RICORDARE LA PAURA. PENSIERI DI UN’ATLETA OLIMPIONICA

MARTA PAGNINI

Marta Pagnini, atleta olimpionica e già capitano della squadra nazionale di ginnastica ritmica, racconta il suo rapporto con l’avversario più temuto da ogni atleta: la paura.

martaPaura è quando la razionalità non basta.

Rientra nella categoria di quelle emozioni irrinunciabili nel percorso di vita, che, per quanto possano essere legate ad eventi negativi, per quanto possano essere sintomo di disagio o malessere, ci rendono umani, facendoci sentire vivi appagati nella nostra continua ricerca di sensazioni forti, nel desiderio di una vita piena, dinamica, unica e speciale. Come unico e speciale è ognuno di noi.

La paura può manifestarsi in tanti modi, anche molto diversi tra loro: può arrivare all’improvviso, oppure può crescere dentro progressivamente, più o meno lentamente.

La paura può essere scatenata da fattori esterni, oppure nascere dall’interno di noi stessi.

Nella mia esperienza, la paura si rivela con i sintomi più comuni: quando arriva il mio corpo l’avverte, le spalle, il tronco, il collo si irrigidiscono, le gambe invece, diventano più molli, deboli, non mi sorreggono più come prima. Per questo ci sentiamo più fragili, soli, perché siamo lì, INCHIODATI nel vero senso della parola, e nessuno può comprendere ciò che stiamo provando perché il momento della paura è estremamente personale.

Sei sola, con la tua paura, e lo sai.

Personalmente ho provato paura in tanti frangenti e per motivi diversi. Non me ne vergogno, anzi, ritengo che sia un segnale di consapevolezza, di curiosità, azzarderei di cultura in certi casi. Non pretendo certo di descrivere scientificamente un sentimento profondo ed universale come questo, peccherei di presunzione se lo facessi, ma, empiricamente parlando, ho un gran bagaglio di circostanze che mi hanno portata ad un rapporto di grande confidenza con l’oggetto in questione.

Senza dubbio nel mio caso, la motivazione che ha scatenato più frequentemente la paura, è legata alla possibilità di un fallimento.

Non sarò certo la prima, lo so, è questa una paura di molte persone, ambiziose e non, adulti e bambini.

È una paura che si riscontra fin da piccoli perché fin da bambini sentiamo ripeterci che: “non si fa”: -mi raccomando!-; -stai attenta!- ; -studia eh!- ; -pensaci bene!- ; -te l’avevo detto!-, ecc…

Tutto molto chiaro: non si può sbagliare! Se ce la fai arriva la ricompensa, l’elogio, in caso contrario ci sono delusione e tensione.

Ma se questi segnali inizialmente provenivano dall’esterno, ovvero dagli atri, col tempo mi sono accorta che sempre più spesso ero IO a pretendere da me stessa… e non c’è giudice più severo senza dubbio!

Per un atleta agonista il fallimento è un’eventualità impensabile, che tuttavia va considerata perché possibile. Non si è mai preparati abbastanza per parare il colpo: rabbia, sconforto, delusione, disperazione a volte, non c’è apparentemente pensiero che possa alleviare il dolore di una sconfitta. Il presente fa male, così come doloroso appare lo sguardo al futuro: più incerto, senza progetti tangibili poiché rovinati e interrotti da una brutta caduta, da un ostacolo non superato.

Il pensiero a ciò che è stato prima diventa cupo e scuro: l’investimento personale nella preparazione, le speranze accuratamente coltivate, le sofferenze vissute e sopportate con la prospettiva di un obiettivo davanti, di un possibile successo.

Ecco, ad esempio, le sofferenze ed i sacrifici, hanno una natura singolare… dopo una vittoria si trasformano automaticamente in momenti positivi, formativi; al contrario, dopo una sconfitta, diventano sensazioni da dimenticare, inutili, e dolorosi.

Spesso mi chiedo se alcuni dei momenti più duri della mia vita che hanno preceduto una grande vittoria, avrebbero oggi una forma diversa nella mia memoria se, al posto di quelle medaglie prestigiose, ci fosse stato un grande fallimento.

Molto probabilmente sì.

Nel momento in cui fallisci, soprattutto se sai che è a causa di tue mancanze, perché non hai dato peso, non” avevi la testa”, hai sottovalutato qualcosa, eccetera… ecco, quello per me è il momento peggiore in assoluto.

Perché quel momento in qualche modo ti resta dentro, ed è pronto a riaffiorare ogni volta che ti troverai ad affrontare una sfida, per ricordarti che quella volta non ce l’hai fatta, e potrebbe accadere di nuovo.

La paura, secondo me è proprio questo: volere che non accada di rivivere il momento in cui tutto era più lontano, più incerto, grigio ed insicuro. Per questo dopo una gara andata male, la prova successiva è la più dura da affrontare, perché hai appena vissuto la sconfitta, è ancora vivo in te quel ricordo, quella sensazione ed hai bisogno di più forza per superare la prossima gara, hai bisogno di armi più forti. La cosa bella però è che quelle armi, scelte e costruite per quell’occasione, rimarranno parte della tua armatura per sempre!

Queste riflessioni, fatte ripensando alla mia esperienza di atleta, mi hanno fatto comprendere un concetto chiave, personale, forse frutto solo dei miei pensieri, ma che mi ha permesso, di affrontare la paura in modo più sereno e non solo nella ginnastica.

Quindi se la paura è la volontà che qualcosa non accada, se questa volontà porta il mio corpo e la mia mente ad agire perché ciò avvenga concretamente, allora ecco che la paura stessa acquista subito una valenza positiva.

È per questo che, quando la paura arriva ho la consapevolezza che è tutto ok, so che, pur non pensandoci, conosco il protocollo e lo metterò in atto senz’altro, so che, alla fine, anche la paura tra le altre cose, mi porterà a fare bene.

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