L’AMOR TISICO

SAVERIO FATTORI

saverioIn treno di ritorno da Trieste, mi togliesti le residue speranze. Mi avevi scritto Pensa al mare, pensa ad altro. Non pensarmi. All’altezza di Monfalcone fosti chiara. Non ti ho mai amato, ti ho usato. Odiami. Adesso devi odiarmi. Te lo ordino. Non amarmi ancora così forte che poi i sensi di colpa mi soffocano. Offendimi. Dimentica i nomi buffi che mi hai dato. Non sono la tua coniglietta matta.

Non increspo le labbra come un paperotta. Sono una zoccoletta. Te lo dissi subito. Tu non mi credetti così confuso com’eri da video musicali, poster, e altri giocattoli. Sono stata molto disordinata con te. Non capii quel termine, ma mi parve geniale. Disordinata. Doveva avergliela suggerita il cane da riporto Junghiano del martedì e del giovedì. Anch’io sono disordinato, nel senso che perdo gli oggetti e ho abiti sparsi ovunque. Arriverai a rimuovere tutto, a negare ogni rapporto con David Gahan. Arriverai a pensare che sono Folle&Sfigato. Penserai ciò che ti conviene pensare. 

Vi assicuro che è assurdo essere emotivi dalle parti di Monfalcone, pare una contraddizione geografica. Rimasi in silenzio. L’ansia si stava espandendo verso il panico assoluto. In un dolore talmente radicato e profondo che pareva impossibile da reggere se non per pochi secondi. Temetti mi avrebbe accompagnato tutta la vita. Lo ritenni insostenibile. Valutai l’opzione del suicidio. Dalle parti di Monfalcone. Mi parve coerente visto lo squallore di quei campi bruciati. Continuavo a fissare il biglietto del Regionale che così recitava: Trieste via Ferrara-Rovigo-Padova- Portogruaro-Monfalcone. Sono luoghi orribili strappati alla malaria e con una miseria atavica che non si stacca mai. Le scrissi che Era come se un Concorde mi fosse entrato nel culo. Con quel muso così intollerabile in quanto aguzzo e spiovente. Un velivolo con molte pretese che dopo un disastro aereo era definitivamente uscito dal mercato. Un esemplare fantasma mi aveva trovato lì, assiso in quel treno regionale, con un cellulare all’orecchio dal quale uscivano scricchiolii di morte. Nei pressi di Monfalcone.

Ho acquistato un kit crocefissione all’Ikea Baronessina. Ma come al solito mi sono incasinato con le istruzioni di montaggio. E adesso? Panico Baronessina. Panico.

Non c’è offesa più feroce di un silenzio strategico. E lei lo sa. Sa quale deve essere il comportamento di una giovane femmina sotto stalking tecnologico. Il silenzio. Qualunque feedback sarebbe preso da parte mia come un incoraggiamento. Silenzio. Sssssss…

Per cui dovrò ricostruire i Dialoghi della Vagina Fredda: Tu sei pazzo. Allora perché non mi cancelli dai contatti? Ti controllo, controllo la tua pagina Facebook, voglio vedere dove vuoi arrivare. Non lo so nemmeno io. Sono bipolare, come te, anche se nessuno strizzacervelli me lo ha diagnosticato. Mi piacciono queste etichette. Deresponsabilizzano. Non credi? Sei un mostro. Un mostro buono. Sono Elephant Man. Di Lynch. Ti piaceva Lynch. Dovevamo anche rivederci Mulholland drive. Non ricordi? Neghi? Avrei dovuto fare registrazione, tenere file audio. E perché  no, girare qualche video, scattare qualche foto di nascosto delle tue nudità, di notte. Ora ti terrei in pugno. Sei un mostro. Davvero. Non lo ero, credimi. Balle, sono il tuo alibi. Non lo so, io sono confuso. Basta David, ti prego. Basta, fallo per te. Hai già individuato un nuovo cortigiano? Mi pare che ti stia muovendo in campo musicale, gente che beve molto e si lava poco. Smettila. Non cercarmi più. Sarà meglio per te. Ma tu lo sai cosa sei? Non lo so cosa sono. Ti ricordi Manuel Agnelli? Specchio specchio lui chi è… Basta David. Basta. Non ne posso più di te, di Manuel Agnelli, delle tue fissazioni. Forse dovresti curarti. Ci hai mai pensato? Forse non sono io il tuo problema.

Siamo alle solite. Non se ne esce nemmeno dai dialoghi simulati della Vagina Fredda. Deresponsabilizzazione. Rimozione. Derattizzazione. Queste le parole d’ordine. A questo ti allena lo Psycokiller Junghiano. Cane. Cane maledetto.

Cagna pure tu.

Dopo la mia esecuzione è tornato il Promesso sposo. Cucina regionale nell’appartamento reale e nei migliori ristoranti del Regno. Noi ci siamo amati violentati deturpati torturati maltrattati malmenati. Lo sai. Raglia Bianconi dei Baustelle. Abbiamo respirato dalla stessa bocca. Ti ho picchiata con tutta la forza che avevo. Tutto il resto è La Prova del Cuoco e ristorazione in genere.

Nel tuo stato ho dovuto leggere: La felicità è uno spaghetto allo scoglio e un branzino in crosta di sale. La mia tragedia ti ha messo appetito. Cosa gli avrai raccontato al Promesso? siete assisi al Due

Forchette Michelin. Reggi il suo sguardo? Che è successo in sua assenza? Nessuna novità? Quali narrazioni? E con che faccia? I lividi delle mie botte sono già scomparsi? È il vostro ristorante di famiglia, ce l’hai sotto casa. Il proprietario conosce bene il Barone Padre, Baronessa Mammà e il Promesso. Sei una specie di figlioccia per lui, è una sorta di custode, in realtà è una spia, raccoglie informazioni sulle tue abitudini di vita per conto del Barone Padre. Io dovevo stare attento a non incrociarlo quando salivo su da te, per evitarti imbarazzi e nuove note sul tuo dossier.

La medietà che vai cercando alla tua giovane età ti porterà al disastro esistenziale in pochi anni. All’anoressia emotiva. Ammetto che ci siamo fatti del male. Ma per un tempo breve siamo stati una cosa sola, una cosa bella. Quando la cura e la malattia sono la stessa cosa, allora sono cazzi amari. Quando ti rendi conto che il paradiso e l’inferno sono lo stesso posto uno dei due amanti si fa male. Molto male. CADE LA MASCHERA, L’UOMO RESTA, E L’EROE SCOMPARE. Questo è Serge Gainsbourg. Ricordi Baronessina? Ricordi Je suis venus te dire que je m’envais? Ti ricordi? Avevo postato quel video sulla mia pagina di Facebook e tu lo incollasti sulla tua, bei tempi quelli, ci si intendeva. Serge era allo stremo della vita su quel palco, pretendeva dal pubblico il massimo silenzio, la voce era un filo tenue. Occhiaie profondissime, ventre gonfio da alcolista. Avevo guardato ininterrottamente quel filmato per due giorni. Mi confessasti che per te era stato lo stesso. Era iniziata così. Con il cantante dei La Crus a Sanremo e Gainsbourg satollo di vita. Era iniziata bene. Era un’illusione, un’allusione a una proiezione di felicità. Perché come dice Houellebecq, La possibilità di essere felici deve sussistere come esca. A me la nostra storia sembrava la favola perfetta, un film porno della Nouvelle Vague francese. Ma vivevo in un’allucinazione perenne. Bello sarebbe stato se a staccare la spina fossi stato io. Dopo una scopata cattiva. La più cattiva, sberle, cazzotti ai fianchi, frustate con la cinghia, segni sulla pelle. Per lasciarti così sul letto, sporca di sesso.

Je suis venu te dire que je m’envais.

Serge Gainsbourg mi aveva indicato da subito la via di uscita, le parole giuste. La dignità virile. Ma io ero uscito di senno. E quando sei fuori di senno sei donna, o lesbica, una adolescente neomestruata. Quante volte nei giorni seguenti la mia disfatta ho ascoltato Annarella dei CCCP. Quante volte. E quante volte l’avrà ascoltata la mia donna vera, quella che abbandonai per farti spazio. Come avrei voluto pronunciarle io quelle parole la sera del mio mercoledì nero, quando tu mi lasciasti uscire dalla porta del tuo appartamento senza fermarmi.

Lasciami qui lasciami stare lasciami così non dire una parola che non sia d’amore x me x la mia vita che è tutto quello che ho x la mia vita che non è ancora fi-ni-ta. 

Io mi volevo esibire in un amore pedagogico, ti avrei raccontato la favola dei CCCP, dei reggiani Zamboni e Ferretti che si incontrarono nella Berlino brulicante di idee degli anni Ottanta. Come compito in classe ti avrei assegnato quello sull’integralismo cattolico di Ferretti. Come reduce ti avrei reso testimonianza di anni che hanno l’unico torto di avere cullato a strappi la mia infelice giovinezza. Anche tu Baronessina mi parlasti di infelicità culminata in ben quattro (quattro) tentativi di suicidio. La solita esibizionista. Ti assicuro che io al primo colpo ce la farò. Poi ve la vedrete tu e il tuo Junghiano sulla questione Sensi di Colpa.

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