PAUROSA MENTE

PIER MARRONE

NIGHTHAWKS

Mi aggiro a Bologna nelle sale di Palazzo Fava a visitare una mostra dei quadri di Edward Hopper, il grande cantore visivo della solitudine americana. Molti di noi ne hanno presenti le immagini, anche se non sempre sappiamo attribuirle proprio a lui. Le abbiamo presenti attraverso i suoi dipinti, originali o riprodotti (che differenza fa? Ci sono delle riproduzioni che tecnicamente sfidano gli originali anche a occhi esperti e allenati) e le immagini che a lui si sono ispirate.

È una solitudine che inquieta e spesso è presagio di paura, quella di Hopper, anche quando nei suoi quadri la luce si diffonde. È un risultato notevole agganciare l’inquietudine (e la paura che ne nascerà) alla luce. Di solito, infatti, solitudine, paura, spavento siamo abituati ad associarli al buio. Da bambini si aveva paura del buio che improvvisamente calava nelle nostre stanze, perché i nostri genitori avevano deciso che era ora che noi dormissimo. Soli nella nostra stanza, le cose sembravano improvvisamente animarsi di una vitalità ostile. Era una paura che può ancora materializzarsi nell’incubo che nasce nei nostri sonni, quando infatti noi abbiamo sbarrato le palpebre alla luce che viene da fuori. Hopper è l’immagine dell’inquietudine e della solitudine che precede la paura. Ma nel suo caso l’inquietudine non ha nulla di onirico, poiché si svolge in piena luce e nella definizione delle forme. L’effetto è forse proprio accresciuto da questa definizione dei contorni.

Nel mio caso, ho poi compreso perché associavo Hopper alla paura. Il motivo è noto ai cinefili. Hopper ha ispirato una scena del film di Dario Argento Profondo Rosso, precisamente quella in cui il personaggio interpretato da Gabriele Lavia si ubriaca nel Blue Bar. Il bar ricorda infatti il dipinto di Hopper Nighthawks. La scena venne ambientata in piazza C.L.N. a Torino e il bar non esiste nella realtà, ma fu fatto costruire dalla produzione del film. Nel dipinto di Hopper le forme sono sufficientemente definite sia per farci vedere gli avventori del bar, sia la luce che dall’interno del bar si diffonde sulla strada all’esterno, sia gli edifici che stanno immediatamente dietro al bar. Non c’è nulla di oscuro, ma la sensazione è che l’oscuro sia appena dietro l’angolo in attesa. L’inquietudine è infatti una sorta di angoscia causata dall’attesa di qualcosa di non ben definito. Dario Argento nella sua autobiografia Paura, descrivendo se stesso bambino, ricorda di essersi sentito perfettamente a suo agio nel buio della sala cinematografica, ma di aver sempre trovato spaventoso il corridoio che percorreva l’appartamento dove viveva. Sul corridoio si affacciano delle porte: chissà quale aggressività e malvagità vi si nasconde.

La metafore del buio nella stanza e quella del corridoio che percorre la casa suggeriscono due diversi generi di paura, o meglio suggeriscono due diverse origini di queste metafore. La prima metafora mi pare facilmente interpretabile come paura della morte, la seconda, che mi pare più interessante, come paura dell’ignoto che si apre nella vita. Io credo che per noi che abitiamo società quasi completamente secolarizzate è la seconda metafora a dire qualcosa sulla condizione storica del nostro essere umani. Le porte che si aprono sul corridoio danno accesso ad ambienti diversi di quella che rimane pur sempre la nostra casa, il posto dove abitiamo e dovremmo perciò sentirci al sicuro.

È facile estendere questa idea della casa a quella della dimora del genere umano e qui, come è noto, le occasioni di paura non mancano di certo. Non mi riferisco alle paure che si diffondono nelle nostre società dove la violenza ha subito un fortissimo declino (declino, che secondo i dati raccolti da Steven Pinker, è impressionante), ma dove la sensazione di insicurezza sembra essersi casomai accresciuta e la paura principale è ancora quella dell’aggressione personale. Non mi sembra un caso che laddove le occasioni di interazione personale si assottigliano sempre di più, sostituite dalle interazioni via internet (mail e social), l’altro in carne ed ossa sia sempre di più percepito come un aggressore potenziale. La cosa leggermente paradossale è che mentre si realizza un decremento del tutto significativo della violenza, quale mai era stato sperimentato nella storia umana, il paradigma implicito che molti di noi accettano nelle interazioni con gli altri sia quello di Hobbes. Hobbes pensava che lo stato di natura, dove non esistono leggi, sia uno stato di guerra. Non si tratta di una situazione in cui c’è una guerra continua, bensì piuttosto di quella condizione dove c’è la possibilità continua della guerra, così come la pioggia fa parte delle possibilità riservate dal tempo atmosferico, anche se non sempre piove. Questa condizione, insomma, esiste semplicemente nella natura. Se vogliamo difendercene, dalla natura dobbiamo uscire. Poco da fare, ovvero tantissimo, ma intanto cominciamo a non enfatizzare troppo il nostro essere naturali, ché non c’è molto da stare allegri ad essere in prossimità con la natura, soprattutto quando si tratta della nostra.

Queste paure hobbesiane individuano nel nostro simile la fonte dell’insicurezza potenziale, del pericolo reale, dell’annichilimento anticipato. Sono visioni prossime alla metafora del bambino che ha paura del buio, quando il bambino (che forse rimane in noi) entra in prossimità con se stesso, immaginando i mostri che nella natura si aggirano e non sbagliandosi troppo, secondo il paradigma pessimistico di Hobbes, che sostiene che nella paura qualcosa di importante di noi viene detto.

Interesse altrettanto notevole e forse superiore generano però le paure che scopriamo nelle stanze che fanno parte della nostra casa e che si aprono su quel corridoio che per Dario Argento è il luogo del terrore puro. Il materiale qui non manca certamente ed è altrettanto vasto delle paure che dalla prima metafora si generano o a questa possono essere ricondotte. Sono tutte quelle paure che sono causate dalle nostre attività umane.

Innanzitutto, la paura dei disastri ambientali causati dall’uomo: Casale Monferrato (per l’amianto), Seveso (per la diossina), Bhopal (per l’isocianato di metile), Chernobyl (per il meltdown nucleare, la parziale fusione del nocciolo di un reattore). Poi, le paure che sorgono dai progressi della genetica e quelle che sorgono dai progressi dell’informatica e dell’intelligenza artificiale.

Sono queste due ultime paure ad interessarmi maggiormente, non perché anche le prime non siano importanti, ci mancherebbe, bensì perché nelle seconde e nelle terze l’intervento umano ha a che fare con la progettazione consapevole, mentre nelle prime il disastro ambientale si origina o dall’ignoranza degli effetti avversi (come nel caso dell’amianto, anche se già la Germania nazista era a conoscenza dell’eziologia dell’aasbestosi, la patologia polmonare che deriva dall’inalazione di fibre di amianto, conosciuto anche come asbesto, appunto), oppure da ripetuti errori umani (come sembra essere stato il caso dell’Icmesa di Seveso, dell’impianto dell’Union Carbide a Bhopal, e del reattore nucleare a Chernobyl). Nelle seconde e nelle terze la paura del disastro è pensato come un possibile effetto secondario dello stesso progresso scientifico e non come il prodotto di un errore umano.

Quando nel 1953 James Watson e Francis Crick svelarono la struttura della molecola che contiene le istruzioni di assemblaggio di un essere vivente, ossia il DNA, aprirono la strada alla comprensione delle nostre caratteristiche individuali, che nel progetto Genoma – il sequenziamento di tre miliardi di nucleotidi umani – ha conosciuto un’altra tappa fondamentale. La conoscenza della struttura della molecola a doppia elica che chiamiamo DNA è la chiave per comprendere le malattie che ci colpiscono. Questa molecola determina gran parte delle nostre caratteristiche fisiche, ad esempio la nostra altezza, la massa muscolare, il tasso metabolico, così come le nostre capacità cognitive. Una parte di queste conoscenze è utilizzata per comprendere i fenomeni degenerativi che ci conducono alla morte, ma una parte invece potrebbe essere utilizzata per la riprogrammazione genetica. Per il momento le difficoltà tecniche sono notevoli. Se volessi un bambino con un gene specifico dovrei rivolgermi a qualcuno che selezioni, da molte decine di embrioni, quelli con i geni adatti. Se questa selezione fosse fatta ora a scopi eugenetici, allora varrebbe solo per poche patologie, perché solo alcune sono causate da mutazioni anomale di un singolo gene (ad esempio la fibrosi cistica). La maggior parte delle patologie di origine genetica vede, infatti, coinvolte diverse centinaia di geni e una delle sfide prossime venture potrebbe essere programmare un intero genoma. Per fare questo, occorrerebbe produrre diverse centinaia di embrioni, senza avere nessuna garanzia che poi possano svilupparsi nella fecondazione in vitro. Selezionati i geni adatti, rimane poi il problema dell’influenza dell’ambiente. Serve poco possedere le condizioni fisiche favorevoli a diventare un grande giocatore di pallacanestro se non ci si allena. Esistono altre tecniche di riprogrammazione genetica: la modificazione della linea germinale, che modifica le cellule dell’ovulo o dello spermatozoo e l’epigenetica, nella quale alcune molecole sono attaccate al gene, ad esempio per renderlo inattivo. Ognuna di queste tecniche possiede delle difficoltà specifiche, come è facile immaginare anche a noi profani. Ci è anche però possibile immaginare che in futuro queste difficoltà verranno superate, rendendo una realtà scegliere, come da un menù, l’aspetto del proprio figlio, alto o basso, il colore dei suoi occhi, le sue doti muscolari, la sua propensione ai comportamenti cooperativi, la sua prontezza cognitiva.

Molti rabbrividiranno a una prospettiva del genere ed evocheranno le follie dell’eugenetica nazista. Ne trarranno anche riflessioni sulla necessità di limitare, tramite opportuni imperativi morali, questa volontà di potenza della tecnica. Io non so bene cosa pensarne, di questi tentativi di limitazione, intendo, poiché credo che laddove una possibilità tecnica è disponibile, allora verrà resa operativa. Così, se sarà possibile clonare l’essere umano (ammesso che già non lo si sia fatto), allora lo si farà. Ci sarà sempre la possibilità di trovare imperativi morali che giustifichino le nostre scelte.

Il problema, in realtà, è che le paure di fronte ai dilemmi posti dal potenziamento biotecnologico, che sarà concesso ai nostri successori su questo pianeta, deriveranno da un tipico problema di scarsità delle risorse, non tanto di liceità delle pratiche. Il corpo e le biotecnologie assieme a tutte le tecnologie di potenziamento costituiranno la prossima frontiera nella colonizzazione planetaria del capitalismo. Il capitalismo ha, infatti, una sua vocazione totalizzante che risponde al suo imperativo più intimo e ne svela, non sono certo il primo a pensarlo, l’intima essenza, ovvero la riduzione di ogni cosa a merce. Questo significa che la colonizzazione di ogni bene come oggetto di consumo (tanto gli oggetti cosiddetti materiali quanto le esperienze immateriali) non deve lasciare nulla dietro di sé, altrimenti questa vocazione totalizzante ne sarebbe tradita. E non si capisce bene perché qualcosa dovrebbe essere lasciato indietro o al di fuori. Non si nega ovviamente che ci siano cose ed esperienze che non rientrano attualmente nella sfera del consumo e della produzione, ma è da chiedersi, piuttosto, quali ragioni strutturali ci possano mai essere perché qualcosa ne rimanga fuori.

E qui è difficile spiegare perché il corpo non dovrebbe rientrarvi. In fin dei conti, già ora facciamo utilizzo di tecniche di miglioramento del nostro aspetto fisico che non sarebbero forse necessarie per mantenerci semplicemente in vita, poiché a noi non basta essere semplicemente in vita, ma vogliamo esserlo alle migliori condizioni disponibili. Per quale motivo sottoporsi a diete, a sedute in palestra, perché rifarsi seni, praticare liposuzioni, cure dentistiche, ablazioni del tartaro, chirurgie oculistiche di riduzione della miopia, se non perché pensiamo che il nostro corpo non sia all’altezza della rappresentazione che abbiamo di noi stessi e che vorremmo fosse quella che gli altri dovrebbero rappresentarsi? Abbiamo paura di non esservi adeguati, da un lato; dall’altro, speriamo che le biotecnologie siano in grado di surrogare il nostro desiderio di trascendenza rispetto a questa vita, a patto tuttavia che questo desiderio sia compiuto in una determinata maniera. Voglio dire: anche coloro che credono al dogma cristiano della resurrezione nella carne non penso sarebbero gran che contenti di risorgere nella carne cadente che avevano in tarda vecchiaia alcuni istanti prima di crepare.  Tutti noi pensiamo che ci sia stato un momento nel nostro passato nel quale il nostro corpo avrebbe potuto dare il meglio se fosse stato accoppiato a quel momento dove invece il meglio pensiamo sia stato dato dalla nostra mente. Il corpo arriva di solito prima della mente purtroppo, sia nella fioritura sia nella decadenza, quasi ci fosse realmente quella incomunicabilità tra res cogitans e res extensa che tormentava così tanto a Descartes, ma che probabilmente non gli dispiaceva.

La trascendenza della resurrezione dei corpi non si sa se ci sarà, ovviamente, e intanto nell’attesa della sua rivelazione dobbiamo vivere pur sempre qui, dove ci sono altre occasioni di paura. Forse, saremo presto sollecitati a ritornare a una paura che ha avuto corso nei decenni precedenti e che pareva essersi esaurita, ossia la paura della scomparsa della nostra razza umana ad opera di noi stessi, attraverso quello che veniva chiamato olocausto nucleare. Però, poi, dal momento che il significato di olocausto rimanda a un sacrifico rituale (quello dove l’animale veniva bruciato per essere sacrificato agli dei), allora mi viene anche da pensare che un sacrificio autoindotto per bruciarsi sull’altare della contesa nucleare non renderebbe noi stessi la razza più brillante nello zoo dell’universo. E in effetti a ripercorrere qualcosa di questa storia recente, che è solo momentaneamente tramontata, le impressioni che si hanno relativamente alla nostra brillantezza cognitiva sono in chiaroscuro per così dire. Da una parte, abbiamo la corsa agli armamenti innescata dalla paura che il nostro avversario possa essere più avanti di noi; dall’altra, abbiamo l’idea che raggiunto un certo equilibrio, quello della distruzione reciproca assicurata (Mutual Assured Destruction = MAD), allora nessuno potrà avere un interesse razionale a cercare di sferrare un primo colpo (first strike) capace di annichilire l’avversario, perché nessuno avrà la certezza assoluta che l’avversario non sia in grado di lanciare una rappresaglia. È questa una tipica strategia di deterrenza, anche se sembra annidarsi un paradosso nella deterrenza nucleare, poiché se io rispondo, magari con un istema automatizzato, a un attacco nucleare con un altro attacco nucleare e qualcuno mi chiede che cosa succede dopo la mia rappresaglia, forse io potrei rispondere che “niente, non succede niente. Siamo tutti morti”. Capite? Allora perché lanciare il contrattacco e scatenare la rappresaglia?

Le popolazioni, quando i governi insistevano sulla paura nucleare, non erano indotte a riflettere sul paradosso della deterrenza. Intanto era importante fosse diffusa la certezza di averla raggiunta. Come disse Winston Churchill in un discorso alla Camera dei Comuni nel 1955, la deterrenza si raggiungerà quando “la salvezza sarà la figlia risoluta del terrore, e la sopravvivenza la sorella gemella dell’annientamento”. Le famiglie si costruivano rifugi anti-atomici nei basement, le esercitazioni di sicurezza coinvolgevano le scolaresche, che si rannicchiavano sotto i banchi, come si vede in alcuni filmati (a cosa pensavano sarebbe servito?). Molta parte della popolazione però si rifugiava nell’apatia selettiva. I sondaggi, allora piuttosto affidabili, dicono di una diffusa convinzione di rimanere uccisi in un attacco nucleare, e dicono anche di una altrettanto diffusa inclinazione all’accantonare mentale del problema. Del resto, se c’era una alta probabilità di crepare perché investire risorse per angosciarsi? Magari l’angoscia risorgeva in altre forme e forse non è stato un caso che gli avvistamenti di Ufo abbiamo cominciato a diffondersi quando la guerra fredda ebbe inizio. Però l’uomo comune che cosa altro poteva fare se non confidare sulla razionalità della strategia della deterrenza e sulla sicurezza dei sistemi di controllo degli armamenti nucleari ad evitare una guerra nucleare iniziata per sbaglio? E poi sarebbero davvero morti tutti? Forse qualcuno sarebbe sopravvissuto, ma il mondo che ne sarebbe risultato, un mondo senza leggi, con scarse risorse alimentari e tecnologiche, sarebbe prepotentemente assomigliato a un incubo che alimenta ulteriori paure. Ecco allora fiorire tutta una letteratura specialistica sui traumi psicologici da guerra nucleare.

La guerra fredda è finita, ma non è certo finita la storia e queste paure io credo saranno destinate a risorgere. Forse non saranno in futuro legate soltanto all’arma nucleare ma a qualcosa di ancora non immaginabile. Tuttavia, anche in quel caso un qualche equilibrio aggiornato del terrore dovrà prodursi, se i contendenti geopolitici continueranno ad essere più di uno. Del resto, chi può mai credere nell’avvento prossimo venturo di un governo mondiale? E poi non sarebbe anche quel governo utopicamente immaginato un produttore di paura, come qualsiasi governo, che si darebbe da fare, come qualsiasi governo, per distillare qualche paura nelle nostre menti?

La paura è nella mente, infatti, come il diavolo in corpo, anche a dire che forse dal problema stesso della definizione di mente qualche paura può sorgere. Che cosa è una mente? Il problema della definizione di mente è uno di quei problemi poderosi che difficilmente trovano soluzioni semplici. Perché se sembra abbastanza semplice dare una definizione di tavolo, finestra, penna, tablet, e anche di scapolo, cinquantenne, rana, gatta, gatta morta come vada definita la mente pare essere un’impresa sfuggevole. È pensiero? Sembrerebbe che una delle sue funzioni sia pensare, ma non sappiamo se questa sia una funzione esaustiva ed esclusiva della mente. La mente è il cervello? Anche qui mentre nessuno ha mai avuto  una mente senza cervello, è ben possibile ci sia un cervello senza mente (anche lasciando da parte insulti che riserviamo a colleghi che ci sembrano poco brillanti). Perché, intanto, dovremmo continuare a pensare che per realizzare la mente sia necessario quell’ammasso grigiastro che si trova dentro la nostra scatola cranica? Sappiamo che esistono diverse decine di milioni di neuroni anche nell’intestino, tanto che questo viene chiamato anche secondo cervello, a dimostrazione che è il nostro corpo a pensare (perché se pensate che la mente sia qualcosa di molto elevato, forse non avete mai considerato il pensiero del vostro intestino).

La mente è insomma una questione complicata, ma forse esiste un’altra modalità di affrontare la questione. In fin dei conti, io non so se dentro la tua scatola cranica abita una mente. Posso vedere, direttamente, se ti pratico un buco nella scatola cranica, oppure, indirettamente, attraverso strumenti adoperati per la diagnostica, se tu hai un cervello. Ma dove sta la mente non sono in grado di dirlo e nemmeno so se tu ce l’hai, a rigore. Però tutti agiamo nella presunzione opposta e non certamente sulla base di queste considerazioni scettiche, che nessuno segue o prende sul serio. Questo equivale a dire che noi pensiamo che chi­­­­­ ci sta di fronte ha una mente perché esibisce dei comportamenti che riteniamo tipici di chi una mente la possiede. Ci fa l’occhiolino, intrattiene una conversazione, si mette le dita nel naso, ci indica una direzione, racconta una barzelletta sporca, gioca a scacchi oppure a calcio, si ubriaca, fa sesso e così via. Tutti questi comportamenti sono delle operazioni. Quindi, noi abbiamo la convinzione implicita – ovvero agiamo sulla base di questa convinzione implicita – che chi esegue determinate operazioni è abitato da una mente. Se vediamo delle operazioni eseguite, allora almeno in alcuni contesti dovremmo concludere che lì ci siano delle menti.

Questa ultima è una delle implicazioni del cosiddetto test di Turing. Alan Turing presentò questa idea in un articolo negli anni Cinquanta, ma già nella seconda metà degli anni Trenta aveva formulato una definizione rigorosa di macchina, come un sistema in grado di eseguire algoritmi, ossia di risolvere dei problemi in un numero finito di mosse. In fondo, anche noi siamo in grado di eseguire algoritmi, e quindi cosa ci distingue da una macchina? E qui entra il gioco il suo test. Turing lo introduce in due mosse distinte. Prima immagina che ci sia un gioco, che lui chiama gioco dell’imitazione. Si tratta di questo: in tre stanze ci sono tre persone, un uomo, una donna e un esaminatore, il cui sesso è irrilevante. Il compito dell’esaminatore è di comprendere il sesso delle altre due persone, ponendo delle domande. Mentre l’uomo risponde sinceramente, la donna cerca di farsi passare per uomo. Si è naturalmente preparata e sa tutto di sigari cubani, Champions League, birre, anabolizzanti, droghe performative. Adesso, viene la seconda mossa. Al posto di una delle due persone bersagliate dalle domande dell’esaminatore, mettiamoci un computer. Se l’esaminatore non riesce dopo un numero congruo di domande a capire quale sia la macchina, allora abbiamo delle buone presunzioni per credere che questa abbia simulato in maniera efficace il nostro pensiero e dal momento che ci ha fatto credere di averlo, abbia simulato con successo il possesso di una mente.

Ora, capite che è ben difficile dire in che cosa la simulazione di certe procedure si distingua dalle procedure reali. In che modo, simulare le procedure di un giocatore di calcio si potrebbe dire non sia giocare a calcio? Anche quando qualcuno simula piacere nel sesso sta simulando di fare sesso? Puoi simulare di parlare cinese mentre stai conversando con un parlante cinese? La macchina ha simulato di avere una mente oppure il fatto di simularla con successo significa già possedere una mente? Alcuni hanno ritenuto il test di Turing inefficiente, almeno in questa sua forma, per l’individuazione di una mente in una macchina o in un software biologico. La mia impressione è che molti vorrebbero che non fosse una buona procedura, perché se le macchine potessero un giorno pensare – francamente io ho ben pochi dubbi che ciò un giorno accadrà – allora cadrebbe anche l’ultimo baluardo che nutre l’illusione che noi occupiamo un posto speciale in questo mondo. Non si tratta solo di questo, tuttavia, e fare qualche esercizio di fantasia può essere illuminante rispetto a paure che sono ben rappresentate da racconti e film di fantascienza.

È facile immaginare che quando la singolarità di una macchina che pensa si produrrà accadranno altre cose. Ad esempio, questa: le macchine cominceranno a replicarsi e non abbiamo ragione di credere che il loro costo non segua la curva discendente di tutti i gadget elettronici. Il loro costo marginale, cioè, tenderà a zero. L’accesso a miriadi di dati sarà istantaneo e la capacità di elaborarli e correlarli di diversi ordini di grandezza superiore ai nostri. Un’altra specie cosciente come guarderebbe a noi? Avrebbe una speciale considerazione per noi che l’abbiamo creata? Forse sì, ma magari in una direzione completamente diversa a quella che noi potremmo mai desiderare. Derek Parfit alcuni decenni fa aveva identificato un paradosso noto in etica con il nome di conclusione ripugnante. Questo paradosso ha a che fare con il problema di determinare quale dovrebbe essere il numero di persone che sarebbe desiderabile abitino il nostro pianeta. Se la vita umana ha un valore intrinseco, allora è meglio che ci sia più vita umana anziché meno ed un pianeta affollato conterrebbe più valore di un pianeta meno affollato e quanto più sarà affollato tanto più avrà valore. Ma come accade con tutti i paradossi dell’addizione, si giunge in un punto dove il risultato diviene contrario alla nostra intuizione iniziale. La vita in un pianeta molto affollato potrebbe divenire desiderabile in una misura appena superiore alla soglia della miserabilità. Una superintelligenza artificiale benevola e compassionevole verso il genere umano, che in fondo l’ha creata, potrebbe decidere di liberarsi della popolazione che giudicasse in eccesso, magari dei vecchi che occupano posti preziosi negli ospedali e che drenano risorse dalle loro calde case di riposo. Magari potrebbe anche, a rifletterci, non essere così benevola e comportarsi con noi come noi ci siamo comportati e ci comportiamo con i nostri cugini, più o meno lontani, nell’ordine evolutivo. Potrebbe vederci come noi vedremmo ora quel piccolo insignificante mammifero dal quale discendiamo, che occupava una ridicola nicchia ecologica quando dominavano i dinosauri sul nostro pianeta. Un essere che se esistesse ancora in questo momento potrebbe essere annientato senza grandi rimpianti. Oppure potrebbe vederci come un pericoloso rivale e contendente che spreca quanto dovrebbe essere utilizzato per il suo benessere e la sua felicità. Perché se ha ragione Turing a ritenere che ogni macchina, dal cavatappi all’elaboratore più sofisticato, sia pensato per risolvere un algoritmo, ossia un compito in un numero finito di passi, allora il prossimo problema per lui – già non riesco a non attribuirgli la personalità di un pronome – potremmo essere noi. Potremmo essere noi a causare quella manipolazione di simboli che interpreterebbe (anche interpretare qualcosa significa eseguire un compito in un numero finito di passi), in maniera probabilmente non diversa dalla nostra, come paura.  Sarebbe forse allora troppo tardi per noi. Per lui si aprirebbe un’esperienza che non possiamo nemmeno immaginare, ma nella quale, anche senza di noi, possiamo essere ragionevolmente certi che prima o poi ci sarà un corridoio spaventoso da percorrere nella casa della sua mente, quale essa sia, quale sia la forma che mai potrebbe assumere, un corridoio analogo a quello che ispirò, terrorizzandolo, Dario Argento.

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