FUORI DI SÉ, FUORI DA DIO!

DOMENICO SCARAMUZZI

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 01. «Crazy Little Thing Called Love».

Mi preme dire – e subito – una cosa importante su questo verso dei Queen. Eccone il perché. Detesto le piccole cose, almeno certe piccole cose. E, soprattutto, non ne sopporto la retorica. Detesto, cioè, le pillole di saggezza distribuite nei cioccolatini, le ossessionanti attenzioni – via WhatsApp – con le tazzine al mattino e le stelline, persino animate, per la buonanotte; non parliamo, poi, del Karaoke! Il fatto stesso di esistere ci rende tutti cantanti. 

A dispetto di ciò che spesso ha spensieratamente voluto e vuole una certa vulgata, qui Freddie Mercury non dice in alcun modo che l’amore sia fatto di ‘piccole cose’. Al contrario, il verso lascia cadere l’accento più sulla ‘pazzia’ che sulla ‘piccolezza’. Anzi, a dirla tutta, pare che Melina volesse creare un effetto di senso che si annidi proprio nella paradossalità di quella ‘cosa chiamata amore’ che è, ad un tempo, ‘piccola’ e ‘pazza’. Paradossalità tenuta in piedi dalla convenienza, alquanto difficile, di una cosa da poco eppure forte a tal punto da eccedere i limiti e irridere ogni assoggettamento.

Piccola e pazza cosa, l’amore è costitutivamente segnato da venature più o meno evidenti di follia. È sempre un fuori di sé. Si pensi – per rimanere tra i grandi – alla favola di La Fontaine che, alla fine, costringe il cieco Amore ad affidarsi alla guida di Follia; oppure a chi, per la stessa cieca follia, non indugia nel portare – tralalalallatralallalero – il cuore di sua madre per i cani della vanitosa e fredda amata.

0.2. Su questa spensierata sospensione incipit tragoedia!

D’altra parte, è bello essere pazzi d’amore, almeno fino a quando funziona. Bello trovarsi in un delirio condiviso, in una sorta di follia d’amore ‘a due’ del tipo ‘due cuori una sola incoscienza’, come amanti sfuggiti al nodo delle convenzioni ed esposti a quella pazzia che è ben altra rispetto al delirio per l’amore mancato, là dove più che amore soffia la forza distruttiva e – ma solo raramente catartica – di Thanatos.

Altro che piccola cosa!

Provate a chiederlo a testimoni diretti. Ad esempio, al ridicolo Orlando che, assalito dal demone della gelosia, sradica alberi come «finocchi, ebuli o aneti», col cervello schizzato molto lontano da sé, sulla luna, là dove tra cianfrusaglie e oggetti smarriti solo un intervento divino può consentire di ritrovarlo!

Depressione, inadeguatezza, paranoia, ossessione e diffidenza, ansie da separazione, psicosi da abbandono. Nessuno può dire come e quanto sia giusto essere gelosi. Tuttavia, è un’ossessione che può diventare pericolosa e disturbante, attirare numerose altre complicazioni, nascondere possesso, controllo, aggressività.

Il fuori di sé è sempre un uscir fuori misura. È la condizione di un soggetto che diverge da sé. Alienato o alterato, non è più un essere-tra-le-cose, ma uno che vi rimbalza irregolarmente. Ecco, allora, il punto: si possono attendere risposte sensate da chi, afferrato da un’esaltazione incontrollata e incontrollabile, scantona dagli usuali modi di comportarsi e di esprimersi, dalla concatenazione logica dei pensieri o almeno delle azioni, dalla normale e compassata compostezza? Si possono porre domande o, peggio, offrire risposte al delirio di chi, uscendo – secondo un etimo attendibile – «dal solco», deraglia come un treno dai binari ordinari dell’esistere?

0.3. La sostanza non cambia se si passa dai casi estremi a quelli dei cosiddetti normali, cioè a quanti credono all’amore-terapia e assumono piccole dosi di follia per andare avanti, magari per stimolare la creatività e l’entusiasmo e far fronte alla piattezza delle solite abitudini mentali nel pensare sé e l’altro. In questo caso, perdere la testa, il controllo, le inibizioni è ritenuto un male a fin di bene, se non altro perché serve la creazione e la genialità artistica. L’estro – altra grande figura dell’esteriorità – che, se non offre qualche altro scampolo di libertà, almeno porta allo scoperto parti di noi altrimenti inaccessibili.

La cosa però non mi convince. Qui, in effetti, amare o soprattutto innamorarsi rimane, in fondo, una delle tante circostanze della vita, un’esperienza in cui si ha un frizzante mancamento di stabilità, si prova un certo smarrimento per l’altro, ma solo per poi ritornare alla normalità dell’autopossesso.

È l’illuso tentativo di ribaltare il senso della favola e contravvenire alla volontà degli dei facendo sì che l’Amore gestisca la Follia, non ammettendo, per principio, che per questa ‘piccola pazza cosa’ si possa o si debba perdere la testa. L’amore in sé – così si pensa – non può essere una malattia; per cui, se e quando c’è qualcosa che non va, bisogna portarsi dallo psicologo e correggere certe brutte pieghe. Ma perdere la testa, no! Perché assieme alla testa si perderebbe il controllo delle inibizioni.

C’è molta ingenuità in questo fuori di sé ‘a tempo’, ignaro del fatto che Amore e Follia restano accampati sullo stesso metro quadrato: non solo confinanti, ma intimi e necessari l’uno all’altra.

0.4. La questione, dunque, ci mette dinanzi un fuori programma molto più sconcertante di quanto siamo disposti ad immaginare. Matti o pazzi da legare, individui da ‘internare’, amanti segnati da follie perverse e nevrotiche, ‘fuori misura’ che vanno dall’insensato all’eccessivo, dall’anormalità alla alogia (come dicevano i greci): tutto ciò, insomma, per quanto intercetti il destino degli uomini, sfugge ad ogni sorta di gestione, di interrogazione, di ragionamento, di accomodamento, di addomesticamento.

Follia come cedimento dell’ordine. Crack della ragione. Fuori dell’ordine, cioè fuori ragione! ‘Fuori’ di cui Sofocle docet con la sua Antigone tutta presa dalla devozione per le leggi non scritte degli dei. Follia che si nutre rosicchiando da fuori i bordi di quella stessa ragione che contesta e che trascina verso il ‘fuori’ del suo punto limite, là dove le opposizioni stridono, ma non c’è tempo per accordarle in un Logos ‘altro’. Non resta che la follia irredenta della sua non omologabile ‘pazza e piccola’ situazione di sorella paradossalmente vincolata a tutto quel che non trova – e non può trovarne – né nell’affinato pensiero razionale né nel rude dialogo quotidiano.

Ma – si dirà – non c’è una follia che viene direttamente dal cielo, quale dono elargito e garantito da Apollo? Sì, ma questa non fa ragionamenti né previsioni, ma sgrana gli occhi sul futuro e parla solo le parole dell’oracolo. E, poi, questa follia autorizzata dalla religione non sopporta la concorrenza di Dioniso che balla, beve e fa musica con i suoi rituali trasgressivi, ma comunque più antichi della tarantella nostrana.


Fuori di Sé

0.5. A proposito di divinità e cose di questo genere, anche il Dio cristiano ci ha provato diverse volte con qualche ‘fuori programma’ di tutto rispetto. Viene alla mente la reazione di Pietro dinanzi al gesto di Gesù che vuole lavargli i piedi: «Tu, lavi i piedi a me?»

«Crazy Little Thing Called Love». Scandalo o bestemmia, il gesto di un Messia fuori di sé rasenta un’insolita follia: non tutti i giorni qualcuno ci avvicina con l’intenzione di lavarci i piedi. Ma, ancora di più, sorprende il tono delle parole, tra l’intimidatorio e il severo: «se non ti lavo i piedi non avrai parte con me». Pietro ha mille motivi per temere il peggio: non c’è scampo dalle conseguenze di quella trasgressione. La secca fierezza di quelle parole lo spingono sul ciglio del baratro con la forza irresistibile di un’ingiunzione di esproprio.

Colui che sta per lavargli i piedi è lo stesso dinanzi a cui nessuna creatura può nascondersi. È il Dio-fuori-di-sé che stana senza tregua gli uomini dalla loro grottesca clandestinità e li pone allo scoperto, nudi davanti alla più tenera e terribile delle domande: «tu, dove sei?» (Gen 3,9). È il grido che chiama dalla morte – «vieni fuori» – anche coloro che sono di molto oltre la data di scadenza (Gv 11,43).

Ayekah? – dove-tu? – Pietro trema al pensiero di questo appello che conosce fin dai tempi del catechismo. Domanda senza verbo, che è, ad un tempo, un grido e un pianto, un canto e un lamento. Ma anche interessamento e ricerca: ayekah! Adamo, respiro mio, come stai? Sì, perché l’avverbio permette, in effetti, anche questa variante modale che meglio rimarca il grido ferito dell’amore dinanzi ai cui occhi lucidi si è chiamati a «rendere conto» (cf Eb 4,13).

0.6. Tra Pietro e il Maestro, la scena immobile di un face to face, dapprima opaco e poi sempre più trasparente, sino ad un’intesa sopravanza la confidenza. Nello sguardo che cerca di evitare, c’è un appello alla complicità che trafigge. Il tempo stringe – dicono gli occhi del Maestro. È giunta l’ora. Potrebbero trascorrere anche secoli, ma Pietro continua a non capire. La butta lì secondo il suo stile. Non è la prima volta: «Allora, Signore, lavami non solo i piedi, ma anche le mani e la testa».

L’idea che quell’atto potrebbe essere il gesto tenero dell’amante e non quello basso dello schiavo non lo sfiora affatto. Non rientra nel novero delle sue ipotesi. Non è bravo come tanti altri ‘maestri’ nell’assegnare nomi alle ombre.

Lo sguardo di Gesù lo raggiunge dal basso e lo inquieta. Da che mondo è mondo, i piedi vanno difesi dalle insidie del serpente (cf Gen 3,14-15), non dall’uomo o addirittura dall’amico. Pietro è totalmente nel pallone: non distingue, eppure vede. Ricorda che da bambino, sua madre lavava i piedi agli agnellini da sacrificare per la pasqua, secondo le Scritture.

Intanto, un catino d’acqua e uno strofinaccio stanno per decidere il futuro della chiesa. Anzi, il destino del mondo. Perciò chi non comprende o, peggio, tenta di seppellire nella ripetizione emozionale dell’In coena Domini il carattere aurorale di quel gesto commette un crimine contro l’umanità.

0.7. La sensazione di precipitare in una sorta di eccessiva passività gli dà tremendamente fastidio. Non vuole che i suoi piedi restino impastoiati nelle mani del Maestro. Teme che nessun ariete verrà miracolosamente a sostituirlo. Ha le vertigini. È confuso. Ma il Signore continua imperterrito il suo fuori programma: depone le vesti e si cinge solo di un asciugatoio. È fuori di sé, intanto è Pietro a sentirsi nudo dinanzi a colui che ha assunto i tratti dell’estraneità assoluta, estrema traccia di una trascendenza uscita fuori di sé «per noi uomini e per la nostra salvezza».

Vorrebbe fuggire. O, meglio, vorrebbe che il suo corpo sfuggisse a quelle mani che, quando non parlano, scrivono dappertutto con segni che scuotono la legge e disarmano improvvisate sassaiole di morte. Scrive per terra, scrive persino sui piedi, ma nessuno sa che cosa. «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo» (Gv 13,7).

A cominciare dai piedi è tutto il corpo di Pietro che si sta facendo scrittura. Lui non lo sa, ma il futuro, con il suo assoluto bisogno di semplificare, passa per i piedi. Lo hanno detto gli antichi: come sono belli sui monti i piedi di chi annuncia la pace e dice a Sion la bella notizia (cf Is 52,7-9). Lo si canta nelle serenate: «Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe!» (Ct 7,2). Se ne preoccupa l’Apostolo: la loro voce e le loro parole hanno da correre per tutta la terra fino agli estremi confini del mondo (cf Rom 10,18).

È giunta l’ora: non più sulla sabbia, ma sui piedi sta per essere incisa la follia d’un amore che rimarrà per sempre. C’è infatti un sapere del corpo – un sapere dei piedi – che rifugge il ‘dire’ tanto quanto ‘ama’. La cura di un corpo da allevare, da mantenere, da truccare, da riparare, da dimagrire, da soddisfare, da accettare, da consegnare, da abitare, da ascoltare, da mangiare, da risuscitare… Per queste e infinite altre ragioni, il Verbo è qui in carne ed ossa!

0.8. I gotta be cool, relax, get hip. Get on my tracks… Sì, è ora di restare calmi, rilassati, perché a Lui nulla sfugge! Anzi, sa benissimo ciò che il diavolo ha seminato nel cuore di Giuda e già vede l’ignaro gallo razzolare lì fuori, in attesa di cantare al triste ‘no’ (Gv 18,25), eppure continua, in ginocchio e in grembiule, nel capovolgere a testa in giù l’idea di Dio.

C’è qualcosa di tremendo e inquietante – unheimlich – in questo anticipo della ‘croce di Pietro’ che per il momento crocifigge ogni altra immagine di Dio. Fuori dal suo ruolo di Dio, dà in anticipo la sua risposta persino a chi lo tradisce. Pietro e gli altri non sono a rischio di eliminazione, almeno per il momento. Perciò non possono sapere che il tradimento è l’esperienza prima della condizione umana inciampata tra l’oro fino e le resine odorose della terra (Gen 2,12), di quella giustizia meschina che gli uomini cercano di soddisfare di nascosto quanto più si sentono nudi (Gen 3,10). Dinanzi allo squallore di questo metro e mezzo di giustizia, il Messia preferisce insegnare in ginocchio la nuova grammatica delle cose. Ed io – così pensa Pietro – non ne sono proprio all’altezza: This thing called love, I just can’t handle it.

Con la vertigine, sale la domanda: come sopravvivere con questa verità piantata nel cuore?

Che in questo fuori programma ci sia del ridicolo non è un mistero. I piedi dell’uomo nelle mani di Dio! Guardata dal lato cattivo, è la vignetta, la buffa retorica nana di chi, non avendo l’altezza di «rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37), ripiega d’astuzia sul buon esempio delle ‘piccole cose’! Sacrifici inutili, ma guadagno facile: primo tra tutti, l’[im]porsi come ‘misura’ di ciò che si deve o non si deve fare, e soprattutto di ciò che non di deve pensare, sino a riempire con la nevrosi del dire e del fare ogni spazio bianco tra le cose di modo che non ci siano vuoti dove, caso mai, possa cadere una qualche impazzita scheggia di grazia. «Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio» (Mic 6,8).

0.9. Quanti altri profeti dovranno attraversare la storia e gridare che è tempo di smetterla con questo nevrotico e collettivo bisogno di Dio? Col desiderio regressivo di questa religione da quartiere? Con questa efa ridotta? Con questo Infinito Intrattenimento sulla catastrofe? Con l’ovvio che parla nelle sempre più ovvie parole dei preti? Perché è così difficile capire che chi sta in alto non rappresenta il bene, ma è a servizio di chi lo cerca?

I ain’t ready. Se non conoscessimo il seguito, Pietro avrebbe dalla sua tutte le ragioni del mondo per essere giustificato. Ma non è pronto, sebbene avesse ricevuto un anticipo di questa follia qualche giorno prima, nella casa dell’amico Lazzaro, dove Maria aveva versato sui piedi di Gesù il suo costoso profumo. Gesto dell’amante già cantato dai padri nelle strofe eroticamente audaci della Scrittura:

«Mi sono tolta la veste;

  come indossarla di nuovo?

Mi sono lavata i piedi;

come sporcarli di nuovo?

L’amato mio ha introdotto la mano nella fessura

e le mie viscere fremettero per lui.

Mi sono alzata per aprire al mio amato

e le mie mani stillavano mirra;

fluiva mirra dalle mie dita

sulla maniglia del chiavistello» (Ct 5,3-5).

Insomma, che succede? – avrà pensato Pietro – il Maestro si mette a fare a noi le cose che le donne hanno fatto a Lui? Non riesco proprio a convivere con questa pazza piccola cosa chiamata amore! I just can’t handle it.

  1. L’imbarazzo di Pietro non distrae e non trattiene il Maestro dall’andare fino in fondo. Ruba dalla sua ‘ora’ piccoli momenti da dedicare ad ognuno dei ‘suoi’. Assieme al pane frantuma anche il suo ultimo scampolo di tempo perché tutti ne abbiano almeno un pezzo e siano congedati con tenerezza. Li ama, cioè, «fino alla fine» del tempo e del corpo.

Questa pazza piccola cosa chiamata amore un giorno riusciranno a comprenderla, a condizione di accoglierla non come istituzione di un nuovo rito, ma come test attitudinale di responsabilità. Non potranno sbagliare. Basterà mettere la croce sull’unica domanda a risposta chiusa: «mi ami, tu?»

Tutt’altro da Dio, mezzo nudo e cinto solo dell’asciugamano, potrebbe dire «tutto è compiuto». E, invece, preferisce il contatto.

Tra un attimo le mani toccheranno tutti quei piedi e vi scriveranno qualcosa. Lo sguardo diventerà contatto, la vicinanza estrema, l’intesa prossimità.

La parola tace, eppure non smette di interpellare perché si è affidata alla verità del fare e del toccare. Sempre meno potere. Anzi assenza di potere. Solo piedi tra le mani. I piedi di Pietro e di tutti gli altri che acconsentono a farsi toccare. Il gesto è pronto per farsi evento.

Then she leaves me in a cool cool sweat.

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