LA BILANCIA INFRANTA: IL PESO DELLE PAROLE, LA FOLLIA DEGLI STRUMENTI DI MISURAZIONE

MATTIA DE FRANCESCHI

bilancia

Da tempi immemori, il nostro rapporto con le parole è avvolto nella fine patologia della personificazione: significanti fragili e sempre in divenire, vibrazioni eteree modulate da pezzi di carne per l’uso di altri pezzi di carne, frattaglie intombate dietro vaghi grafemi su lapide di foglio, esse si trovano a dover sopportare il fardello delle nostre descrizioni: le parole feriscono o rincuorano, sono ignobili, necessarie, felici o disperate ma, soprattutto, le parole hanno un peso.

Forse dire “un peso” è sbagliato. Le parole hanno “un rapporto” con il peso – anzi, ne hanno molteplici. Alle parole di diverse persone diamo diverso peso: quelle di un ubriaco riverso a lato di un marciapiede sono di una leggerezza che le porta a perdersi nell’alone elettrico dei lampioni mentre le parole di un capo di stato sono macigni scagliati sulla terra, che non è dato evitare; alle parole di Tiresia non si è dato peso fino a quando la tragedia non ne ha rivelato per intero la gravità (parola rivelatrice), mentre quelle di un profeta spurio che veda imminente la fine del mondo sono pesantissime fino al superamento della data ultima, quando si rivelano essere cave. Le parole di uno stesso individuo avranno un peso diverso durante l’arco della sua vita: esili vagiti neonatali lasciano il posto a lievi proposizioni bambinesche, alle urla volubili dell’adolescenza e, finalmente, alla misurata pienezza della maturità, che scivola poi nella voluminosa gravitas della vecchiaia; a volte poi lo schema si sconvolge giocosamente e nei bambini si trova una verità ignara di dissimulazione o nei vecchi una follia altera e draconiana.

La lingua in cui le parole vengono espresse ne varia il peso percepito: latino e greco sono iniezioni di piombo e tradizione, mentre una parlata dialettale che s’insinui in un’aula universitaria viene deriso e poi defenestrato, con gesto plastico e privo di sforzi; l’inglese offre una pesantezza standardizzata, ma si può trovare e svuotato e ancor più zavorrato a seconda dei contesti. Allo stesso modo, il materiale attraverso cui accediamo alle parole ne determina il peso: un chiacchierio qualunque, se catturato in forma scritta, eredità immediatamente il ponderoso lignaggio della scrittura, del libro e della pubblicazione; una frase di questa conversazione, poi, se estrapolata ed immortalata in epigrammatico sasso, diventa quasi una sentenza borbottata dal Fato stesso. La cronologia di una chat online peserà forse qualche picogrammo d’elettroni ma, se letta con voce grave al telegiornale nel contesto di un crimine, ci affonderà nello stomaco. Rimanendo in tema: legge e giustizia offrono alle parole che le descrivono masse inusitate, mentre giochi, scherzi e battute di spirito soffiano via i loro lemmi divertiti, mandandoli a cavalcare il vento. La filosofia tende ad essere affar greve, mentre religione e politica rimbalzano da un capo all’altro della tavola periodica, una volta idrogeno e quella successiva plutonio.

La fenomenologia del peso delle parole pare, fin qui, chiara e semplice – forse un po’ ambigua, a tratti, ma niente che non si possa risolvere con qualche rapida equazione mentale che ci permetta di capire che peso dare ad una determinata frase. Le categorie di cui sopra diventano numeri e vettori, e così nascono le nostre interpretazioni: la somma di un bambino che parla e il gioco che è argomento del suo discorso sarà minore di quella di un distinto signore che arringa il suo pubblica sulle conseguenze dello spread tra BTP e Bund. Il sistema sembra funzionare. Eppure, a volte viene messo in crisi:

“’Io sono fascista’ mi dice un ragazzino di tredici anni. Sarà alto un metro e quaranta, è ancora in terza media. ‘Pure io sono fascista’ dice il suo amico. ‘Anche io, siamo tutti fascisti.’ […] ‘Io non sono d’accordo sulle cose estremiste… sono un po’…”Fascista…’ le suggerisce la sua amica. ‘No, fascista no… Sono tipo a scatti.’ […] ‘Per me il fascismo è una moda’; ‘Sì anche per me è una moda’; ‘Per me è una bella moda’; ‘Io sono fascista, certo, per moda’ mi ripetono in cinque, dieci, venti nei giorni successivi, ragazzi di Roma, di Milano, di Firenze, di Padova, di Palermo.” (C. Raimo, Ho 16 Anni e sono Fascista)

So’ ragazzi, parlano di politica a caso, non sanno quel che dicono, a quell’età tutti so’ o anarchici o fascisti, ci siamo passati tutti… Da ogni dove emergono queste litanie giustificatorie, non si sa se per difendere i ragazzini o per coprire l’imbarazzo di non sapere cosa farne, delle loro parole. Perché questi ragazzini sono parte di Blocco Studentesco e fanno volantinaggio, vivono, studiano e lottano con i membri del loro collettivo, eppure a quelle parole non si riesce a dare lo stesso peso di un saluto fascista fatto ai piedi di un qualunque Monumento ai Caduti da un uomo che ha passato una mattinata a sparare su persone di colore in nome di un’ideale che non era riuscito a vivere.

Ma, “si dice”, stanno scherzando, o provocando, o facendo la voce grossa per mascherare la loro insicurezza: sono innocenti, “in realtà”. Eppure, è di pochi giorni fa la notizia che sono stati comminati quattro mesi di reclusione ad una ragazza rea di aver scritto, in uno stato di Facebook, che i romeni puzzano, son ladri e che avrebbe voluto sterminarli; avevo avuto una brutta giornata con dei clienti al lavoro, lei si è difesa, era solo una brutta espressione di rabbia. Un mese prima, nel Regno Unito, un uomo è stato condannato al pagamento di una multa di 800 sterline per aver caricato su YouTube il video di un carlino che aveva addestrato ad eseguire un saluto fascista in risposta a frasi come “Sieg Heil”, o “Gas the Jews”; era uno scherzo, ha dichiarato una volta interrogato, volevo solamente irritare la mia fidanzata. Attilio Fontana, in campagna elettorale per la presidenza della regione Lombardia, parla di razza bianca e sostituzione etnica ad opera degli immigrati: lui dice che è stato un lapsus, forse addirittura uno scherzoso errore. Sappiamo che i suoi ascoltatori, però, lo hanno preso sul serio: eletto, dal 26 marzo ha in mano il Pirellone.

Si potrebbero infinitamente stringare altri esempi, tra capi di stato allo stesso tempo ammirati ed odiati per avere detto una stessa frase o violentissime reazioni di repressione contro rozze persone incapaci di comprendere il potere della viralità, o ancora i provocatori di professione, che aprono un Patreon di successo per potersi dedicare solamente all’arte dell’irritazione, o i troll online, che non si sa mai se dileggiare per metterne a nudo la falsità o se ignorare per impedire agli algoritmi nascosti di mettere i loro commenti in evidenza; tutti costoro sono, a modo loro, prodotti ed epifenomeni di un processo molto più ampio e famoso, la morte di dio, quel lutto totalizzante che neppure dopo 136 siamo riusciti ad elaborare.

Insieme a morale e metafisica, con l’uranico cadavere sono andate a decomporsi anche tutte le tecnologie relazionali che usavamo per illuderci di avere dei rapporti chiari e fissi con coloro che ci circondano, con le loro parole. L’ironia, somma sacerdotessa del nichilismo, ha condotto nella sua chiesa tutti quei variegati strumenti di misurazione che ci assistevano nel fabbricarci performanti menzogne interpretative e ha enunciato il suo comandamento: che nulla possa mai più essere preso sul serio, che a nessuna parola sia più dato troppo peso! E, in uno splendido gioco d’autenticità, anche il suo pronunciamento è soggetto a se stesso: non si dia troppo peso a questa faccenda del non dare troppo peso a ciò che viene detto, possiamo ancora dire la verità, dire cose significative. Forse. Così tutto rimane nel limbo, sospeso nella liquida follia dei nostri ormai vetusti strumenti interpretativi, incapaci di fidarsi di se stessi e, allo stesso tempo, impossibilitati a dirsi inutili. Il peso di ogni parola fluttua e muta in continuazione, soggetto agli umori del concerto di bilance ammaccate con cui la società tutta cerca di misurarlo, e nel mezzo ci siamo noi: spauriti, confusi, momentaneamente assolti dal terrore di questo caos solamente quando ci riusciamo miracolosamente a trovare “tutti d’accordo” su una misurazione tra mille. Ma consoliamoci, si son solo rotte le bilance e quelle si possono sostituire; si fosse rotto l’uomo, s’avrebbe da rifare tutto l’universo.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA Senza categoria

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