FEDELI ALLA LINEA

fedeli alla linea

PIER MARRONE

Sigmund Freud sosteneva che una delle poche cose di cui si può essere ragionevolmente certi è il risorgere del desiderio sessuale. In epoca di droghe performative, che ben poco hanno a che fare con i problemi clinici della disfunzione erettile, possiamo dire di aver preso sul serio la riflessione di Freud, che sembra assomigliare a una mera constatazione, ma che in realtà nasconde un sottile overstatement, che a propria volta genera due riflessioni contrastanti.

La prima è questa: da una parte, non è ragionevole sostenere che il risorgere del desiderio sessuale sia quella cosa di cui si può sempre avere ragionevole certezza. Se devi mettere ogni giorno assieme il pranzo con la cena a sessant’anni, nemmeno un intero blister di Viagra ti potrebbe essere di aiuto. Se sei depresso, è molto probabile che la tua libido ne risenta. Se sei alla fine della tua vita, immaginiamo che il desiderio ti abbandoni, o forse no, potrebbe essere che il desiderio sessuale sia l’ultimo che ti lasci prima che il tuo organismo precipiti nell’omeostasi finale che è la morte.

È questa l’ipotesi di Philip Roth in uno dei suoi tanti incredibili romanzi, L’animale morente. Il titolo del romanzo è ispirato da un verso di Yaets “Consumami il cuore; malato di desiderio / E avvinto a un animale morente / Che non sa cos’è”. L’ho letto solo di recente, non perché conoscessi Roth, del quale dopo questa prima lettura ho cominciato ad essere addicted, ma per una ragione molto più banale, ossia perché vedevo ripetutamente girare su Facebook un meme, che è una citazione tratta da questo libro. Eccovela: “L’unica ossessione che vogliono tutti: l’‘amore’. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.”

Questa sentenza contro l’amore, che è considerato come una mistificazione del desiderio sessuale, non è pronunciata dal protagonista del romanzo, un professore universitario di letteratura di successo, avviato ben dentro alla maturità, che perde la testa per una magnifica studentessa di origini cubane, bensì dal suo più intimo amico che lo sostiene dopo l’inevitabile disastro sentimentale con il tentativo di riportarlo a un lucido e cinico realismo, quello che impone di sapere che non ci può essere futuro sentimentale in una coppia separata da trent’anni di età, sebbene ci possa essere un proficuo, reciproco e per nulla immorale scambio di utilità.

Tuttavia, la prospettiva di questa citazione è smentita in vario modo dalla scrittura di Roth, sino a giungere all’epilogo non del romanzo, che non vi voglio spoilerare, ma della vita di questo suo intimissimo amico. Devastato da un tumore che lo priva della parola, della mobilità e di molte capacità cognitive, in prossimità della morte cerca di baciare e palpare i seni della moglie anziana in un ultimo rigurgito di vitalità. Non ho idea se questo sia possibile, ma la finzione letteraria di un capolavoro, come sempre accade, segnala almeno un problema ed è un indizio per la riflessione. Alla fine ha ragione Freud che pone il desiderio sessuale sempre sullo sfondo, pronto però a lanciarsi in prima linea per contrastare, come sempre, la morte?

C’è anche una seconda riflessione da fare ed è questa. Quando il desiderio sessuale non c’è, che cosa c’è al suo posto? È impossibile non ci sia nulla, perché noi ci siamo ancora, c’è la nostra attività cerebrale, i nostri pensieri, le nostre azioni che sono sempre fatte in vista di qualcosa (sia che questo qualcosa sia deciso da noi, o dai nostri algoritmi biologici automatici, o da qualcun altro) in vista, cioè, della realizzazione di un compito. Questo compito ci può essere del tutto ignoto nella sua struttura ed emerge alla coscienza nel comportamento finale che ci induce a compiere qualcosa che crediamo essere semplicemente il nostro desiderio e basta, senza ulteriore riflessione. Così per il desiderio sessuale, dietro il quale, come diceva Schopenhauer e come confermano innumerevoli studi, si cela il “genio della specie”, ossia la volontà non di un soggetto cosciente, ma di un sistema del tutto inconscio, il nostro patrimonio genetico, di perpetrarsi.

Naturalmente, il fatto che alcuni desideri varchino le soglie della coscienza ha un suo interesse, se non altro perché ci costringe a mettere in discussione ancora una volta quella concezione che ci vede come decisori autonomi, indirizzati verso libere scelte che hanno come scopo la realizzazione di fini che autonomamente avremmo scelto, così come autonomamente avremmo scelto gli strumenti per realizzarli in un mondo popolato da altri soggetti autonomi con le nostre stesse caratteristiche. È credibile pensare che questa struttura inconscia che guida la nostra scelta del partner adatto, all’interno del nostro ventaglio di scelte possibili, che per la maggior parte di noi maschi etero non comporterà né Gigi HadidBar Refaeli, valga unicamente per la selezione del nostro partner sessuale?

Io penso di no e lo credo perché vedo la nostra mente come una macchina desiderante che moltiplica continuamente i propri obiettivi non appena lasciata a se stessa. Sei con la persona che ami in una situazione di completo rilassamento. Magari all’inizio non pensi a nulla e ti godi il momento, ma poi la tua mente ti porta ad immaginare quali altre esperienze soddisfacenti potresti fare insieme a lei/lui. La tua mente vaga e non si ferma. Perché immaginarne una di esperienze e non invece molte? Non è forse bello sognare? Pensate a chi gioca d’azzardo. Perché pensare a una vincita determinata? Perché dovrebbe essere bello accontentarsi? Accontentarsi non equivale a rinunciare a sognare? Non è diritto di tutti avere dei sogni? Che male c’è ad avere dei sogni?

I sogni sono innocui si dirà, ma questa è un’osservazione superficiale, anche al semplice pensiero che molte psicoterapie tengono in gran conto l’analisi dei sogni, nella speranza che sia possibile decifrare il linguaggio talvolta misterioso e metaforico che li avvolge (e non sto parlando dei miei sogni, che di solito parlano un linguaggio estremamente chiaro, adatto a una persona poco raffinata quale io sono), e sciogliere i nodi delle patologie che ci tormentano e che provengono di solito dal passato. I sogni e i desideri sono lì per qualcosa, altrimenti anche dal punto di vista della nostra storia evolutiva, semplicemente non ci sarebbero. Del resto, è oramai acclarato che anche molti animali sognano, che cosa non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, ma questo stesso fatto, come innumerevoli altri, ci riporta alla nostra origine animale.

Forse bisogna semplicemente dire che dove c’è una forma di coscienza c’è anche l’esperienza visionaria del desiderio. Philip Dick lo aveva perfettamente capito. Do androids dream of electric sheeep? è il titolo del racconto dal quale sarà tratto il capolavoro di Ridley Scott Blade Runner. Il blade runner è chi corre sul filo del rasoio, su una sottilissima linea che dovrebbe distinguerlo da altri organismi che sono proprio come lui, con i loro desideri e la loro volontà di sopravvivere per realizzarli, e che hanno di diverso solo uno spazio di vita minore. Basta questo a farci sostenere che sono radicalmente diversi? Ovviamente no. E allora in che cosa siamo diversi da altri animali che condividono, come tutti gli altri viventi, un qualche segmento remoto del nostro percorso evolutivo?

Se io osservo le mie gatte, la mia porta d’accesso quotidiana alle menti e alle persone non umane (almeno sin tanto che Amazon in un futuro spero prossimo, mi recapiterà a casa il mio personal robot pensante con le fattezze di Bella Hadid), vedo che lo spettro dei desideri che riesco a leggere dai loro indici comportamentali, (gli unici che posso sperare di interpretare, poiché io non ho accesso alla loro mente, così come nessuno ha accesso alla mente di nessun altro) è limitato. Fanno le fusa quando mi vedono, spesso in maniera apparentemente gratuita, miagolano imploranti quando vogliono che la ciotola del cibo sia riempita, mi guardano languide socchiudendo gli occhi a segnalarmi che non hanno intenti aggressivi nei miei confronti.

La differenza con i nostri desideri è non tanto e non soltanto che quelli umani sono più complessi, quanto piuttosto che spesso danno origine a una escalation. Non si hanno notizie di altri animali che condividono le ansie e gli irrefrenabili desideri dei collezionisti. Gli umani, ma non gli altri animali, accumulano oggetti in maniera insensata. Solo gli umani, fra i viventi che conosciamo, sono capaci di mettere in moto i meccanismi voraci della mente in maniera pressoché spontanea. Vedo una camicia che mi piace e subito voglio comprarla. Mi appassiono a un brand e comincio ad accumularne i prodotti ben oltre la soglia di soddisfazione dei bisogni appena sopra quelli elementari. Si dirà che questi fenomeni sono poco preoccupanti, ma io non sto sostenendo lo siano né che debbano essere censurati, né mi faccio alfiere di qualche decrescita felice (se c’è la decrescita, chi comprerà mai i nostri titoli di Stato che servono a finanziare il nostro debito pubblico, a pagare le nostre pensioni, a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici?): quello che penso è che, al contrario di quanto crediamo, quasi nessuno ne è immune. Si pensi alla quantità di cibo che sprechiamo, se non vogliamo pensare alla quantità di vestiti che riempiono i nostri armadi e dei quali facciamo molta fatica a liberarci, quasi avessimo a disposizione numerose vite per usurarli, che poi non è che ce ne liberiamo di solito perché sono usurati, bensì perché sono passati di moda, in base a qualche canone che non è stato deciso certo da noi.

Gli economisti dicono che le nostre vite e i nostri scambi si svolgono in condizioni di scarsità relativa. Non c’è nessun bene che sia disponibile all’infinito. Non l’aria che respiriamo o l’acqua che beviamo, che sono diverse a seconda delle diverse zone del pianeta dove ci troviamo a vivere, non tutti gli altri bene che vogliamo, a partire dal tempo che ognuno di noi ha a disposizione per goderne e consumarne. Forse solo un essere con una durata infinita della propria vita cosciente potrebbe essere quello che sperimenta la mancanza di scarsità di risorse, perché le risorse sono funzionali alle esperienze che facciamo e se tu sei destinato all’eternità sei destinato anche all’infinità delle esperienze che potrai sperimentare, nessuna esclusa in linea di principio. Ecco allora che forse solo un dio potrebbe essere un consumatore perfetto in un mondo paradisiaco di assenza di scarsità.

La scarsità dei beni ha afflitto l’umanità da sempre, sin da quando l’homo sapiens sapiens si riduceva a sparuti gruppetti di cacciatori-raccoglitori. È stata la rivoluzione agricola a rendere possibile l’aumento della popolazione umana, ma è stata la rivoluzione industriale a rendere possibile il decollo dei nostri redditi e la promessa realizzabile dell’uscita dalla povertà estrema. Quello che permette al sistema dei desideri di estendersi in una maniera così parossistica e vorace, rispecchiando una caratteristica naturale della nostra mente, ha un nome preciso e si chiama capitalismo.

Ora, l’oggetto del desiderio non ha un nome, se non per contingenza, poiché può essere qualsiasi cosa. Proprio perché può essere qualsiasi cosa può essere investito nella nostra immaginazione e caricarsi di un valore che sconcerta le altre persone. I collezionisti ci sembrano persone ossessive (lo sono),  ma tutti noi siamo collezionisti se ci pensate bene. Accumuliamo oggetti materiali e accumuliamo esperienze. “Amo le cose pazze, / pazzamente. / […] / Non solo m’hanno toccato / o le ha toccate la mia mano, / ma hanno accompagnato / in modo tale / la mia esistenza / che con me sono esistite / e sono state per me tanto esistenti / che hanno vissuto con me mezza vita / e moriranno con me mezza morte.” Così scriveva Pablo Neruda in una poesia intitolata Ode alle cose, significando che oltra mezza vita riceve dalle cose che abbiamo il suo significato.

Troppo poco Neruda! Noi trascorriamo la nostra vita circondati dalle cose che possediamo. Si calcola che un cittadino medio tedesco possieda circa 10mila oggetti. Nei garage delle famiglie americane spesso si trovano accanto a più di una automobile centinaia di scatoloni che contengono oggetti di cui nessuno si ricorda più; eppure anche quelli hanno contribuito a disegnare delle esistenze. Apprendo che nel Regno Unito ci sono più di sei miliardi di capi di abbigliamento, che con circa 64 milioni di abitanti fanno circa in centinaio di vestiti a testa. All’incirca un quarto di questi vestiti non esce mai dall’armadio.

Guardo la mia casa e penso che sono dei dilettanti, rispetto alla mia collezione di camicie. A queste sono affezionato, mentre non sono mai stato un feticista dei libri, nonostante la mia professione di professore universitario. Ne ho accumulati alcune migliaia di carta, ma vorrei liberarmene prima possibile. Eppure un’amica in visita nel mio appartamento mi manifesta la sua contrarietà, dicendo che sono anche un elemento di arredo. Mi riesce difficile pensare ai Topici  di Aristotele allo stesso modo in cui penso alla lampada Arco degli architetti Castiglioni o alla chaise longue di Le Corbusier, Jeanneret, e Perriand. Forse alcuni grandi libri di fotografia fanno questo effetto nelle mie troppo numerose librerie e forse anche il modo in cui ordino i libri secondo le collane e gli editori per non essere travolto dal disordine che le cose sollecitano. Eppure anche quando riuscirò a liberarmi dei miei molti libri (so che accadrà), me ne rimarranno ancora migliaia, tutti quelli che ho sul mio ereader. Non hanno gli inconvenienti dei libri cartacei, non trattengono la polvere, non invadono gli spazi, non si prestano al rogo finale come nell’epilogo del romanzo di Elias Canetti, Die Blendung  (tradotto in italiano con il titolo di Auto da fé), ma sono pur sempre degli oggetti distinti gli uni dagli altri.

Perché abbiamo degli oggetti? Be’ gli oggetti ci definiscono e gli esseri umani ne hanno sempre posseduti. Ma con il capitalismo le cose (è il caso di dirlo) hanno subito un cambiamento profondo, perché se prima del capitalismo di consumo gli oggetti si potevano anche trasmettere da generazione a generazione, ora per noi che nel consumo siamo completamente immersi, quasi tutto quello che possediamo lo abbiamo acquistato sul mercato. Non so quanti oggetti a casa mia siano più vecchi di me, forse nessuno. L’idea è che ogni generazione che si succede entra in una modalità di soddisfacimento dei propri desideri che non ha nulla a che fare con quella che la ha preceduta. Anche la fascinazione per gli oggetti vintage qualifica cose vecchie come oggetti nuovi di nuovi desideri (come disse una volta Karl Kraus: “anche Vienna un giorno è stata nuova”). In altre parole, il capitalismo di consumo è così potente perché viene incontro alla macchina desiderante che è la nostra mente.

Certamente è un errore credere che in ogni epoca le persone abbiano definito la propria identità in maniera identica o anche soltanto simile, ma l’impressione che io ho è che il capitalismo di consumo ha questo inarrestabile successo perché promette per ciascuno di noi la fine dell’era della scarsità. Un paradiso a portata di mano, che non dovremmo affatto disprezzare, se sarà mai possibile raggiungerlo. Ma per raggiungerlo la condizione necessaria (sebbene non sufficiente) è una immensa opera di riduzione di tutto a merce e di saturazione asintotica dei nostri desideri. Credo lo si possa vedere in quello che sembra essere un caso estremo (ma non lo è): l’invasione dei messaggi pubblicitari indirizzati ai bambini. I bambini costituiscono un segmento di mercato potentemente in crescita. Perversi polimorfi, come li definiva Freud, macchine desideranti ancora indistinte e potenzialmente onnivore, già a tre anni, quando ancora molti di loro credono che i genitori siano in grado di leggere nelle loro menti, immersi ancora in processi fusionali di indistinzione con chi li ha fatti, riescono già a distinguere gli archi scintillanti dei McDonald’s, prima ancora di ricordare il proprio cognome. Alcune ricerche mostrano come i bambini inglesi a 10 anni siano in grado di riconoscere 350 brand, mentre non sanno il nome di più di venti uccelli. Bambole interattive incitano allo shopping bambine depresse. Società di carte di credito inondano bambini di offerte. Possiamo essere scandalizzati da tutto questo, ma vi troviamo sia la semplice conferma della vocazione colonialista del capitalismo che riduce tutto a merce, e che in questa riduzione trova il suo destino più profondo, sia la conferma della nostra natura di macchine desideranti onnivore.

Quale peccato può esistere per questa macchina? Nessun auto da fé preceduto dalle formule del Confiteor (“Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”), perché pensieri, parole e opere sono rispettivamente il progetto, l’esplicitazione e la messa in pratica di quanto questa macchina desidera. Rimane solo un peccato possibile, l’omissione, ossia non essere fedeli alla propria natura di macchina che vuole.

Omettere di  desiderare è la patologia e non consumare l’unico atto anticapitalistico in un mondo dove la fine del capitalismo sembra meno probabile della fine del mondo. E questa macchina desiderante, che ognuno di noi è, trova non da oggi un suo alleato nella tecnica, nelle sue promesse mantenute di liberare esplosivamente le risorse non solo del lavoro, come è accaduto all’inizio della rivoluzione industriale, ma ora anche della mente.  Qui la visionarietà può facilmente prendere il sopravvento sulla realtà, e in certo senso deve anche prenderlo, perché fa parte della nostra voracità mentale immaginare scenari dove sbizzarrire i nostri sensi e le nostre ansie di realizzare noi stessi e quelle che crediamo essere le nostre potenzialità inespresse nella realizzazione di progetti che saranno anche realizzazione e possesso di cose.

Si pensi all’introduzione dei sex robot che si annuncia come l’ennesimo utilizzo della tecnica a servizio dei nostri desideri sessuali (come lo era stato in era pre-internet il Minitel francese, sgraziato terminale pensato per vendere primitivi servizi commerciali il cui uso esplose quando divenne chiaro che poteva essere utilizzato per il dating on line) e a come si potrebbe utilmente intrecciare con alcuni desideri sui quali si esercita, giustamente, la censura sociale. Cosa ci sarebbe di male a pensare a dei sex robot con le fattezze di bambini e bambine da dare a persone delle quali sono riconosciute le tendenze pedofile. Lo so: l’idea è disgustosa, ma se noi pensiamo che il pedofilo sia una persona malata e non un peccatore dal quale pretendiamo l’auto da fé, allora la prospettiva della riduzione del danno deve essere considerata come l’unica possibile, in assenza di altre terapie efficaci. In Olanda, si sta già ora sperimentando la distribuzione a pedofili di materiale pedopornografico prodotto digitalmente (senza cioè attori umani) e i risultati sembrano essere incoraggianti. Ora, siamo onesti, chi di noi non ha mai avuto dei desideri antisociali? Non sarebbe meglio soddisfarli con un sex robot che con un essere umano? E in fin dei conti, l’esperimento olandese non riconosce che il desiderio in sé non ha nulla di male né nei pensieri né nelle parole né nelle opere a patto che non sia un attentato alla stabilità sociale. E non deve esserlo, perché è questa stessa stabilità sociale che rende possibile il soddisfacimento dei nostri desideri.

I robot sessuali espanderanno ancora più in là la sfera dei nostri desideri, e ancora oltre quando saranno in grado di pensare come noi, meglio di noi, dotati forse di una coscienza completamente diversa dalla nostra e con un accesso alle loro esperienze interiori che disegnerebbe forse in maniera inedita che cosa significa desiderare per una macchina. Questo regno dell’abbondanza che si annuncia nella tecnica, che la tecnica fondamentalmente è, così come il capitalismo è l’annuncio messianico che qualsiasi cosa può essere resa disponibile, segna per un’apparentemente strana eterogenesi dei fini una vicinanza tra la potenziale e asintotica riduzione di tutto a merce che il capitalismo è, e una qualche versione contemporanea del comunismo.

Anche Marx ipotizzava che la liberazione delle energie produttive del lavoro avrebbe alla fine prodotto la rivoluzione che avrebbe umanizzato la natura e naturalizzato l’uomo ponendo fine all’alienazione, ossia a tutti quei processi dove il soggetto umano è ridotto a cosa e/o funzione socio-produttiva, aprendo un’epoca di liberazione dove ognuno avrebbe potuto essere molte cose – operaio la mattina, intellettuale la sera – immerso in una collettività che la avrebbe valorizzato, perché tutti sarebbero stati liberi dallo stato di necessità. È questa, si dice, la dimensione irrimediabilmente utopica del pensiero di Marx. Ma non si tratta di una visione analoga alla meta che ci prefigura il capitalismo di consumo, quella meta dove il valore marginale delle merci si approssima a zero, così come oggi accade per tutti i prodotti tecnologici? Non è questa la meta che comincia a essere pensabile in un mondo dove saranno le macchine a svolgere la gran parte dei compiti che sono oggi svolti da noi? Questi compiti non riguarderanno solo i lavori ripetitivi. Si calcola che entro poco tempo oltre l’80% dei lavoratori a basso reddito negli Stati Uniti è destinato a perdere il lavoro a causa dei robot. Non si tratta di un fenomeno del tutto imprevisto. In realtà, visionariamente, già John Maynard Keynes nel 1928 aveva parlato di “disoccupazione tecnologica”, preconizzando che il progresso tecnologico avrebbe sostituito gran parte della forza lavoro. Nella sua visione tutto questo non avrebbe comportato un esisto negativo, bensì una svolta verso una società del tempo libero. Così ancora non è, perché, al contrario, l’avanzata dei robot sta marginalizzando il lavoro umano e ne causa una diminuzione dei costi. Siamo solo all’inizio di questo processo, perché non saranno solo i lavori ripetitivi ad essere rimpiazzati dai robot, ma anche numerose professioni intellettuali, a cominciare dalle intermediazioni finanziarie, che saranno molto meglio assolte da algoritmi che comprendono meglio degli esseri umani la nostra propensione al rischio per valutare gli investimenti da proporci, per non parlare del settore biomedico, dove i robot si insedieranno in aree riservate un tempo a tecnici costretti a un lunghissimo tirocinio per acquisire competenze specialistiche. Una macchina che può simulare milioni di esperienze in poche ore queste abilità potrebbe acquisirle nel giro di pochissimo tempo. È di questi giorni la notizia che un androide ha fatto una lezione introduttiva di etica alla U.S. Military Academy a West Point e un androide in Cina ha letto le notizie al telegiornale.

La diffusione delle macchine però non potrebbe rendere attuale forme di socialismo e addirittura di comunismo basate sull’abbondanza dei beni? Quando la scarsità dei beni fosse sostanzialmente superata da macchine che si autoriproducono e implementano algoritmi che ci forniscono i beni che desideriamo, riciclando in maniera superefficiente, come solo le macchine saprebbero fare, gli scarti che verrebbero impiegati per produrre altre macchine, in un regime di abbondanza energetica e di decremento della popolazione mondiale (che è lo scenario che la maggior parte dei demografi si attende a partire dal 2050) non si potrebbe pensare di entrare nell’era della pianificazione definitiva dove algoritmi, concepiti dalle macchine, che forse non saremmo nemmeno in grado di comprendere, modulerebbero l’equilibrio sempre variabile della domanda e dell’offerta in tempo reale. La produzione dei beni sarebbe finalizzata a un’economia circolare e autodeterminata, dove la maggior parte degli oggetti fabbricati conterrebbe anche le istruzioni per un facile riciclaggio al termine della loro vita utile. Lo scopo di tutta questa filiera automatizzata sarebbe l’abbondanza per ciascuno. Forse in una utopia di questo genere non sarebbe nemmeno necessario un reddito minimo universale, poiché i beni sarebbero gratuiti. Ciò che si trova solo potenzialmente nella terra promessa della produzione e del consumo verrebbe distribuito in abbondanza. L’economia del capitale sarebbe sostituita dall’economia del desiderio appagato.

Forse si aprirà l’era delle nanotecnologie molecolari che controllando la struttura della materia porrà fine per sempre alla preistoria della scarsità materiale. L’habitat non sarebbe diverso dall’ecosistema per rendere democraticamente fruibile l’unica e ultima risorsa davvero scarsa, ossia lo spazio sulla terra. Ecosistemi abitativi generati da architetture pensate nelle menti delle macchine renderebbero sicuro e dignitoso l’ambiente urbano a chi voglia abitarlo, mentre sensori collocati ovunque monitorerebbero l’equilibrio ecologico. La popolazione stabile e la fine dell’economia di mercato produrrebbero quello che gli ecologisti chiamano “climax”. Crescita economica in senso classico non ci sarebbe, ma l’abbondanza inciterebbe la sperimentazione per gli esseri umani, liberi di ibridarsi con le macchine e di inventare nuove forme di identità anche sessuale.

Una visione di questo genere viene chiamata “comunismo di lusso completamente automatizzato”, ma non è altro che il compimento o specchio rovesciato del capitalismo di consumo completamente realizzato attraverso l’automatizzazione, ossia attraverso la tecnica, che mostra che la tecnica, a propria volta liberata nelle sue energie dal capitalismo, è qualcosa di più potente del capitalismo. Ma le tre utopie (il capitalismo come destino completamente dispiegato nella sua riduzione di tutto, proprio tutto, a merce, il comunismo di lusso completamente automatizzato come fine del regno del bisogno, la tecnica come realizzazione dell’abbondanza e fine della politica sostituita dagli algoritmi di pianificazione ecologica) sono solidali in questo: il desiderio deve essere realizzato, quale esso sia (entro i limiti della stabilità sociale).

Il male è l’omissione del desiderio, che il lavoro reso indipendente dall’uomo e dalla sua alienazione realizza come l’imperativo categorico completamente mondano nella volontà di potenza della tecnica. Come scriveva il gruppo punk rock CCCP: “Il fuoco di un cuore che incendia la mente / Può fondere il gelo del marmo bollente / Onoro il braccio che muove il telaio / Onoro la forza che muove l’acciaio  / Esiste lo so!” Nella tecnica, nel comunismo automatizzato, nel capitalismo dispiegato realizzeremo il nostro destino di esseri votati all’ibridazione con le macchine: fedeli alla macchina che noi siamo, fedeli al desiderio, fedeli alle cose, fedeli alla linea.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA NARRATIVA PSICOANALISI

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