FAKE NEWS E DEMOCRAZIA: IL VIZIO DELLA VERITÀ

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MARIA SILVIA VACCAREZZA

Ha fatto scalpore, e il giro del web, il discorso di Carole Cadwalladr – la cronista dell’Observer che ha raccontato al mondo lo scandalo di Cambridge Analytica – tenuto ai TED di Vancouver lo scorso aprile. Un micidiale j’accuse, un’analisi tagliente e alquanto disturbante dell’impatto nefasto dei social media – Facebook, in particolare – sulle democrazie di tutto il mondo. Nessuna rivelazione shock, a ben vedere, ma semplicemente un coraggioso atto di parrhesia, la libertà di svelare che il re è nudo e di farlo con forza e impietoso dispiegamento di dati inchiodanti. Nel talk, Cadwalladr si è rivolta direttamente ai responsabili di Facebook con durezza:

«La democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti».

Lo scossone, inferto dal discorso di Cadwalladr alla consapevolezza di molti, non è altro che la sintesi di una preoccupazione ampiamente condivisa a più livelli: la produzione e diffusione di disinformazione, dati fasulli o distorti, notizie falsate o completamente inventate – tutto ciò che cade sotto l’etichetta di “fake news”, o nostranamente “bufale” – condiziona irreparabilmente le nostre democrazie. Dalla Brexit all’elezione di Trump, passando per la politica nazionale italiana, dalla percezione dell’impatto dei rifugiati all’obiezione ai vaccini in tutta Europa, le posizioni assunte da un gran numero di cittadini avvengono sotto la spinta di credenze distorte, prodotte e disseminate intenzionalmente da società ad hoc. “Mano armata” di gruppi di pressione, che si servono della profilazione politica degli utenti dei social per indirizzare loro post pubblicitari personalizzati, che facciano leva sulle loro paure, scatenino il loro odio e condizionino il loro voto.

Si tratta, com’è chiaro, di vere e proprie trappole, che danno luogo a distorsioni cognitive di massa e minacciano di erodere i principi stessi delle democrazie liberali, aggirandone i vincoli e consentendo forme di propaganda illegittime e incontrollabili.

Non mancano proposte di contromisure istituzionali: dall’aumento del controllo sul web (ricordate il “bottone rosso” anti-bufale di Minniti?), all’incremento di informazioni politiche di qualità, fino all’ipotesi di introdurre “nudges”, spinte gentili verso le decisioni “giuste”, o addirittura forme di epistocrazia (termine reso popolare dal pamphlet “Against Democracy” di Jason Brennan: in breve, subordinare il diritto di voto al possesso dimostrabile di un grado sufficiente di conoscenza sulle materie in questione). Non dovrebbe sorprendere troppo che l’ampiezza e la gravità dei fenomeni in gioco conducano, per garantire l’esercizio appropriato della partecipazione democratica, a ipotizzare contromisure che arriverebbero addirittura a limitare la libertà e l’autonomia dei cittadini, mettendo a loro volta in questione la democrazia stessa.

In questo cul de sac, o apparente cortocircuito, sociologi, epistemologi, psicologi cognitivi e filosofi politici sono da tempo al lavoro per individuare i meccanismi che operano su singoli e gruppi rendendo possibile la propagazione della falsità online. Tra i tanti: diminuite soglie di attenzione, eccessivo carico informazionale, incapacità di interpretazione, “scorciatoie” e bias di vario tipo – su tutti, confirmation bias e desirability bias, ovvero l’attribuzione di maggiore credibilità a notizie che confermano le proprie convinzioni o i propri desideri – fino alla creazione di “bolle epistemiche” e “camere d’eco”, sacche informazionali che incapsulano l’individuo in un hortus conclusus in cui le sue proprie convinzioni sono confermate, alimentate dal consenso di interlocutori a sua immagine e somiglianza e rinforzate da notizie ritagliate su misura.

Vari studiosi, come Lani Watson della University of Edinburgh, anziché limitarsi alle contromisure istituzionali, hanno iniziato a occuparsi da qualche tempo di responsabilità individuali, in particolare analizzando pratiche sleali dei professionisti dei media, che andrebbero corrette per mezzo di una adeguata formazione professionale e morale: dal mentire, al disinformare deliberatamente, al trattenere informazioni rilevanti, fino all’abusare apertamente della propria autorità epistemica.

Ma anziché fermarsi a questa rassegna di pratiche e atti scorretti, Watson e colleghi sono risaliti fino a tratteggiare il carattere che rende possibili quelle pratiche e quegli atti. Per farlo, hanno scelto il linguaggio antico dei vizi e delle virtù, che affonda nella tradizione classica e giunge a questi studiosi per la mediazione della virtue ethics angloamericana contemporanea. Quando un atto diventa pratica, e poi prassi acquisita, costruisce un tratto del carattere che tende a stabilizzarsi, fino a divenire parte della personalità morale di un agente – una “seconda natura” – che dà luogo a comportamenti altamente affidabili, cioè prevedibili. E se questo è vero nel caso lodevole delle virtù (da un amico generoso ci aspettiamo che si comporti altruisticamente quando siamo nel bisogno, da uno coraggioso che prenda la parola in nostra difesa a rischio della sua immagine), lo è altrettanto nel meno edificante scenario della costruzione di vizi. Mentire sistematicamente, abituarsi a ingannare, rendersi complici di piani di condizionamento su larga scala, sono pratiche che i professionisti dell’informazione possono acquisire fino ad assimilarle come parte di sé e non poter, a meno di enormi sforzi di cambiamento morale, agire altrimenti.

Ma un passo ulteriore è ancora possibile: quali sono, se vi sono, le responsabilità individuali dei fruitori? A fronte di meccanismi che operano sui singoli, profilandoli con precisione disarmante, possono i soggetti stessi assumersi una responsabilità nei confronti della verità? È a questo livello che si innesta la possibilità di parlare di veri e propri vizi epistemici degli utenti: tendenze acquisite, stabilizzatesi fino alla cristallizzazione, a rapportarsi scorrettamente alla verità, a usarla malamente o nasconderla deliberatamente, a lasciare pigramente ma scientemente che le dinamiche di cui sopra prendano piede, solleticando l’istinto irrefrenabile a cercare consenso e conferma, sottraendosi, così, al duro lavoro di cercare – e sopportare – la verità.

Jason Baehr, studioso di virtù e vizi epistemici della Loyola Marymount University di Los Angeles e ispiratore di un modello scolastico basato sulla formazione del carattere, ha individuato alcuni obiettivi rispetto ai quali non bastano facoltà cognitive normalmente funzionanti, ma occorre la costruzione di un vero e proprio carattere epistemico, la cui valenza è tanto conoscitiva quanto un risultato morale, perché dipende in modo importante dalla volontà del soggetto di migliorarsi e progredire. Questi obiettivi includono attitudini fondamentali all’acquisizione di conoscenza, quali: una sufficiente motivazione a conseguire la verità, il possesso di un’attenzione sufficiente e adeguata, la coerenza nella valutazione, l’integrità intellettuale, la flessibilità mentale, la perseveranza nel conoscere e la distribuzione responsabile delle informazioni.

Come a dire: distrazione sistematica, indisponibilità allo sforzo cognitivo, scarsa consapevolezza delle conseguenze delle proprie affermazioni in rete, partigianeria, credulità – attitudini dei singoli utenti del web che favoriscono la propagazione di falsità in rete attraverso lo strumento micidiale dello sharing – più che incapacità incolpevoli sono vizi di cui il soggetto è responsabile, emendabili attraverso un lavoro educativo, mirato a bilanciarli con virtù corrispettive.

C’è, in buona sostanza, una moralità nel sapere: la conoscenza, per essere conseguita, non richiede solo facoltà cognitive nella norma, ma lo sviluppo di determinati atteggiamenti e disposizioni, frutto di scelte deliberate e volontarie, che includono curiosità, onestà e coraggio intellettuali, apertura mentale, desiderio di accuratezza e, più in generale, amore per la verità.

È importante notare che i vizi dei singoli, e dei gruppi che ne sono la culla e la cassa di risonanza, non si possono bollare semplicemente come pecche epistemiche o morali: nella misura in cui incidono sulla tenuta sociale e politica dei contesti in cui quei singoli e quei gruppi sono inseriti, corrispondono anche a veri e propri vizi civici. Tratti caratteriali di soggetti epistemici e morali che, in quanto fruitori, produttori e propagatori di informazioni, non si curano della verità, e così facendo non si curano della comunità in cui sono inseriti.

L’antico discorso sul carattere e l’eccellenza morale, per lungo tempo rigettato come lascito scomodo, esigente fino all’inservibilità, ma soprattutto sospetto, torna a farsi strada in forme nuove. L’uomo contemporaneo, con la sua volontà creatrice di valore “sottile come uno spillo”, per dirla con Iris Murdoch, non reggerà l’urto delle sfide che abbiamo di fronte. Il paradigma dei vizi e delle virtù restituisce un’immagine “spessa” della moralità, che investe il soggetto etico, epistemico e politico, nominandone eccellenze e distorsioni, e osa perfino rivendicare la necessità di un’educazione virtuosa, in barba agli incubi notturni di qualche liberale. Non saranno un astratto richiamo alla giustizia o una lotta alla cieca contro una generica ignoranza a salvare noi e le nostre democrazie liberali. Sarà invece lo sforzo educativo di formare soggetti consapevoli di quanta moralità occorra per conoscere, e di quanti vizi affliggano la verità.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

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