“AGLI ZOPPI, GRUCCIATE”: INCLUSIONE, ESCLUSIONE, REDDITO DI CITTADINANZA

MV5BMTFiMTZhMmQtMTEyOS00ZjViLWJkMjYtNGJiMWQzMGExMzBkXkEyXkFqcGdeQXVyMjU5OTg5NDc@._V1_SY1000_CR0,0,734,1000_AL_FRANCESCOMARIA TEDESCO

Un indistruttibile blocco sociale?

 “Il contadino meridionale è legato al grande proprietario terriero per il tramite dell’intellettuale”. Queste scarne parole che Antonio Gramsci scrive nella Questione meridionale sono capaci già da sole di mettere in crisi il dibattito che si è scatenato prima sui giornali e poi sui social network sul rapporto tra ‘élite’ e ‘popolo’ nel mondo politico contemporaneo. Intanto quel dibattito sembra non aver definito nessuno dei due termini del dibattito, perciò ognuno degli interlocutori pare seguire un proprio schema senza fornire coordinate di riferimento agli altri. Ma perché le parole di Gramsci possono risultare così dirompenti? Perché in esse, nella descrizione del ‘blocco agrario’ meridionale, risuona l’idea del ‘blocco sociale’, ovvero di quell’unione trasversale di forze che va a produrre un ‘blocco storico’. In altri termini, il blocco sociale rappresenta l’élite che si salda con il popolo attraverso la costruzione dell’egemonia. Quell’egemonia che non è un dato estrinseco, per Gramsci. In sostanza, il blocco storico che ne viene ‘prodotto’ non è né la rappresentazione degli effetti di un economicismo determinista e triviale (l’economia che determina la dimensione latamente culturale), né però il riflesso ‘idealistico’ della dimensione ideologica (è l’ideologia che determina l’economico). Non è solo l’economia a indicare chi sono i dominanti, e non è solo la differenza sociale. Questo rompe con l’elitismo come separazione netta tra élite e massa. I due momenti si intersecano, così come intersecati sono i soggetti dominati e dominanti che compongono il blocco. Si ha dunque una visione non strumentale dell’egemonia, intesa cioè solo come strumento di dominio di una classe sull’altra, ma di alleanza, di fusione, di condivisione di un orizzonte politico. Struttura (l’economia) e sovrastruttura (l’ideologia) stanno insieme e si sorreggono reciprocamente. Questa dimensione può essere retriva, conservatrice, ma può anche essere volta alla costruzione di un nuovo blocco storico, fondato su un’ideologia progressiva ed emancipatrice. Tutto sta a scardinare il blocco precedente. Tuttavia ciò può avvenire solo laddove è ‘possibile’: il gioco di parole indica che il cambiamento di paradigma è possibile soltanto quando si saranno presentate marxianamente le condizioni necessarie e sufficienti al suo cambiamento, e non prima. Ciò che è comunque rilevante è che l’egemonia si costruisce quando il gruppo dominante diventa capace di espandere i propri interessi facendoli diventare gli interessi – vero o falso che sia – di altri gruppi subordinati. In altre parole, il gruppo storico egemonizzato dagli sfruttatori si costituisce quando lo sfruttato afferma di meritarsi lo sfruttamento.

Senso comune

Ma qual è, attualmente, questo senso comune dominante? Quale questa saldatura tra dimensione sovrastrutturale (consenso più forza, ideologia più politica) e struttura? E questo blocco accenna ad entrare in crisi? La risposta, nel mondo occidentale, sembra essere il combinato disposto di economia, Stato e organismi inter- e sovra-nazionali al fine di concedere alla prima gli strumenti di gestione che in larga parte spetterebbero ai secondi. Il trait d’union è rappresentato dagli intellettuali più potenti del Ventesimo secolo: i media. Non soltanto l’egemonia (ovvero il consenso non corazzato necessariamente dalla forza) si produce attraverso i media, ma essi svolgono la funzione di produrre l’occultamento del dominio di classe. Del resto, come diceva Baudelaire, il miglior trucco del diavolo è far credere di non esistere. In fondo, l’idea di masse separate dalle élite produce un senso di conforto: la possibilità delle masse di insorgere. Tuttavia, se le masse e le élite sono comprese nella medesima episteme, allora la speranza suscitata da quella supposta separatezza si affievolisce.

 

Gramsci Revival

Dal canto suo, Gramsci ha avuto una notevole fortuna critica soprattutto grazie ad alcuni filoni di studio. Penso alla scuola bengalese dei Subaltern studies, che a partire dal nome dichiara il proprio debito nei confronti del pensatore italiano. Questi movimenti culturali hanno studiato Gramsci al fine di far emergere la voce del subalterno (termine massimamente gramsciano) dai discorsi dominanti. Menziono questo movimento non tanto per sé stesso, quanto per la critica che ha prodotto. Gayatri Chakravorty Spivak, studiosa bengalese e traduttrice di Derrida, professoressa a Columbia, ha scritto un celeberrimo saggio per dire che “il subalterno [e massime la subalterna] non può parlare”, proprio poiché egli è iscritto in una nebbia fitta che è la nebbia della violenza epistemica, che lo costringe a guardare la realtà con gli occhiali che qualcun altro ha molato per lui. Ma non si tratta di un dominio ‘verticale’, dal dominante al dominato: entrambi vagano nella medesima nebbia.

Questa nozione, che rischia di mettere sullo stesso piano dominanti e dominati, e di attutire non solo il potere ma anche le responsabilità dei primi, ha tuttavia il merito di mettere l’accento sulla problematicità di una serie di questioni, tra cui la distinzione netta tra masse ed élite, la possibilità per il subalterno di scardinare il dominio, la possibilità di ‘uscirne’. La violenza epistemica mette una volta di più in luce la saldatura tra dominanti e dominati.

 

Anomalie?

Dunque, per rispondere a Alessandro Baricco sulle masse che si sono scocciate e hanno preteso di ‘fare da sé’: sì e no. Una parte delle masse si è scocciata, verissimo, eppure in gran parte ancora a governare – non nel senso semplicemente ‘politico’: essere al governo – è ancora il blocco storico di potere che governava prima. Le masse, rispetto a questo, rappresentano un’anomalia, e l’Italia è il laboratorio privilegiato di questa anomalia. Infatti in Italia c’è un movimento che in qualche misura rappresenta le masse arrabbiate, quelle stesse masse digitalizzate di cui parla Baricco. Ma le masse digitalizzate sono le masse dei grillini, non quelle della Lega, tuttora – nonostante gli spin e il successo sui social – molto terragne. Le masse che pretendono di fare da sé, secondo una logica vagamente rousseauiana, sono quelle che intendono farsi esse stesse volontà generale che si esprime digitalmente. Quelle masse, intendo le masse di quel movimento definito ‘populista’ e rappresentato dai 5S, sono l’anomalia del sistema politico, sono il tentativo di rottura del blocco storico. Non è un caso se i media, ovvero gli intellettuali del Novecento, siano l’obiettivo del Movimento: occorre – è questa la loro ideologia – rompere il blocco sociale rompendo il collante che tiene insieme tutto. È evidente che il Movimento 5S non è solo questo: è anche ideologia che camuffa una certa gestione dirigistica e iper-elitaria della partecipazione politica e della comunicazione. Inoltre, il ‘popolo’ del Movimento 5S non è certo impermeabile alla capacità di penetrazione del blocco storico e sociale che governa l’Italia e l’Europa. Si può dire che una parte dell’elettorato del Movimento è composta dalle ‘masse’ di cui parla Baricco. Ma c’è una componente ‘istituzionale’, legata ai blocchi menzionati sopra, che naturalmente costituisce una quinta colonna nell’assetto populista dei 5S.

Continuità

Ci sono dunque masse pronte a scardinare l’Europa additandola come la sentina di tutti i mali del ‘popolo’? No, la retorica anti-europeista è un argomento buono per le élite, un collante elettorale, un tema da campagna propagandistica permanente. Ma i grandi temi del capitale, dello sfruttamento, dell’ambiente, del lavoro, sono tutti saldamente in mano al blocco storico. Il quale – rispetto all’anomalia di cui dicevo – continua a tessere relazioni, a perseguire azioni per continuare a perpetuare l’assetto ingiusto della società contemporanea. In modo – come per ogni blocco storico che si rispetti – del tutto trasversale. Aggiungerei che questo blocco non ha più bisogno di intellettuali ‘di spinta’ ma solo ‘di contenimento’: soggetti individuali e collettivi non deputati all’elaborazione di un nuovo modello di società, ma al mantenimento dello status quo. Si tratta di una sorta di ‘pilota automatico’, e non è da considerarsi singolare che la funzione esonerante della politica europea rispetto alle sovranità nazionali venga intesa e descritta proprio come una sorta di ‘pilota automatico’.

Ma allora ogni cosa è perduta? E se la saldatura tra masse ed élite è, al di là di ciò che si dice, tuttora un solido blocco, come si può pensare di fenderla? Come si è detto, per Gramsci occorreva che le condizioni storiche si presentassero rendendo il momento propizio. Pensare oggi quel momento non significa adottare una prospettiva attendista e deterministica, ma mettere in campo un saldo volontarismo destinato a cercare una nuova saldatura tra élite e masse, tenute insieme da nuovi intellettuali. Percorso da far tremare le vene e i polsi, dal momento che gli intellettuali stessi sono una funzione del capitale. E del resto, però, la prospettiva tratteggiata non è quella di una distinzione manichea tra élite corrotte (o semplicemente élite ‘che comandano’) e masse ‘pure’ (e/o ‘purificatrici’). Non siamo, per usare una dicotomia adorniana, in una vita falsa che rende impossibile la vita vera. Seguendo quanto diceva Franco Fortini emendando quella massima di Adorno (il quale in Minima moralia scriveva che non c’è vita vera nella falsa), si può dire che “non c’è vita vera se non nella falsa”: qui è la rosa, e qui danza. Le masse, pur essendo saldate ai dominanti attraverso il combinato disposto di forza ed egemonia, hanno dimostrato nella storia una loro autonomia contestativa. Una loro capacità – a volte produttiva, a volte distruttiva, a volte velleitaria – di interpretare autonomamente la realtà e costituire un nuovo blocco storico. Ma non ci sono élite versus popolo. Ci sono élite con il popolo.     

Un caso di studio sul (cosiddetto) Reddito di cittadinanza: “agli zoppi, grucciate”

Un caso di studio della continuità del blocco sociale è rappresentato dal cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’. Il dibattito che si sta svolgendo in questi mesi sulla misura fortemente voluta dal governo, e in particolare dalla sua componente 5S, ha assunto dei tratti davvero grotteschi, tra disinformazia e malafede. Ma soprattutto, denuncia la persistenza di quel blocco storico, saldamente concorde nel rigettare persino misure blande di contrasto alla povertà. Misure che peraltro nulla hanno a che vedere con il ‘vero’ reddito di cittadinanza, sul quale esiste un dibattito teorico assai importante e al quale non possiamo qui che rimandare. Possiamo solo dire, qui, che un reddito di cittadinanza correttamente inteso ha due caratteristiche incompatibili con la misura approvata: esso è universale, ovvero destinato a tutti a prescindere dal fatto che i soggetti lavorino e dal loro reddito; ed è incondizionato, ovvero non è sottoposto alla condizione di cercare un lavoro. Si tratta di due caratteristiche naturalmente embricate tra loro, che escludono comunque che si possa parlare, per la misura di cui si sta parlando, di ‘reddito di cittadinanza’ propriamente inteso. Eppure, perfino nei confronti di tale blanda misura, si manifesta – come su altri temi davvero importanti (lasciando da parte le questioni certo altrettanto serie, ma forse più di bandiera) come le grandi opere – il blocco sociale di cui si diceva. Basta scavare nel dibattito pubblico. Ho sentito per esempio Concita De Gregorio concionare sulla misura del governo. A un certo punto la giornalista ha detto che “se sei un giovane che ha bisogno vai a fare il cameriere” e – più o meno letteralmente – non ti prendi la ‘paghetta’ di papà-Stato. Siamo alla solita retorica (di destra) del ‘rimboccarsi le maniche’, che presuppone un giudizio sulla platea di persone eventualmente interessate al RdC che è stato sintetizzato da un commento su Facebook fattomi da un amico: chi lo chiede è se va bene un parassita, se va male un truffatore. Il meta-giudizio che innerva questo ragionamento è che chi è povero in fondo se lo merita. Se lo merita perché non si è rimboccato adeguatamente le maniche, non si è dato da fare, non si è sacrificato, non si è voluto allontanare da mammà, e così via. Come se questo paese avesse ancora bisogno di gente che se ne va, di un Sud che si spopola e si spolpa. La verità è che questi ragionamenti sottendono l’adesione a una ideologia da tempo dominante, quella di un mondo di vincenti e competitivi in cui lo sconfitto deve essere bastonato e denigrato e allo stesso tempo incitato a fare di più e di meglio, poiché se è stato sconfitto è colpa sua.

Di questa cultura ho scritto più volte anche ricordando i ‘disinteressati consigli’ dell’élite di questo paese. Ricordo la vicenda della Confindustria di Cuneo, che suggeriva ai ragazzi di non inseguire ideali e sogni, ma di mettersi a fare gli operai. Ecco, mi pare che siamo ancora lì: non avete futuro perché siete stati dissoluti, avete sognato, volevate fare i filosofi, i sociologi, gli esperti di comunicazione, i giornalisti, o volevate semplicemente stare sul divano (che poi, per costoro, è la stessa cosa, salvo se lo fanno loro). Avete creduto alle promesse del neoliberalismo di essere imprenditori di voi stessi, che sareste stati felici e realizzati, e invece eccovi qua, falliti e poveri. E adesso volete la ‘paghetta’.

Ecco, potremmo iniziare con il dire, magari da sinistra, che la sconfitta non è una colpa? Oppure diciamo ai nostri figli di non prendersela se perdono a calcio, promuoviamo questa pedagogia secondo cui tutti ce la faranno, e poi nel mondo del lavoro siamo pronti a prendere a grucciate gli zoppi? Gli sconfitti della globalizzazione non sono né dei truffatori né dei parassiti, ma sono persone che – magari non tutte, certo – ci hanno provato, si sono trovate dentro meccanismi più grandi di loro, modificazioni epocali che li hanno resi scarti, rifiuti.

E non si tratta di difendere la misura del governo, che è insufficiente e che dal momento che non è un ‘reddito di cittadinanza’ ma una sorta di trasferimento di moneta. Si tratta di smetterla con questo ghigno, con questo rictus dei commentatori che dalle loro belle poltroncine ironizzano sulla platea, sul numero di coloro che chiederanno di accedere al RdC, tanto che oggi qualcuno è quasi deluso dell’assenza di ressa alle Poste e ai CAF, mentre solo ieri ironizzava sui fannulloni che vorranno stare sul divano a non far nulla facendosi assistere. Come se, peraltro non fosse già indicativa una certa biforcazione del dibattito, che da un lato descrive la misura come ‘assistenzialistica’ e dall’altro come una spietata macchina del workfare dei poveri, che tende a organizzarli per fornire manodopera a buon mercato. Insomma, la misura di Schroedinger, contemporaneamente assistenzialistica e progettata per lo sfruttamento del lavoro.

La verità è che manca, dalla sinistra benpensante alla destra cinica, la cultura dell’eguaglianza e della redistribuzione. Si dice che il governo dovrebbe pensare a creare lavoro, non a ‘regalare’ i soldi. Ma il dibattito più avanzato sul reddito di cittadinanza, quello vero, dice altro. Ci dice intanto che il reddito di cittadinanza in senso proprio è una misura incondizionata, che si dà a tutti al di là dell’impiego e del reddito, e che non è condizionato alla ricerca di un lavoro. E invece persino una misura blanda, insufficiente, condizionata, equivoca a partire dal nome, viene stigmatizzata e paragonata ai soldi gettati dalla finestra. Ma a sinistra dovrebbero sapere che la metafora dei soldi gettati con l’elicottero era di Milton Friedman.

Riprendo e approfondisco qui alcune riflessioni apparse su Il Mulino e sul Fatto Quotidiano

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