LA SUPERFICIE CHE IO SONO: IN DIFESA DI NARCISO

RICCARDO DAL FERRO

escherCome John Dillinger per la New York degli anni Trenta, Narciso ai nostri giorni è il nemico pubblico numero uno, ma sta al tempo stesso sulla bocca e sugli occhi di chiunque.

In un perverso rapporto di attrazione-repulsione, il discorso sociale produce continuamente la demonizzazione di Narciso, delle sue qualità estetiche e soprattutto del suo atteggiamento disincantato, autoreferenziale e morboso. Non c’è anfratto dei luoghi comuni che non porti con sé questa ambivalenza, questa necessità di tenere sempre sotto sorveglianza il narcisismo, per poi desiderarlo ardentemente, per nutrirlo e coccolarlo soltanto nel segreto della nostra intimità.

Il bagaglio concettuale che Narciso porta con sé è pericoloso ed esplosivo, e noi ci siamo convinti di doverlo disinnescare a tutti i costi, collettivamente, solo per accorgerci di ammirarlo con ogni nostra forza, individualmente. E in quella spaccatura, tra individuo e comunità, tra “io” e “noi”, sta la forza di Narciso, sabotatore dell’immaginario collettivo e paladino dell’autodeterminazione individuale.

Il mito di Narciso infatti non ci narra soltanto della distruttività di questa figura che, nel rifiuto della profondità e di un significato che vada oltre la superficie, nell’abbandono alle mere apparenze e alla leggerezza delle illusioni, spinge i suoi amanti e le persone che lo circondano a un destino desolato e triste. Il mito ci racconta anche e soprattutto della meraviglia che sta nel riconoscersi come fenomeno, come apparenza, come illusione. Il riflesso che il mondo ci presenta, nel quale riconosciamo la nostra esistenza, è l’atto fondativo stesso del pensiero, il momento in cui l’uomo riesce finalmente a chiedersi: “Ci sono mai io?”

Paul Valéry scrisse: “Il più profondo è la pelle” e in questo breve lampo sta tutta l’ambigua forza del narcisismo, gesto di accettazione della pura superficie ma al tempo stesso via d’accesso alla profondità più abissale a cui l’uomo possa ambire, ovvero il riconoscimento di ciò che esso è. Nel mito di Narciso troviamo tutta l’immanenza del pensiero umano il quale non è, come raccontato dal mito anti-narcisista di Prometeo, un dono fatto dagli dei agli uomini (o ancora peggio, un furto perpetrato ai danni della divinità), ma al contrario un evento completamente terrestre, perfettamente individuale, totalmente contingente: un uomo si trova al cospetto del proprio riflesso e, riconoscendovisi, esprime la prima autentica domanda filosofica possibile: “Chi sono io?”

Il pensiero non nasce insomma da una trascendenza, come vorrebbe il mito prometeico in cui l’uomo riceve il λόγος grazie all’intercessione di un’entità semi-divina. Il pensiero nel narcisismo nasce a causa di un gesto inconsulto, scriteriato e irresponsabile, l’atto di un personaggio che nel corso della propria vita ha fatto di tutto per evitare le profondità, le domande intellettuali, le relazioni stabili e impegnative; il pensiero, in Narciso, emerge da un comportamento stupido e idiota, ovvero lo sporgersi sullo specchio d’acqua per ammirare la superficie che io sono, comportamento che mette a repentaglio la vita stessa (e cos’altro è il pensiero se non un mettere a rischio ogni cosa?). Narciso si sporge, vede se stesso, e su quel riflesso, che è superficie di superficie, dal momento che mostra ciò che Narciso apparentemente è, emerge la fatidica domanda che mette in moto la filosofia stessa: “Chi sono mai, io?”

L’abissalità della domanda, lo spaesamento che essa scatena è la vera causa della morte di Narciso, inghiottito dalla propria stessa immagine nel tentativo di ricongiungersi al suo riflesso. Borges scrisse qualcosa di straordinario, a sostegno di ciò: “Dopo sanguinose battaglie, le arti magiche dell’Imperatore Giallo prevalsero. Egli ricacciò gli invasori, li incarcerò negli specchi, e impose loro il compito di ripetere, come in una specie di sogno, tutti gli atti degli uomini. Li privò di forza e di figura propria, riducendoli a meri riflessi servili. Un giorno, tuttavia, essi si scuoteranno da questo letargo magico. Il primo a svegliarsi sarà il Pesce. Nel fondo dello specchio scorgeremo una linea sottile, e il colore di questa linea non rassomiglierà a nessun altro. Poi verranno svegliandosi le altre forme. Gradualmente, differiranno da noi; gradualmente, non ci imiteranno. Romperanno le barriere di vetro o di metallo e questa volta non saranno vinte.

La superficie, il riflesso non mi presenta soltanto l’esteriorità di ciò che io sono, ma soprattutto la necessità di ricongiungermi al mio doppio, dal momento che è solo quando mi scindo, quando vedo il mio riflesso, che la domanda su chi io sia si staglia di fronte a me in modo irresistibile. Si tratta di un atto completamente individuale, pericolosamente solitario, in cui tutto ciò che dico, faccio e penso è rivolto all’affermazione di me stesso come esistenza irriducibile, corpo discernibile, singolarità non apparente. Narciso è completamente solo di fronte a sé, non può contare sulla solidarietà degli uomini, come invece accade a Prometeo, la cui condanna a marcire eternamente riempie il cuore di gratitudine e nostalgia. Narciso non ha la fortuna di Prometeo, poiché esso è il filosofo che deve affrontare l’abisso di una domanda incomunicabile, dal momento che può essere posta solo al proprio riflesso.

E se anche Narciso volesse cercare la solidarietà degli uomini, non avrebbe le parole per chiederla. Infatti, può usare il linguaggio non come relazione con gli altri, ma soltanto come affermazione di sé. Questo forse è il peccato più imperdonabile del narcisismo: il suo linguaggio non è comunicazione, né trasmissione di informazioni. Narciso non parla per dire agli altri, parla per affermare se stesso, per esprimersi in quanto esistente, per ribadire la sua eccezionalità, la sua singolarità. La parola di Narciso è una parola svuotata di significato, poiché il suo compito non è quello di veicolare un significato. La sua parola è il “barbaric YAWP!” di Walt Whitman, che non cerca di dire qualcosa a qualcuno, ma desidera soltanto produrre un nuovo riflesso di sé, una eco che, dopo aver compiuto il giro del mondo, ritorni al suo orecchio per dargli la possibilità di riconoscersi nuovamente. Il linguaggio di Narciso è la trasformazione sinestetica del riflesso che il fiume gli ha mostrato, un modo nuovo per porre ancora una volta la domanda delle domande: “Chi sono mai, io?”

L’ironia della sorte vuole che nella nostra epoca contemporanea di narcisismo spesso venga tacciato colui che vuole mostrarsi agli altri, che si ostenta, che desidera manifestarsi in tutta la sua splendida superficie. È narcisista colui che usa la retorica per farsi bello, colui che possiede un linguaggio pronto a comunicare il fascino. Il narcisista trascorre molto tempo nel prepararsi all’ostentazione, partendo quindi da una profondità per arrivare alle superfici.

Ma Narciso non è questo, anzi: è l’esatto opposto. È infatti la superficie che esprime profondità proprio in quanto mancante di significato. Narciso è il gesto con cui ci si nasconde, disinteressandosi alla comunicazione. Narciso è l’affermazione del Sé che si abitua all’impossibilità di parlare con gli altri, di discutere, di cercare solidarietà o comprensione. E partendo da ciò, da queste apparenze, da questa leggerezza, da questo disinteresse, finisce inevitabilmente per mostrarsi agli altri, per diventare al tempo stesso oggetto di odio e di desiderio, calamita di ammirazione taciuta e di disprezzo urlato in piazza. Narciso non è condannato dagli dei, come Prometeo, ma è condannato dagli uomini, poiché sa porre l’unica domanda davvero devastante per la loro vita: “Chi sono io?”

Gli uomini che lo condannano sono al tempo stesso condannati da Narciso, poiché la sua figura emerge dallo specchio di ogni individuo e, mostrandosi per ciò che è, ovvero apparenza, immagine, riflesso, rende necessaria una ricerca che vada oltre le apparenze, le immagini e i riflessi.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA MITO

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