IL DOVERE DI NON AVERE FIGLI?

SIMONE POLLO

pollo

Gli esseri umani sono esseri viventi e, in quanto tali, sono sottoposti a un meccanismo che è comune a tutti gli organismi, anzi, che più precisamente caratterizza i viventi e li distingue da ciò che non è vivo. Questo meccanismo è quello della riproduzione, ovvero ciò che dà luogo a nuovi esseri viventi, che dai propri genitori ricevono in eredità la vita e le sue “istruzioni”, ovvero il patrimonio genetico. Essendo la riproduzione umana di tipo sessuale, essa non avviene in modo spontaneo, come avviene per gli organismi che si riproducono in modo asessuato. Agli organismi che si riproducono per via sessuale, soprattutto se sono animali, la riproduzione richiede una serie di comportamenti finalizzati alla ricerca di un partner e, quindi, all’atto sessuale e, se tutto procede, al concepimento. Della centralità di queste attività nel processo evolutivo era già consapevole lo stesso Darwin, che al tema della selezione sessuale dedicò pagine fondamentali nella seconda parte de L’origine dell’uomo e la selezione sessuale. A ciò, nel caso degli esseri umani, si aggiunge il fatto che, trattandosi di mammiferi, devono occuparsi della prole per periodi piuttosto lunghi dopo la loro nascita (e fra tutti i mammiferi l’Homo sapiens è quello che ha il più periodo di cure parentali più esteso).

La riproduzione, quindi, è per gli esseri umani un fatto biologico fondamentale e non c’è quindi da stupirsi che questo sia stato messo a tema continuativamente e a più livelli lungo i percorsi della civilizzazione umana. In particolare, la sfera della sessualità e della riproduzione umana sono entrati nelle considerazioni morali degli esseri umani in molti modi. Una dettagliata ricostruzione di questa varietà di approcci morali al tema della riproduzione sarebbe un lavoro di dimensioni probabilmente enciclopediche. Senza dubbio, uno dei più influenti (e persistenti) approcci all’etica della sessualità e della riproduzione è quello contenuto negli insegnamenti e nella tradizione della religione cristiana, e in particolare cattolica. In questo approccio, la riproduzione umana non è semplicemente un fatto, cioè qualcosa che capita agli esseri umani, bensì è un vero e proprio dovere. La frase del libro della Genesi “Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra” non è per la chiesa Cattolica un semplice consiglio, ma un vero e proprio imperativo. A testimoniarlo c’è ad esempio il divieto che il magistero cattolico proclama contro qualsiasi mezzo contraccettivo, giacché ogni atto sessuale deve sempre essere aperto alla possibilità della riproduzione, conformemente al presunto progetto divino che prevede la moltiplicazione degli umani sulla Terra, appunto. In questa prospettiva sulla riproduzione umana cattolica (ma generalmente patrimonio di tutto il cristianesimo) la dimensione della scelta è sostanzialmente esclusa. Possono scegliere di non riprodursi coloro che consacrano la propria vita divenendo sacerdoti o suore (rispondendo quindi a una vocazione più alta), ma per il resto dell’umanità il progetto divino prevede il matrimonio e di conseguenza la riproduzione.

L’idea che la sfera della riproduzione debba essere di fatto esclusa dalla scelta umana è stata messa in dubbio in modo argomentato e autorevole nel XIX secolo da John Stuart Mill, il quale ne La libertà scriveva: “Si stenta ancora ad ammettere che è un crimine morale far venire al mondo un figlio senza una ragionevole prospettiva di potergli dare non solo il nutrimento necessario al corpo, ma anche l’istruzione e l’esercizio utili alla mente: un crimine sia contro la sfortunata prole sia contro la società”. Mill, che fu anche arrestato per avere propagandato metodi contraccettivi fra le donne della classe operaia, introdusse nella riflessione morale l’idea che la riproduzione umana non genera responsabilità solo una volta che qualcuno sia venuto al mondo. Una responsabilità, questa, comunque, quasi sempre sottovalutata, come proprio Mill rilevò.

Mill introdusse l’idea di responsabilità all’interno della dimensione della riproduzione umana, affermando che mettere al mondo dei figli che non si possono crescere adeguatamente è un crimine morale. Se ciò è un crimine morale ne consegue l’obbligo a non commetterlo e quindi a non riprodursi. Se si hanno le risorse sufficienti al mantenimento, in ogni senso, della prole, la riproduzione rientra nella libera scelta delle persone. Nell’opera di Mill non si trovano altre ragioni per le quali gli esseri umani dovrebbero considerare l’obbligo a non mettere al mondo figli. All’epoca di Mill la popolazione mondiale era di circa un miliardo e duecentomila persone e, pur essendo sostanzialmente raddoppiata nell’arco di un secolo e mezzo (nel 1700 erano circa seicento milioni gli esseri umani sul pianeta), la questione della sovrappopolazione del pianeta non era un tema all’ordine del giorno. Oggi, anno 2018, gli esseri umani che abitano la terra sono un po’ di sette miliardi e seicento milioni. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite nel 2050 potremmo essere nove miliardi e ottocento milioni e nel 2100 undici miliardi e duecento milioni. Avremo abbastanza risorse perché tutti questi esseri umani abbiano – per dirla con Mill – “il nutrimento necessario al corpo, ma anche l’istruzione e l’esercizio utili alla mente”? Quali saranno le conseguenze per l’ambiente e gli altri esseri viventi che abitano la Terra di un numero così elevato di esseri umani?

Benché vi sia una certa variabilità nelle stime e nelle previsioni in merito, è comunque opinione condivisa che, a questo ritmo di crescita, il futuro potrebbe non essere particolarmente roseo tanto per gli esseri umani che vivranno in un pianeta sovraffollato quanto per la stessa sopravvivenza della specie Homo sapiens. Quest’ultimo fatto, la possibile estinzione dell’animale umano, potremmo considerarlo anche come un evento nella logica delle cose: nel mondo vivente, così come ce lo ha spiegato Darwin, l’estinzione delle specie è un fatto di routine e non si vede perché noi dovremmo fare eccezione. Lasciando da parte la questione se ci sia una responsabilità dell’Homo sapiens a perpetuare se stesso (Hans Jonas pensava di sì, e anzi riteneva che assicurare un futuro all’umanità debba essere l’imperativo morale supremo), rimane aperto un problema: una tale estinzione passerebbe necessariamente per la sofferenza e lo stato di estrema miseria di generazioni e generazioni di esseri umani, fino alla scomparsa dell’ultimo esemplare della nostra specie (prevedibilmente in condizioni decisamente indesiderabili). Anche senza arrivare all’estinzione della specie umana, rimane il fatto che la sovrappopolazione potrebbe mettere moltissimi esseri umani in situazioni di sofferenza simili a quelle che Mill vedeva come una ragione morale per ipotizzare un obbligo a non procreare sul piano individuale.

Derek Parfit, uno dei maggiori filosofi del XX secolo, nel suo fondamentale volume Ragioni e persone, sottoponendo ad analisi una serie di questioni che si pongono per una teoria morale di tipo utilitarista, introdusse una situazione immaginaria cui diede il nome di “Conclusione ripugnante”. Se consideriamo che la felicità è un bene che da un punto di vista utilitaristico deve essere massimizzato, non dovremmo forse preferire un mondo sovrappopolato che, dal punto di vista della felicità totale, sopravanza la felicità esperita da un numero minore di esseri umani in un mondo molto meno popolato? Nel mondo meno popolato le persone individualmente avrebbero una felicità media di molto superiore a quella goduta dagli abitanti del mondo sovraffollato (una felicità, dice Parfit, appena superiore alla soglia della vita degna, tale per cui le persone non provino il desiderio di suicidarsi). La ripugnanza della conclusione sta nel fatto che questo scenario va contro le nostre intuizioni, che tendono a sentire come maggiormente preferibile un mondo con meno felicità totale, ma meglio distribuita.

Qui non intendo discutere della Conclusione ripugnante di Parfit, ma provare a ragionare su un altro tipo di conclusione ripugnante che può emergere dalle discussioni e dalle analisi morali sul tema della sovrappopolazione. Se riconosciamo che l’obbligo di cui parla Mill è fondato e accettiamo che la sovrappopolazione potrebbe condurre a una condizione di estrema sofferenza e miseria per moltissimi esseri umani, possiamo trovarci a concludere che noi stessi non dovremmo contribuire a quella situazione, non divenendo a nostra volta una delle cause della sovrappopolazione, ovvero evitando di riprodurci. È questa la conclusione cui giungono i cosiddetti “antinatalisti”, sostenitori di un dovere a non mettere al mondo nuovi esseri umani. L’antinatalismo è un territorio variegato e non intendo qui esplorarne le varie declinazioni. Ciò che mi interessa è dire qualcosa in generale circa la “tenuta” dell’obbligo morale che queste posizioni argomentano. Si tratta di un obbligo simile a quello di cui parla Mill, ma per alcuni aspetti salienti anche molto diverso. Nella misura in cui Mill parla di un obbligo verso coloro che potrebbero essere i nostri figli, colloca la responsabilità nel contesto della nostra vita personale, delle relazioni che possiamo o non possiamo avere e del legame di cura che può o meno legarci con questi nuovi esseri umani. L’obbligo a non riprodursi per evitare i danni della sovrappopolazione assume una coloritura molto diversa.

Per capire questa differenza bisogna riprendere il discorso iniziale sulla rilevanza dell’esperienza della riproduzione per gli esseri umani. Come si è visto, la riproduzione è qualcosa che appartiene alla forma di vita umana in un modo profondo. Questo non significa che tutti gli esseri umani vogliano (e tantomeno debbano) riprodursi. Vuole dire, piuttosto, che è estremamente improbabile che un essere umano non si sia mai trovato a riflettere e considerare la questione della riproduzione in qualche modo. È una di quelle sfere che appartengono strutturalmente agli esseri umani così come sono fatti. Ciò non significa neppure che sia una dimensione immutabile o data in un solo modo per natura, come dimostrano i mutamenti nella riproduzione umana introdotti da tutte le nuove forme di riproduzione assistita. Se intendiamo la riproduzione umana non come il semplice atto di mettere al mondo nuovi esseri umani, ma come un’ampia area di esperienza sottoposta a trasformazioni (come quelle appena menzionate), allora possiamo riconoscere che fra questi cambiamenti c’è il fatto di renderla oggetto di responsabilità, quali quelle che in modo pionieristico enunciava Mill nel XIX secolo. Oggi, almeno nelle società occidentali, anche se in modo non universale questo tipo di riflessività morale è divenuta parte dell’esperienza della riproduzione.

Ci si può chiedere se possa divenirne parte anche quanto chiedono gli antinatalisti, ovvero astenersi dal riprodursi per un obiettivo che non appartiene direttamente alla nostra sfera di relazioni personali e alla nostra condotta, bensì per un bene che potrebbe verificarsi solo in un futuro molto lontano, quasi sicuramente dopo la nostra morte. Inoltre, la realizzazione di questo bene non dipende solo da noi, giacché la nostra scelta di non riprodursi di per sé non cambia nulla rispetto al numero degli esseri umani che vivranno in futuro. Perché quel bene si realizzi dovranno agire come noi moltissimi esseri umani. Sono queste le condizioni per le quali possiamo avvertire come cogente e presente nelle nostre vite personali un obbligo a non riprodurci, anche qualora lo desiderassimo e fossimo certi di potere garantire alla nostra prole quelle condizioni minime di cui parlava Mill? Queste condizioni sono sufficientemente cogenti per una sfera di esperienza che ha radicamenti e significati così profondi per gli esseri umani? O forse l’idea di rinunciare a riprodurci per le ragioni degli antinatalisti potrebbe sembrarci ripugnante? La possibile risposta non può essere oggetto solo di un’analisi teorica astratta, ma va rinviata all’esperienza e alla riflessione degli esseri umani reali che vivono oggi e che possono interrogarsi su tale questione.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA SOCIOLOGIA

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