FRATERNITÀ, RIVOLUZIONE FRANCESE E LINGUISTICA COMPUTAZIONALE

CESARE VETTER

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La «fraternité» ha un ruolo di «parent pauvre» nel lessico della rivoluzione, come afferma Mona Ozouf e come unanimemente e a lungo è stato sostenuto dalla storiografia rivoluzionaria? Alla luce delle nuove potenzialità di ricerca aperte dalla digitalizzazione delle fonti e dalla messa in campo degli strumenti della linguistica computazionale la risposta va ricalibrata: in parte sì e in parte no. Il numero di occorrenze è modesto, non solo rispetto alle altre due parole della devise républicaine («liberté, égalité, fraternité»), ma anche rispetto a gran parte delle parole ad alto contenuto socio-politico del periodo rivoluzionario. Modesto, ma non irrilevante. Nel Dictionnaire raisonné de plusieurs mots qui sont dans la bouche de tout le monde, et qui ne présentent pas des idées bien nettes par M*** (Paris 1790) «fraternité» figura solamente con due occorrenze, nella trattazione della voce «civisme». Allargando però l’indagine ai corpora digitali del periodo rivoluzionario nella disponibilità degli studiosi – pur con i limiti sui quali mi soffermerò in seguito – si scopre che la parola ha comunque una sua presenza dignitosa in termini sia di frequenza assoluta che di frequenza relativa. L’interrogazione delle Archives parlementaires con PhiloLogic4 (PhiloLogic4 Databases) evidenzia 59429 occorrenze di «liberté», 13508 occorrenze di «égalité» e 3243 occorrenze di «fraternité». Le frequenze relative sul corpus delle Archives parlementaires, come spiegherò più avanti, possono essere elaborate solo anno per anno e presentano i seguenti dati:

Liberté

1789: frequenza assoluta: 8184; frequenza relativa (per 10.000 parole): 8,45

1790: frequenza assoluta: 3580; frequenza relativa (per 10.000 parole): 5,23

1791: frequenza assoluta: 8415; frequenza relativa (per 10.000 parole): 6,43

1792: frequenza assoluta: 20.184; frequenza relativa (per 10.000 parole): 10,86

1793: frequenza assoluta: 18.936; frequenza relativa (per 10.000 parole): 12,21

Égalité

1789: frequenza assoluta: 1273; frequenza relativa (per 10.000 parole): 1,31

1790: frequenza assoluta: 432; frequenza relativa (per 10.000 parole): 0,63

1791: frequenza assoluta: 949; frequenza relativa (per 10.000 parole): 0,73

1792: frequenza assoluta: 5399; frequenza relativa (per 10.000 parole): 2,81

1793: frequenza assoluta: 5455; frequenza relativa (per 10.000 parole): 3,62

Fraternité:

1789: frequenza assoluta: 70; frequenza relativa (per 10.000 parole): 0,07

1790: frequenza assoluta: 105; frequenza relativa (per 10.000 parole): 0,15

1791: frequenza assoluta: 149; frequenza relativa (per 10.000 parole): 0,11

1792: frequenza assoluta: 608; frequenza relativa (per 10.000 parole): 0,32

1793: frequenza assoluta: 2311; frequenza relativa (per 10.000 parole): 1,53

Le evidenze lessicometriche, di cui allo stato possiamo disporre, sono indubbiamente provvisorie e potrebbero cambiare con l’acquisizione di nuovi corpora digitali, il miglioramento dell’affidabilità di quelli esistenti e il perfezionamento dei software linguistici di interrogazione dei testi. Sembrano comunque indicare, più che un parente povero, un parente modesto, ma dignitoso.

Se dal discorso pubblico delle assemblee, dei club, dei giornali e della pubblicistica in genere passiamo ad altri versanti, il quadro presenta luci ed ombre. La «fraternité» figura sui frontoni degli edifici pubblici, in documenti amministrativi, lettere, delibere, giuramenti, quadri, medaglie, composizioni musicali, ecc… L’ «accolade fraternelle» – il bacio e/o l’abbraccio che un cittadino o una cittadina ricevevano dal presidente di un’assemblea o di una società popolare – configura una ritualità molto diffusa negli anni della rivoluzione, una modalità di espressione della fraternità come sentimento nell’ambito delle comunità emotive in cui si articolano il confronto politico e la sociabilità politica rivoluzionaria. Accanto agli alberi della libertà verranno innalzati – anche se in un numero decisamente minore – alberi della fraternità. Le «societé(s) fraternelle(s)» costituiscono un segmento importante della sociabilità politica nella Francia della rivoluzione. Dopo il 10 agosto 1792 una delle 48 sezioni di Parigi (tra le più moderate) assumerà il nome di «section de la fraternité». Per la fraternità però non è prevista nessuna festa rivoluzionaria specifica. Bisognerà aspettare la rivoluzione del 1848 per vedere a Parigi la prima festa ufficiale della fraternità (20 aprile 1848).  La fraternità è citata solo di sfuggita nella Costituzione del 1791 e nella Costituzione del 1795. Sarà costituzionalizzata pienamente solo nel 1848, anno di massima fioritura della declinazione politica di questa impegnativa nozione, che è tornata a interrogare pressantemente la nostra stretta attualità.

Le evidenze lessicometriche, che allo stato attuale della documentazione è possibile ricostruire, sembrano riflettere difficoltà concettuali di «fraternité» a inserirsi nel discorso rivoluzionario. Difficoltà che rinviano al suo incerto statuto (valore o sentimento?), all’impossibilità di normarla e di tradurla in un diritto, alla problematica saldatura tra la connotazione cristiana e la connotazione massonica. Sul versante filosofico, la «fraternité» – da Aristotele a Deridda – ha dovuto sempre misurarsi con l’insidiosa concorrenza dell’«amitié». Nella sua declinazione politica, ha fin dall’inizio trovato sulla sua strada le ingombranti ipoteche di «patrie» e «nation». Dalla seconda metà dell’Ottocento e fino ai nostri giorni dovrà competere con la «solidarité». A partire dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento entreranno in campo minacciosamente «sisterhood», «sorority», «sororité».

Sulle difficoltà di ordine generale la rivoluzione impatta in modo deflagrante. Il dubbio che la fraternità possa essere usata strumentalmente a fini di parte attraversa tutti gli schieramenti che si contendono la legittimità politica nel teatro della rivoluzione. Gli apprezzamenti e i sospetti sulla fraternità si alternano e si intrecciano nel corso della rivoluzione. La «fraternité» può essere «preziosa» perché «fa di una società di repubblicani, una sola e medesima famiglia», ma può essere anche un velo dietro cui si nascondono i nemici della rivoluzione:

I sanculotti sono sempre in allerta, ma tranquilli. Essi si sorvegliano tra di loro; perché sanno che molte persone sospette assumono il loro modo di vestire e la picca, per ingannarli sotto le sembianze della fraternità.

Che la parola susciti diffidenza emerge in modo molto netto dal dibattito del 4 febbraio 1794 sull’abolizione della schiavitù nelle colonie, un atto che nella sostanza costituisce la realizzazione più avanzata della rivoluzione francese dei valori inerenti al concetto di fraternità. Nel dibattito, «fraternité» non compare neanche una volta. Non compare nel lungo intervento di Louis-Pierre Dufay e non viene evocata in nessun altro intervento. Compare la parola «frères», ma genericamente e di sfuggita. Per sottolineare la portata storica dell’evento Danton preferisce richiamarsi alla libertà:

Rappresentanti del popolo francese, fino ad ora abbiamo decretato la libertà da egoisti e per noi soli. Ma oggi noi proclamiamo la libertà universale davanti a tutto il mondo e le generazioni future troveranno la loro gloria in questo decreto.

Le dinamiche sempre più conflittuali – la guerra, la contro-rivoluzione, l’anti-rivoluzione, la progressiva lettura degli eventi in chiave di complotto, la caratterizzazione degli oppositori come «ennemis de la patrie» e «ennemis du peuple» – porteranno la «fraternité» da un’iniziale dimensione universale e inclusiva a una connotazione divisiva. Progressivamente la fraternità da espansiva diventerà identitaria. Esemplare al riguardo il Rapport di Barère del 28 messidor an II (16 luglio 1794):

La fraternità è dolce e modesta; è il prodotto del tempo e della fiducia; consiste nel soccorrere i poveri e gli infelici, nel difendere i patrioti oppressi, nell’allontanare gli aristocratici corruttori, nel denunciare i controrivoluzionari mascherati, nel sostenere la patria e i suoi veri rappresentanti. Il sentimento di umanità evapora e si indebolisce quando si estende a tutta la terra: l’amico dell’universo non prova mai il delizioso sentimento dell’amor di patria. Accade lo stesso per il sentimento di fraternità: bisogna in qualche modo limitarlo e comprimerlo per renderlo utile. Durante la rivoluzione la fraternità deve essere concentrata tra i patrioti, che sono legati tra loro da un interesse comune. Gli aristocratici non hanno qui la loro patria e i nostri nemici non possono essere nostri fratelli.

Siamo ben lontani da quando Mirabeau nell’agosto 1789 evocava la «fraternité universelle»:

La libertà generale bandirà dal mondo le assurde oppressioni che schiacciano gli uomini, i pregiudizi di ignoranza e cupidità che li dividono, le gelosie insensate che tormentano le nazioni, e farà rinascere una fraternità universale, senza la quale tutti i vantaggi pubblici e individuali sono così fragili e così precari.

La latitudine della fraternità – quando evocata esplicitamente nel discorso pubblico come sostantivo astratto o attraverso le altre forme della stessa famiglia lessicale – man mano si restringe nel corso della rivoluzione. Le voci a favore di un’estensione del sentimento di «fraternité» anche ai nemici e agli avversari saranno poche e isolate. Resta aperta la questione sulle responsabilità di questo progressivo restringimento. Le circostanze? Sicuramente sì, perché ogni situazione di guerra (nel caso specifico: guerra nazionale e guerra civile) tende a ridurre il perimetro della «fraternité». La cultura politica? Le dinamiche stesse del linguaggio rivoluzionario? Il circuito semiotico evocato da Furet? Le risposte in questo caso possono essere varie e diversificate e investono la dialettica rivoluzione – controrivoluzione. Vanno in ogni caso cercate con prudenza, misura e umiltà. Con la consapevolezza soprattutto che – quando arriviamo all’anno secondo – ci stiamo confrontando con le contraddizioni di un momento della storia «in cui la santa eguaglianza parve infine scendere tra gli uomini per rispondere alle loro attese millenarie» (Albert Soboul).

Anche le concordanze di «fraternité» nelle Oeuvres de Robespierre evidenziano un percorso accidentato da una funzione inclusiva a una funzione escludente. Il punto di arrivo lo troviamo poco prima di Termidoro, in un intervento del 16 luglio 1794 al club dei giacobini (il giorno stesso del sopracitato intervento di Barère):

La fraternità è l’unione dei cuori, è l’unione dei principii: il patriota non può allearsi che con un patriota; se si unisce ad altri, perde le sue forze invece di aumentarle. Quando un popolo ha consolidato la sua libertà e la sua tranquillità su leggi sagge, quando i suoi nemici sono impossibilitati a nuocergli, allora è arrivato il momento della fraternità; ma fin tanto che esisteranno nemici della libertà, che gli aristocratici fraternizzino tra loro e i patrioti fraternizzino con i patrioti.

Nel progressivo restringimento del perimetro della fraternità da parte di Robespierre giocano indubbiamente le circostanze e la lettura delle circostanze in chiave di complotto. Giocano però anche elementi di cultura politica. Tra questi indubbiamente la controversa concezione della libertà, ma non sottovaluterei le tensioni tra «fraternité publique» (la «fraternité» all’interno della patrie) e «fraternité commune» / «fraternité universelle» (la «fraternité» che riguarda tutti gli uomini in quanto tali) riscontrabili negli scritti di Rousseau, fonte primaria di Robespierre.

Riguardo a Robespierre tra l’altro risulta confermato un dato già noto: Robespierre è il primo a proporre la devise «liberté, égalité, fraternité». Lo fa il 5 dicembre 1790 in un intervento (mai pronunciato integralmente, ma pubblicato e rimaneggiato successivamente in forma di opuscolo) al club dei giacobini sull’organizzazione delle guardie nazionali:

Esse [le guardie nazionali] porteranno scritte sul loro petto queste parole: Liberté, Égalité, Fraternité. Le stesse parole saranno scritte sui loro stendardi, che avranno i colori della nazione.

Precedentemente l’espressione «liberté, égalité, fraternité» (in questa precisa sequenza di parole) era stata usata in un resoconto della festa della federazione del luglio 1790, pubblicato da Camille Desmoulins nel numero 35 delle Révolutions de France et de Brabant. Desmoulins non propone la frase come motto. Robespierre sì e per questo motivo – almeno fino a quando non riusciremo a scoprire nuova documentazione – può essere considerato l’inventore dell’emblema rivoluzionario. Nonostante questo primato nel lancio del motto rivoluzionario, nel lessico di Robespierre «fraternité» svolge un ruolo di cenerentola, in linea con quanto si registra in Hébert, Marat, Saint-Just. Il numero di occorrenze (56 occorrenze: FRN: 0,0032) è irrisorio non solo rispetto alle altre due parole della triade rivoluzionaria, ma anche rispetto a tutte le altre parole ad alto contenuto socio-politico. Allo stato attuale della documentazione e delle ricerche, non è possibile fare un raffronto preciso tra il peso specifico di «fraternité» nel lessico di Robespierre e il peso specifico della parola nel lessico complessivo della rivoluzione. Il raffronto può essere svolto solo in termini di frequenze relative, ma i corpora digitali del periodo rivoluzionario, su cui svolgere indagini lessicometriche approfondite, sono ancora troppo esigui e – nel caso specifico delle Archives parlementaires – i software linguistici ancora da perfezionare. Il software linguistico della versione on line delle Archives parlementaires proposta da Chicago-ARTFL CNRS permette di fare ricerche della frequenza relativa di una parola solo in riferimento a singoli anni o in riferimento a singoli volumi. Il software linguistico della versione Stanford-BNF non elabora le frequenze relative. Il database delle Archives parlementaires è nella fase alpha (uncorrected OCR: proof-of-concept): presenta quindi un elevato margine di errore, che incide soprattutto nella elaborazione delle frequenze relative. Va segnalato inoltre che in certi segmenti temporali (nel caso specifico: l’anno 1793) la formula «salut et fraternité» – presente in modo massiccio in lettere e documenti inseriti nei resoconti delle Archives parlementaires – altera i dati statistici. Nel corpus digitalizzato di testi della rivoluzione francese, che abbiamo costituito presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste, questi problemi non si pongono. Possiamo suddividere il corpus come vogliamo e i software linguistici a nostra disposizione (Lexico3, Concordance et Wordle.net) permettono di evidenziare le frequenze relative sia per ogni singola sezione del corpus (Desmoulins, Hébert, Marat, Robespierre, Saint-Just…) che per segmenti temporali distinti, non predeterminati rigidamente ma scelti dall’utilizzatore in funzione delle proprie esigenze di ricerca: per esempio, raffrontare le frequenze relative delle parole nel discorso pubblico della rivoluzione nel luglio 1790 (momento di massima unità) e nel marzo 1793 (momento di svolta nella lotta tra le fazioni). Allo stato attuale non è possibile quindi fare un raffronto preciso tra le evidenze lessicometriche che possiamo ricavare dal corpus digitalizzato di testi della rivoluzione francese nella nostra disponibilità presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste e quelle ricavabili dalle Archives parlementaires. L’impressione comunque – tutta da verificare e da calibrare soprattutto in riferimento a segmenti temporali significativi, che non coincidono necessariamente con l’unità di misura dell’anno solare – è che le performances di «fraternité» nel lessico di Robespierre siano al di sotto delle medie del lessico della rivoluzione. Se confermato, il dato potrebbe essere letto come retaggio culturale, scelta politica e /o strategia retorico discorsiva. Ma ogni considerazione al riguardo è prematura ed esula comunque dai limiti e dagli intendimenti di questo mio breve contributo.

Per cogliere le dinamiche della fraternità nell’ambito della rivoluzione francese e la portata della rivoluzione stessa nello sviluppo dell’idea di fraternità bisogna incrociare diverse metodologie e percorrere più versanti di ricerca. Innanzitutto va tenuto presente che – a prescindere dall’uso della parola – il concetto di fraternità si sviluppa e si arricchisce nel corso della rivoluzione attraverso tutta una serie di progetti, di iniziative e di atti concreti che investono il sociale, dall’educazione all’assistenza. Anche se non evocata esplicitamente, la fraternité affiora nelle pieghe del discorso pedagogico e civico e nelle pratiche della rivoluzione. Le evidenze lessicologiche e lessicometriche possono restituirci la polisemia della nozione nel suo uso discorsivo ma riescono a restituire solo in parte la complessità e la ricchezza dei percorsi di concettualizzazione dell’idea di «fraternité» attraverso le esperienze e l’agire concreto degli uomini e delle donne della rivoluzione. Tra le questioni aperte, una delle più interessanti riguarda le implicazioni di genere della nozione di fraternità. Il problema è stato posto sul piano storico-filosofico da Deridda, che – attraverso l’approccio decostruttivo – ha evidenziato nella fraternità un perno della configurazione androcentrata del politico. Nella lettura della rivoluzione attraverso la categoria freudiana di «romanzo familiare» Lynn Hunt presenta i fratelli che, dopo essersi liberati del padre autoritario ma non più autorevole e della «cattiva madre», escludono progressivamente le sorelle dallo spazio pubblico e dalla gestione del potere. Per Annie Geffroy «il concetto di fraternità è sempre stato sessista». Studi recenti (B. Kolly, R. Sénac) insistono nel presentare la «fraternité» del periodo rivoluzionario come un potente strumento di esclusione delle donne dalla dimensione dello spazio pubblico. La materia è complessa e si colloca in un’area di intersezione tra psicoanalisi, filosofia, analisi del discorso, storia culturale, storia sociale e storia politica. Mi limiterò qui a ricordare che le preoccupazioni per una «fraternité» che potesse escludere le donne dai diritti di una cittadinanza piena e dalla partecipazione alla vita politica non sono estranee alla sensibilità della rivoluzione. In modo implicito – senza cioè un riferimento diretto alla parola – nelle teorizzazioni e nelle iniziative politiche del (pre)femminismo rivoluzionario, che però – per quel che mi risulta – non mette mai in discussione la connotazione positiva di «fraternité». In modo esplicito – evocando apertamente la parola –  in Pierre Guyomar, uno dei pochi rivoluzionari di sesso maschile, assieme a Condorcet e a Gilbert Romme, a perorare il suffragio femminile. Nell’aprile 1793 Guyomar sottolinea con forza che solo con l’esercizio pieno della sovranità «le donne saranno il più forte sostegno di una fraternità universale, che oggi non condividono».

 

 

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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