilizzabili per il mio intervento mi sono imbattuto in un articolo che avevo scritto nel Pleistocene. Si trattava di un pezzo pubblicato su “Terra Nostra”, la rivista del PSI di Mantova, città in cui sono nato e tuttora abito, nel maggio del 1989. Sotto il nom de plume di Bob Holiday, poco fantasioso alias di Roberto Festa, negli anni Ottanta ero il titolare della rubrica, “Dissonanze”, che fin dal titolo rivelava la libertà che mi veniva accordata di manifestare le mie opinioni, anche le più dissonanti dalla linea ufficiale del partito – se mai vi era qualcosa del genere nel PSI di quegli anni, percorso da umori di ogni genere. Approfittai di quella libertà per esprimere posizioni ultraliberali, che oggi verrebbero etichettate come libertarie. Il mio pezzo sui verdi, apparso con il combattivo titolo “Come difendere i giovani dai verdi”, era un esempio lampante di dissonanza rispetto alla linea del PSI nazionale e anche di quello mantovano. Infatti, due anni prima, nel 1987, Bettino Craxi aveva offerto un contributo essenziale alla vittoria del referendum antinucleare promosso dai verdi. E nella mia città, proprio nelle settimane in cui veniva pubblicato il numero di “Terra Nostra” con il mio articolo, i socialisti erano impegnati nell’assiduo corteggiamento dei verdi mantovani per convincerli a fare entrare il loro unico, ma decisivo, consigliere comunale nella maggioranza. Confesso di provare ancora qualche fremito di piacere al ricordo dell’indignazione con cui i verdi reagirono alla pubblicazione del mio articolo, vedendovi chissà quale provocazione della dirigenza socialista mantovana.

L’aspetto più sorprendente del fortuito ritrovamento del mio antico scrittarello del 1989 consiste nel fatto che, se non si fa attenzione alla data, si può credere che si tratti di un pezzo scritto ai nostri giorni. Questo non dipende da qualche mia inesistente capacità profetica, bensì dalla spiacevole persistenza della follia ecologista. O, se si preferisce, dal fatto che … la paura è sempre verde. Per questa ragione ho accolto volentieri il gentile invito di Pier Marrone di Endoxa a ripubblicare tale e quale, senza correggere nulla se non i refusi, il mio vecchio articolo che appare qui sotto, con tanto di nom de plume e titolo originali.

Bob Holiday

Come difendere i giovani dai verdi

Ecco ciò che tutti i socialisti del mondo non hanno voluto vedere con la loro eterna predicazione materialista: essi hanno negato il Dolore, maledetto i tre quarti della poesia moderna; ma se il sentimento dell’insufficienza umana, del niente della vita, finisse per estinguersi – ciò che sarebbe la conseguenza della loro ipotesi – noi saremmo più stupidi degli uccelli, che almeno stanno sugli alberi.

Gustave Flaubert

Il sottinteso politico di ampia parte della nuova ecologia è che bisognerebbe instaurare un controllo centralizzato sugli esseri umani per obbligarli a rispettare, con le buone o con le cattive, i limiti dello sviluppo. È un Grande Fratello dominato da una casta sacerdotale di eco-tecnocrati quello che viene distillato, per lo più inconsapevolmente, nelle pagine e nei discorsi di tanti adepti dell’ecologismo.

Angelo Panebianco

Peripezie dell’imbecillità progressista dal marxismo rivoluzionario all’ecopensiero

Vedo con grande favore il diffondersi di una sempre più consapevole cultura dell’ambiente, ma non sopporto la piaggeria, la strumentale compiacenza, il plauso indifferenziato verso l’intero movimento ecologista. La superficiale attrazione di molti intellettuali per le tendenze culturali emergenti, da un lato, e i meschini calcoli di bottega di partiti e gruppi politici desiderosi di facili consensi, dall’altro, hanno reso singolarmente difficile l’esercizio dello spirito critico nei riguardi dell’ecologismo. Mi sembra invece indispensabile e urgente individuare le tendenze degenerative del movimento verde, del suo sistema di pensiero, del suo stesso linguaggio.

Il blaterio ambientalistico fiorisce ormai così rigoglioso e incontrollato da essere diventato una pericolosa forma di inquinamento intellettuale. Armato del fascino delle grandi semplificazioni, nutrito da dosi massicce di buoni sentimenti, abilissimo a evocare catastrofi prossime venture così come a promettere l’Eden in terra, l’ecopensiero ha ormai quasi completamente soppiantato il marxismo nel suo ruolo di attrezzo intellettuale dell’imbecille progressista.

L’imbecille progressista – un tipo umano dileggiato da Flaubert nella sua variante ottocentesca di socialista materialista –, è una specie politica dotata di una capacità adattiva così spiccata da renderla virtualmente immortale. Sul finire del ventesimo secolo l’imbecille progressista si è aggiornato e ha indossato un nuovo abito ideologico. Il rosso è stato sostituito dal verde, anche se permangono vistose sfumature rossoverdi. La contraddizione principale si è spostata dalla lotta di classe al conflitto con la natura. E, infine, il sogno marxiano di una società senza classi è stato rimpiazzato dalla visione paradisiaca di un’umanità finalmente riconciliata con la natura. Ciò che permane, sotto l’apparenza di un cambiamento radicale, è il consueto cocktail di stupidità, sentimentalismo e cattivo gusto che da sempre sta alla base di quello che Milan Kundera chiama kitsch rivoluzionario. Alla pari dei loro nonni, i socialisti irrisi da Flaubert, anche i moderni ecologisti hanno infatti “negato il Dolore”, illudendosi che questo inevitabile aspetto della condizione umana possa venire definitivamente eliminato da un mero cambiamento di rotta nella navigazione della società.

La frazione ontologica del movimento verde: catastrofismo e mistica dell’ecopacifismo

Ecologisti e pacifisti, solitamente intrecciati in un unico movimento ecopacifista, tentano di monopolizzare legittime preoccupazioni condivise da milioni di esseri umani. Pretendono di possedere soluzioni semplici per problemi terribilmente complessi. Dipingono il quadro grottesco e inverosimile di un’intera classe dirigente così irresponsabile e corrotta da condurci spensieratamente all’apocalisse.

Eredi di un’antica tradizione millenaristica, gli ecopacifisti spargono a piene mani la vertigine dell’abisso, l’angoscia ingigantita di un’imminente e quasi ineluttabile catastrofe globale. Il catastrofismo nucleare e ambientale dei verdi può considerarsi, per certi aspetti, la continuazione e la radicalizzazione del catastrofismo sociale di quei marxisti rivoluzionari che, tra la fine dell’ottocento ei primi decenni di questo secolo, attendevano il sempre vicino e mai verificatosi crollo del capitalismo. La biografia stessa di molti leader dell’ecopacifismo europeo testimonia un rapporto molto stretto e mai interrotto con la mentalità anticapitalistica e antidemocratica tipica del marxismo rivoluzionario e di altre forme di fondamentalismo politico, anche di segno opposto. A questo proposito non si può passare sotto silenzio il fatto che, tuttora, molte pratiche e rituali dell’ecologismo europeo – dal gesto esemplare all’assemblearismo rissoso –, rivelino una persistente insofferenza per i meccanismi della democrazia rappresentativa.

Alcuni anni fa, in un saggio significativamente intitolato “Contro la mistica del pacifismo”, apparso sulla rivista Tempo nel 1983, lo scrittore tedesco Peter Schneider, noto per le sue idee politicamente radicali, registrava con disappunto la nascita di una “frazione ontologica” all’interno del movimento verde. Un’esponente di tale posizione, la portavoce dei verdi Manon Naren-Griensenbach, nel suo libro Filosofia dei Verdi non esita a lanciarsi in affermazioni di questo genere:

“Più riavviciniamo le cose, più risorge di fronte a noi una visione della Totalità, la quale, pur presentando molte spaccature, abissi e separazioni temporanee, ci riunisce finalmente in un’arca, nella quale sediamo con tutto il resto.”

O, ancora:

“Il maneggio di qualunque strumento tecnico, la sua stessa produzione provocano un mutamento nell’equilibrio naturale; per quanto possiamo procedere con cautela, la natura soffre di interventi materiali.”

L’ecologismo totalitario: un nuovo volto per il Grande Fratello?

Molto più recentemente, in un bellissimo articolo (“Ecologi a rischio: la tentazione totalitaria”, Corriere della sera, 24 gennaio 1989) il politologo Angelo Panebianco, pure molto vicino al movimento ambientalista, osservava:

“Adesso che anche Time ha denunciato l’emergenza-Terra e l’“ambientalese” è ormai uno dei dialetti più parlati dai mass media occidentali, occorrerà cominciare a separare il loglio dal grano. Nell’ambientalismo coesistono, oggi intrecciate, due correnti, la prima liberale e la seconda illiberale.”

E continuava affermando l’urgenza di una scelta tra le due posizioni:

“In sostanza, si tratterà di decidere se possiamo difenderci da piogge acide e degrado ambientale pragmaticamente, per “tentativi ed errori›”, e senza rinunciare alla libertà, oppure se abbiamo bisogno, per salvarci, del Grande Progetto e, naturalmente, dei lager e delle polizie speciali per attuarlo.”

Secondo Panebianco, a definire l’ecologismo totalitario concorrono quattro elementi:

1) l’assenza di memoria storica e l’ignoranza delle tragiche condizioni di vita dell’Occidente preindustriale,
2) il disinteresse per i problemi del Terzo mondo e le sue esigenze di sviluppo economico,
3) il naturalismo etico e, infine,

4) le illusioni olistiche.

Per quanto riguarda il primo degli aspetti sopra menzionati, vorrei ricordare quanto ostile e contaminante fosse quella natura incontaminata vagheggiata da molti ecologisti. Brulicante di microorganismi parassiti, insalubre e minacciosa, essa costituiva il teatro di esistenze tanto brevi quanto tormentate dal dolore. Avara di risorse e pullulante di insidie, la natura del mondo preindustriale disegnava uno sfondo sinistro per quel dolente e cencioso teatro umano descritto con tanta efficacia nei libri di Piero Camporesi. E, soprattutto pensando alle donne che affollano le schiere dell’ecologismo totalitario, non può non venire alla mente lo stupendo Storia del corpo femminile di Edward Shorter (Feltrinelli), dove la cattiva salute, le sofferenze e i rischi delle donne dell’epoca preindustriale vengono a popolare uno scenario agghiacciante.

Circa il naturalismo etico, sono totalmente d’accordo con Panebianco quando afferma che:

“È forse il frutto più avvelenato dell’ambientalismo nella variante illiberale. Comporta l’attribuzione di “diritti” alla natura e il conseguente abbandono dell’etica antropocentrica. Il benessere dell’uomo cede il passo al benessere della natura come criterio di valutazione della bontà o della malvagità delle azioni umane.”

Vorrei solo aggiungere che tra gli esiti più allucinanti del naturalismo etico vanno incluse anche le farneticazioni espresse dal gruppo ecologico americano Earth first!, animato dalla convinzione che i diritti della Terra, poeticamente denominata Gea, vengano prima di quelli del genere umano e che il diritto di un singolo virus alla vita non sia minore di quello di Einstein.

Concludo con un’osservazione sulle illusioni olistiche dell’ecologismo totalitario. Come ha spiegato molto bene Karl Popper, l’olismo – tra i cui padri vanno annoverati filosofi come Platone, Hegel e Marx –, non è altro che una pseudoscienza fondata sull’illusoria pretesa di fornire una spiegazione globale di sistemi complessi come le società umane. Diversamente dall’ecologia, che è una scienza rispettabile, e quindi altamente congetturale e fallibile, l’ecologismo è un’ideologia olistica che, mentre pretende di fondarsi sull’ecologia, ne stravolge interamente il metodo.

Gli ecologisti – osserva giustamente Panebianco – sono i proponenti di un nuovo sapere olistico, capace cioè di dominare tutte le complesse interrelazioni di cui è intessuto l’ecosistema. Queste pretese non hanno nulla di scientifico.

Oltre ad essere scientificamente inaccettabile l’olismo conduce quasi inevitabilmente all’idea che esistano soluzioni globali per i problemi sociali, soluzioni afferrate soltanto da quegli spiriti illuminati che hanno compreso e accettato la vera teoria olistica. Le implicazioni antidemocratiche di questa idea sono abbastanza ovvie. Come l’esperienza drammatica delle utopie politiche di questo secolo ha ampiamente dimostrato, dietro le ideologie olistiche sta sempre in agguato il totalitarismo politico. Dietro la promessa di un impossibile paradiso in terra si cela inevitabilmente la minaccia di concreti e possibilissimi inferni. Il pensiero illiberale ha radici molto antiche e profonde tra gli intellettuali occidentali e sarebbe ingenuo credere che la scomparsa del nazismo e la crisi del comunismo mondiale lo abbiano interamente liquidato. Nulla impedisce che, alle soglie del ventunesimo secolo, il grande fiume carsico del totalitarismo politico riemerga con un nuovo volto, quello di un Grande Fratello verde.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...