EROS NELLA GRECIA ANTICA

EZIO PELLIZER

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  1. Combinazioni

Un tema singolare, nella vasta riflessione sull’Amore che si dispiega per tutta la cultura antica dalle origini (Omero) all’avvento della religione cristiana, dunque per oltre un millennio, è quello che riguarda l’orientamento della passione amorosa su oggetti di sesso femminile o maschile. Le combinazioni possibili sono notoriamente limitate, a priori, dalle possibilità arrenogenetiche, thelygenetiche e miste, o per dirla con Eschilo, dal fatto che il mondo umano comporta empiricamente le configurazioni dell’uomo (anèr, maschio), della donna (gynè, femmina), e se il caso, di qualcosa che sta in mezzo (metàikhmion; Eschilo, I Sette a Tebe, v. 197), con diverse possibili sfumature di tribadismo, di ermafroditismo o di effeminatezza, che non consentono comunque grandi varietà morfologiche.

Nell’epica antica, non si trovano cenni all’amore omosessuale, né maschile né femminile, e i due eroi Achille e Patroclo si ritirano nelle loro tende a dormire con schiave femmine, pur essendo considerati piú tardi (in età tardo arcaica e classica) come una coppia di amanti. La piú famosa poetessa della letteratura antica (e moderna) è nota per il suo orientamento amoroso verso giovani donne, e come sanno psicanalisti e persone comuni, proprio lei ha dato alla cultura (detta «occidentale») una delle piú impressionanti descrizioni degli effetti (psico-) somatici dell’amore e della gelosia che si ricordino, tanto che il nome della sua isola è diventato eponimo dell’amore orientato F > F, cioè dell’amore «lesbico». Altri poeti meno noti (ma si può dire che fosse una tendenza generalizzata), praticavano una sorta di bi-sessualismo, cioè M > M oppure F, e questa ambiguità, pur con qualche differenza che è stata segnalata da storici e antropologi, tra le tendenze riscontrabili nel mondo greco e quelle prevalenti nel mondo romano [(che notoriamente è culturalmente egemone dal I secolo fino al cristianesimo, in tutto il bacino Mediterraneo)] è destinata a durare per un millennio, fino all’affermarsi della rigida eterosessualità imposta dalla morale cristiana, sulla base di regole contenute nella Torah ebraica. A parte le difficoltà obiettive che si incontrano nel formulare statistiche attendibili sulla base di documenti scritti non sempre abbondanti, si può affermare che dalla prospettiva maschile dominante continua nei secoli la pratica di entrambe le tendenze, verso altri maschi in età giovanile (13-18 anni) e verso donne, sia legittime mogli che – e soprattutto – professioniste di condizione non paritaria, ma in genere libere e indipendenti, mentre rimane lecita la pratica di rapporti sessuali con persone di condizione schiavile. Molto rare, se non quasi inesistenti, le testimonianze di pratiche pedofiliache, cioè con minori preadolescenti (al di sotto dei 10-12 anni), e per quel poco che si può congetturare, tali pratiche erano considerate casi di depravazione.

I piú celebri esempi di riflessione teorica sull’amore sono senza dubbio quelli che si trovano in Platone (soprattutto nel Simposio e nel Fedro), dove in una discussione fra diversi personaggi si arriva a formulare un discorso paradossale e al tempo stesso sublime (mi sia consentito questo giudizio): se la sessualità «naturale» (M > F) è inevitabile e necessaria alla propagazione della specie umana, l’amore piú alto è quello di un uomo (maschio) per un giovinetto (dunque per un altro maschio, dall’adolescenza alla prima maturità); ma in modo clamorosamente contrario a quella che era la pratica corrente, ben presto questo tipo di Eros, dominato da Afrodite Urania o Celeste, avrebbe dovuto sublimarsi in un amore dell’anima, e non del corpo del giovinetto, dunque doveva diventare, attraverso la Bellezza, un percorso spirituale verso il sommo Bene. Di tutta questa impressionante riflessione filosofica che personaggi come Pausania, Agatone e la sacerdotessa beotica Diotima di Mantinea espongono nel Convivio di Platone – che restano fra le pagine piú eleganti e ammirevoli della cultura e della lingua della Grecia antica – rimane l’espressione, proverbiale in tutta la cultura occidentale, «amore platonico», non di rado svilita nell’uso corrente a indicare scherzosamente un amore che non si realizza sessualmente, cioè un «andare in bianco», ma come si vede, le cose stanno in modo sensibilmente piú complesso. L’eros prederà invece, nell’uso comune, il nome di «socratico» come eufemismo colto per indicare un amore omosessuale maschile, in genere senza tener conto del fatto che generalmente l’omosessualità maschile praticata tra adulti comportava una sanzione negativa assai severa nei confronti del partner passivo nell’atto, e contro tutte le forme di effem(m)inatezza. Ciò si può vedere bene, per esempio, nell’uso di un insulto giocoso che troviamo nella commedia attica (le Nuvole di Aristofane, in una scena famosa di rottura della «quarta parete» teatrale, vv. 1083-ss.), analogo all’impiego di innumerevoli insulti «omofobi» nel linguaggio postribolare e da caserma del secolo scorso, oggi sempre piú diffuso nei mezzi di comunicazione di massa (Radio e TV) e nei nuovi canali detti «social». Si tratta di un composto aggettivale bimembre, «eurý-proktos», «dall’ampio ano», tradotto variamente in italiano con «rottinculo», «culaperto», etc.). Ma il Platone delle Leggi, I 636 c-d) aveva detto chiaramente che «l’uno e l’altro sesso hanno avuto dalla natura il piacere della copula in vista della comune procreazione, mentre invece le unioni di maschi con maschi e di femmine con femmine sono contro natura (parà phýsin)».

  1. Eros e poesia

 Oltre a Saffo, celebre per i suoi canti in occasioni di matrimoni, e per aver cantato in modo ammirevole e raffinato la passione amorosa, sia lesbica che eterosessuale, tutta la lirica greca e romana diede ampio spazio al tema dell’eros, che verrà ripreso in lingua latina nell’elegia e nella lirica di Roma. Una delle raccolte piú impressionanti, oggi facilmente accessibile anche ai non specialisti grazie al moltiplicarsi di ammirevoli (o comunque utilizzabili) traduzioni anche tascabili in italiano e nelle piú correnti lingue dell’Europa, è rappresentata dalla vasta Antologia Greca (o «Palatina»), nella quale si raccolgono centinaia di epigrammi composti nel corso di oltre un millennio e mezzo. Due libri in particolare sono dedicati alle poesie di argomento amoroso, il Vo agli amori eterosessuali, il XIIo agli amori omosessuali maschili, pur con qualche mescolanza e confusione.

Il romanzo greco, come quello latino, si sviluppò soprattutto su intrecci amorosi, narrando le peripezie di coppie di amanti inizialmente separate dal destino, che alla fine riescono a ritrovarsi dopo molte avventure nell’immancabile «lieto fine».

L’amore e la sessualità, come è facilmente prevedibile, hanno agito sul piano generativo nel produrre una quantità enorme di forme artistiche, dalle scene descrittive nell’epica (omerica e non), alle molteplici realizzazioni delle arti figurative. Basterà ricordare la «scena primaria» in cui un giovane principe pastore è chiamato a valutare la bellezza di tre divinità femminili. Già nota ad Omero, questa scena del «mito», che si conclude con la scelta del premio offerto dalla dea dell’amore (il premio consiste nell’avere – sia pure a prezzo di un ratto e di un amore adulterino – le grazie copiose della «piú bella delle donne», Elena) continuerà nella cultura occidentale e globale a produrre numerose opere d’arte, soprattutto pittoriche. Si tratta del «Giudizio di Paride» (Damish). Non occorre dire che anche gli amori del dio maggiore del politeismo greco, Zeus (Giove), come il citato «Giudizio di Paride», offriranno il pretesto a tutta l’arte europea per la produzione di innumerevoli capolavori, e sarebbe limitativo valutare la diffusione di questo tema soltanto come un pretesto «classico» per giustificare la rappresentazione di una serie di nudi femminili. Zeus, com’è noto, funzionerà anche da modello semiotico di secondo grado per giustificare la pratica e la diffusione dell’amore pederotico, con il Ratto di Ganimede, mentre non si contano le manifestazioni poetiche e soprattutto pittoriche dei suoi rapporti sia legittimi che adulterini con Hera, Leda, Danae, Alcmena, Iò o Europa.

  1. Un gioco di sguardi

 Cercando di descrivere le funzioni psicologiche messe in gioco da queste rappresentazioni, ci soffermeremo sull’efficacia a distanza dello sguardo.

L’amore è visualizzato come un soggetto antropomorfico che si muove nello spazio, ed è fornito di ali. Ma può anche comunicare, inviando messaggi alati dall’amante all’amato, attraverso una corrente invisibile (rhèuma) che si può accostare all’efficacia del malocchio, alla risposta di un riflesso nello specchio, agli effetti dell’eco, al rimbalzo di una palla elastica (Platone). Questa corrente che fluisce (rhèuma) ha il considerevole potere di fare a sua volta spuntare le ali (che sono notoriamente proprie dei dàimones, esseri alati e divini) alle anime degli innamorati, permettendo loro di elevarsi, grazie al potere della bellezza, verso il Bene assoluto. I poeti parlano cosí di sguardi dell’amato che provocano nell’amante una sorta di languore, o deliquio che scioglie le membra, dardeggiando raggi capaci di provocare nell’anima dell’innamorato un’onda di desiderio. Fanciulli capaci di inviare sguardi irresistibili, come quelli che da sotto le ciglia sanno mandare gli occhi delle vergini: in un famosissimo coro di Euripide si cantano questi versi: «Eros, Eros, che distilli il Desiderio / dagli occhi in coloro che tu persegui…». E nei piú antichi poeti (intorno al 700 a.e.v. Esiodo) le stesse Grazie dardeggiano attraverso le loro ciglia sguardi terribili, dai quali stilla la forza di Eros. La metafora del dardo, che darà origine alle innumerevoli rappresentazioni di Eros armato di arco e frecce, è anche piuttosto diffusa.

La moderna psicologia (Iacoboni, Girotto – Pievani – Vallortigara), ha messo in evidenza l’efficacia e l’interattività dei «neuroni specchio», e la loro importanza come veicoli di reazioni imitative (mimèmi, unità di informazione in grado di replicarsi ed essere trasmessi da un soggetto S: a un d: destinatario; ingl. memes), cioè come dispositivi neuronali strutturati, capaci di trasferire le emozioni (pàthe) nel comportamento dei primati superiori e degli uomini sapiens. Un tema che sembra oggi particolarmente attuale, quando nell’esplosione (o «huge bang») della «Galassia Zuckerberg» che ha dato origine a un inaudito livello di «noise», o superfetazione dell’informazione (horror pleni, cfr. Gillo Dorfles), sfociata in modo irreversibile nel moltiplicarsi incontrollabile dei segni e dei messaggi – non solo pubblicitari – si fa piú urgente un metodo – una semiotica – che consenta qualche forma di controllo, anche con il ricorso a tecniche di diagnostica e di controllo dell’attività cerebrale, di fenomeni un po’ inquietanti come l’induzione di consenso, la persuasione al consumo e la pornografia, veicolati da un uso generalizzato delle immagini e di stimoli virtuali di natura «erotica».

  1. I diversi generi dell’amore

 Ma torniamo al mondo greco. Una discussione che a noi potrà apparire rallegrante, o forse un po’ futile, è quella che verte sulle preferenze di soggetti per lo piú maschili, quali si esprimono nei testi «poetici» o narrativi, attraverso oltre un millennio di cultura, nei confronti di oggetti di desiderio maschili, femminili, o per entrambi.

Si possono cosí ricostruire nella cultura greca frammenti di un discorso amoroso che sarà argomento di discussione retorica «in contrarias partes», in difesa dell’uno o dell’altro tipo di amore, con argomenti che potevano variare da atteggiamenti misogini o misogami molto marcati, fino alla difesa di un amore «secondo natura» opposto a un eros maschile contrario ad essa, perché infecondo, dissimmetrico e non duraturo, che per essere difeso doveva essere presentato come una passione puramente spirituale, prescindendo dunque da ogni forma di rapporto carnale. Uno degli argomenti piú usati in questa polemica era fondato sull’opposizione natura // cultura, in genere con lo scopo di dimostrare l’una o l’altra di tesi come le seguenti:

  1. a) la Natura richiede l’amore eterosessuale, come è dimostrato dalla necessità dell’amore femminile e matrimoniale per continuare la specie umana: ne consegue la condanna dell’eros paidico come contrario ad essa;
  2. b) proprio il fatto di essere un portato della «cultura» fa dell’amore per i fanciulli un rapporto degno soltanto delle persone piú evolute e civilizzate, dotate di ragione (cfr. in proposito il notevole e ribaldo epigramma di Stratone, Anth. Pal. XII 245!);
  3. c) non mancano poi, già in Platone, tesi singolarmente «politiche» come questa: l’amore dei fanciulli è il piú degno di un uomo libero, perché ispira naturalmente l’odio per la tirannide, fino all’estremo sacrificio (l’esempio «storico» è quello dei Tirannicidi Armodio e Aristogitone); in altri casi, si sostiene che in combattimento le coppie di amanti sono particolarmente coraggiose, perché sono pronte a morire piuttosto di mostrare viltà davanti al nemico, in presenza del partner;
  4. d) altre discussioni vertevano invece sulla opportunità di distinguere bene il giusto orientamento della passione tra erastès ed eròmenos, e soprattutto i limiti della classe di età in cui è lecito il paiderastèin, oltre i quali si incorre nella colpa di passività da parte di un adulto, condannata fin dall’età classica, e probabilmente anche prima. In proposito, il poeta Stratone di Sardi (sec. II d.C) formulerà in un epigramma «normativo» le età opportune per l’amore dei giovinetti, partendo dai 13 anni e non andando oltre i 17.
  5. e) la donna è una sentina di belletti, profumi e cosmetici, che rendono artefatto e falso ogni suo fascino, mentre i fanciulli sono piú schietti, senza infingimenti, e odorano solo di palestra e di attività sportive sane e virili, o al massimo di unguenti per atleti (Anth. Pal. XII 192, Stratone);
  6. f) ai livelli piú bassi e «comico-erotici», in alcuni epigrammi abbastanza imbarazzanti, si arriva a consigliare crassamente di praticare rapporti anali con donne incinte, paragonabili all’amore coi fanciulli, non senza una certa sollecitudine anche per i fastidi che la partner potrebbe altrimenti subire nel rapporto normale; oppure, in un contesto piú divertente, a consigliare a chi preferisce i fanciulli e si trova con una focosa etèra, la famosa Menòfila, di invertire la posizione erotica, trasformando cosí la donna da Menofila in Menòfilo!

Ciò non toglie che i piú fanatici pedofili arrivassero a teorizzare addirittura una diversa natura delle donne anche in queste circostanze, che le renderebbe «fredde» anche in questo tipo di rapporto (cfr. il notevole XII 7, Stratone, ψυχροῦνται δ’ ὄπισθεν πᾶσαι; «tutte, da dietro, sono fredde»).

Ma gli argomenti a favore dell’amore femminile (che contava, ad esempio, fra i suoi adepti anche il famoso Filodemo di Gadara, filosofo epicureo, semiologo e ottimo poeta) oltre che nella ragionevole e un po’ moralistica difesa del matrimonio che si può leggere in Plutarco, trovano forse la loro espressione piú appassionata non nella poesia simposiale, e nemmeno nei trattati di retorica: si possono leggere invece nel romanzo di Achille Tazio, Leucippe e Clitofonte, scritto nel II secolo d. C. In occasione di un convito a bordo di una nave che viaggia da Beiruth ad Alessandria (una situazione che ricorda un poco le bevute di Archiloco coi suoi compagni di viaggio durante la navigazione), Clinia e Clitofonte pranzano con un certo Menelao, e Clitofonte, per rallegrare gli animi, propone un classico tema del lògos sympotikòs: parlare delle forme di seduzione e della passione amorosa. In questa discussione Menelao difende l’amore per i pàides, mentre Clitofonte offre una delle piú delicate difese del corpo femminile che sia dato di leggere in contesti di questo genere (Achill. Tat. II, capp. xxxv-xviii ).

 5. Conclusioni

Sul tema gigantesco dell’«Amour en Grèce» sono stati scritti molti volumi, anche recenti, oggetto di indagini di tipo storico e antropologico (Diano, Buffière, Dover, Vernant, Rudhardt, Calame, Cantarella, Sissa, e tanti altri). Una volta superato il problema di regolamentare l’amore e di costringere la sessualità esclusivanente a fini riproduttivi – che rimane un’esigenza fondamentale per tutte le numerose culture capaci di esercitare un rigido controllo sul corpo femminile – la discussione si sposta sulle modalità d’uso della sessualità, e a questo scopo si prendono in esame tutte le limitate combinazioni possibili. Se il tribadismo (mascula libido, Hor. Epod. 5, 41) e l’amore saffico (lesbico) sono relativamente poco testimoniati dalle fonti, l’amore omosessuale maschile è testimoniato in modo fin eccessivo sia in Grecia che a Roma; rarissimi sono i cenni a conformazioni fisiche miste, anche se alcuni casi di ermafroditismo e di sviluppo abnorme del clitoride erano noti, ma è certo che era assai diffuso l’uso di membri artificiali, pur se di fabbricazione artigianale, di cuoio e lana, verisimilmente meno avanzati di quelli che oggi vengono pubblicizzati alla televisione, di solito nelle ore notturne, o nella Rete. Cosí, la pittura vascolare offre un quadro abbondante di quanto fosse diffusa la pratica di rappresentare scene erotiche su vasi destinati al simposio, ma il poco che si conserva della pittura greca, soprattutto nelle copie di età ellenistica e romana di cui si sono conservati in Campania esempi di alta qualità, ci fanno pensare a un vasto uso delle figure amorose nelle ville patrizie, e non certo di qualità scadente (o peggio, di destinazione meramente «pornografica»). L’aneddotica antica ci parla anzi di opere d’arte talmente belle da causare insane passioni amorose per sculture di marmo, come la celebre Afrodite Cnidia di Prassitele, che indusse un giovane di buona famiglia (Luciano, Amat. 38, 15-16) a nascondersi di notte nel tempio, e a compiere – novello Anchise! – l’atto amoroso sulla statua, salvo poi morire miseramente, forse gettandosi giú da una rupe. A sentire questo racconto che narra di una insana passione ispirata da una statua di marmo, uno dei personaggi esclama: «La femmina, dunque, si fa amare, anche se di pietra!». È chiaro che qui sono operative le strutture che daranno vita a racconti come quello di Pigmalione innamorato di una statua di donna in avorio, e in definitiva alle storie di fascinazione e di induzione figurativa di passioni virtuali che trovano nei racconti di Narciso e nella loro enorme diffusione la migliore rappresentazione.

In tutti i casi, la passione amorosa era per i Greci un problema religioso, rappresentato in un ricco e complesso politeismo dalla dea Afrodite, e dal problematico Eros, dio dall’ambiguo significato di Forza divina primordiale, piú antica degli stessi dèi olimpî, e di dàimon in forma di giovanetto (figlio di Zeus e forse di Afrodite stessa) rappresentato nell’età adatta per essere un eròmenos. Questo secondo Eros era oggetto di culto ufficiale, tanto da comparire nel celebre fregio fidiaco del Partenone, tra le divinità «ufficiali» del politeismo greco, ad Atene.

eros2Non si deve dunque intendere come una mera metafora letteraria o poetica, come diventerà nella tradizione culturale europea del primo e secondo millennio.

eros3Ma esiste anche, già in epoca arcaica, una molteplicità di figure «personificate», dàimones alati delle diverse forme della passione d’amore, con uno stuolo di divinità minori al seguito di Afrodite, di cui ricorderemo le Khàriti (o Grazie), e poi Pòthos, Hímeros, Hedýlogos, e naturalmente, Euphrosýne, che vuol dire piú o meno «Felicità». Piú tardi, nei secoli dell’Ellenismo, l’età del modello diminuisce, e dà origine a uno stuolo di «putti», Cupidini o Eroti di età infantile che infesteranno le arti figurative (e non solo), dall’epoca romana all’Europa moderna e contemporanea.

La letteratura d’amore, in Grecia, darà alla cultura europea e mediterranea, oltre ai trattati e alle discussioni dei filosofi, alcuni dei piú alti esempi di poesia, inserita in contesti melodrammatici e teatrali (cori tragici), o in poemi lirici che non cessano di attirare l’attenzione e l’ammirazione di chiunque, nel mondo globale, si occupi di letteratura o di arte in generale.

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