GENE TUTTIVIZI

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PEE GEE DANIEL

Lord Eugene Alexander Granadahillz III, per gli amici più semplicemente “Gene”, è un uomo di mezz’età, benestante, anzi più che benestante, residente in un quartiere lussuoso, se non addirittura principesco, posto in posizione olimpica, sopra una collina sporta sulla scintillante metropoli sottostante, proprietario di una villa superaccessoriata, iscritto ai club più esclusivi del pianeta, giramondo, indolente.

Gene è l’unicogenito di una famiglia ben piazzata, da generazioni. “Il rampollo” lo definiscono gli organi di stampa, “il figlio degenere” lo chiamano invece i famigliari, mentre gli amici si limitano all’aggettivo sostantivato “il debosciato”.

La secolare consuetudine della famiglia di appartenenza a mollezze e comodità sibaritiche si deve essere trasmessa a lui pari pari, per passaggio mitocondriale o per via patrilineare o una convergenza di entrambe le cose, se possibile facendogli addirittura superare in dissolutezza i libertinaggi impenitenti del celebre nonno Eugene Alexander I, per dirne una, che passò dapprima alle cronache dei quotidiani quindi, più tardi, ai sussidiari di storia per aver diligentemente accumulato sul suo fisico atletico tutte le malattie veneree conosciute, alcune delle quali si pensava debellate da decenni, a forza di fare il giro dei bordelli presenti su tutte le terre emerse (qualcuno pure organizzato di sfroso sopra un natante alla deriva), o la dispendiosa ricercatezza estetica della trisavola Contessa di Vattelapesca, per dirne un’altra, capace di dilapidare l’intero patrimonio del conte defunto di fresco in un mezzo pomeriggio scarso per l’impellenza di riarredare a marmi bardigli e placche d’oro e broccati di porpora e di bisso le ampie stanze dell’avita magione.

Gene è una compatta palla di vizi: non uno gliene manca all’appello. E, al contempo, appare come la sublimazione incarnata di ogni appagamento: volatile come azoto allo stato liquido, volubile come bandella al vento, non vi è traguardo o diversivo che lo soddisfino per più di un femtosecondo.

«Fare questo o non farlo mi è del tutto indifferente» è il suo mantra. Non fa che ripeterlo, a disco rotto, con tono monocorde, sguardo vuoto, palpebra calante, polso molle, un tumbler alto ricolmo di bourbon liscio a oscillargli in una mano, la solita sigaretta ficcata in cima al bocchino d’alabastro che gli pencola perennemente da un angolo della bocca carnosa.

Lo vedresti sbuffare di noia con sguardo assente anche nel bel mezzo di un’ammucchiata multirazziale, messo a sandwich tra un lottatore samoano e la Miss Venezuela del ‘98, o mentre si verticalizza in un volo a perpendicolo dal quindicesimo piano di un palazzo dritto giù verso una bacinella riempita d’acqua a metà che lo attende sul marciapiede, giusto per vedere se ce la fa a non schiantarcisi.

È fatto così lui. Avvezzo a ottenere tutto ciò che desidera immediatamente, sin da quando, da delizioso pargoletto con tanto di boccoli cascanti sul collo e calzoncini corti, gli bastava schioccare le dita perché qualche famiglio accaldato gli recasse quanto richiesto entro il più breve tempo possibile, va avanti per forza d’inerzia, cercando ogni volta di trovare qualcosa di nuovo che riesca a destare almeno un po’ la sua pigra partecipazione emotiva. Per uno con i suoi mezzi e la sua connaturata incontentabilità si fa di volta in volta sempre più dura scovare qualcosina di nuovo e di minimamente stuzzicante.

«Battista, portami un drink!» si è da tempo sostituito al «Battista, portami una cedrata ghiacciata!» che ordinava allora dentro l’interfono.

Difficile vederlo senza un bicchiere straboccante in mano.

Ha anche inventato un cocktail tutto suo nel frattempo. Lo ha chiamato l’“Ammazzacristiani”. Scotch, rum, mezcal, un pizzico di anisetta, Tabasco, noce moscata, una buccia di lime, menta piperita, vodka alla pesca, sale rosa dell’Himalaya, pepe di Caienna, alcol puro e una guarnizione di besciamella intorno all’orlo del bicchiere rigorosamente tubolare.

L’unico inconveniente: al secondo che bevi di fila ti sale già il vomito. Gene consiglia sempre di assumerlo insieme a un potente antiemetico…

E Gene neppure disdegna le ricche scorpacciate in compagnia. Ostriche e altri muscoli di mare vivi e cotti, certi crostacei lunghi come l’avambraccio di un uomo adulto, sushi di caviale Strottarga bianco mangiato a cucchiaiate, riccioli di tartufo bianco e nero che fioccano come un fitto nevischio su uova all’occhio di bue o linguine al dente, bistecche di manzo di Kobe alte una spanna, formaggio di renna spalmato a palettate, il tutto abbondantemente innaffiato da Brunelli di Montalcino del 1888 e bottiglie di Boerdeaux da 5mila dollari cadauna. Quando è in vena di eccentricità, sangue di serpente misto ad alcol, come appreso durante le frequenti puntatine in Thailandia per l’usuale turismo sessuale. Buona parte degli esseri senzienti di questo pianeta, dalle vette montuose ai fondali marini, ha dato la propria vita in sacrificio per saziare l’appetito curioso di Gene. Una volta ha assaggiato carne di beluga, anche se, con tutta sincerità, l’ha trovata un po’ gommosa, un’altra volta ancora offrì una bella cifra a un capo-tribù melanesiano perché gli fosse cucinato un bello spezzatino umano, secondo la vecchia scuola.

Immancabile a fine-pasto arriva il caffè, tostato dopo essere stato ricagato dal culo di uno zibetto. Per ammazzacaffè magari due dita sdraiate di brandy invecchiato centocinquant’anni in botti di rovere. Al termine del lauto desinare usa poi ficcarsi giù per la gola un rametto di ulivo, come Santa Teresa D’Avila, per liberarsi e poter così ricominciare daccapo senza mettere su fastidiose chilocalorie di troppo.

Quanto alle droghe d’abuso, Gene ingolla, aspira, si inietta, fuma, inala, mastica, succhia, slappa qualsiasi stupefacente o affini capace di sorpassare la barriera ematopoietica. Speedball, acidi, crack, Superskank, sali da bagno, dorsi di rospo, oppio e oppioidi, funghetti allucinogeni. È l’unico sulla piazza ad assumere lui la droga dello stupro, deliberatamente, quando si tratta di fare roba con un soggetto che non gli sconfinfera più di tanto. Come accadde con la vedova Peabody per esempio, 95 anni suonati, con la quale si congiunse all night long a seguito di una scommessa fatta tra amici, in una serata di bagordi, al largo di Nantucket, a bordo dello yacht Toda Vida di proprietà del magnate bielorusso Dziga Ulianov. A sfida superata, in premio, come pattuito, gli venne consegnata una spilletta in similoro con su scritto “Un beau courage!

Beone, crapulone, tossicofilo, ninfomane, dandy. La sua escalation verso esperienze sempre più estreme non è mai cessata da quando, ancor pubescente, ha intrapreso una lotta continuativa contro quel tedio malinconico che gli pende sopra il cranio come a Damocle la spada.

«Farlo o non farlo mi è del tutto indifferente» è la sua risposta di routine alle novità che pusher,  mistress sadomaso, psicoterapeuti gli propongano. Anche se poi, tra farlo e non, va sempre a finire che lo fa. Qualunque stravaganza che gli venga proposta la accetta senza battere ciglio, vivendola con la sua immancabile faccia inespressiva e i movimenti rallentati suoi tipici.

Come in quell’occasione in cui si era fatto convincere (per quanto quel “convincere”, come forse si sarà capito, sia più che altro assimilabile, giusto per rendere l’idea, alla lieve spintarella data con la punta di un dito a un picchio meccanico perché si avvii) a farsi crocifiggere durante una di quelle cruente rievocazioni pasquali che si tengono nei pressi di Manila. Insieme a un manipolo di fanatici locali si era fatto inchiodare a un legno a cui rimase appeso diverse ore, sotto il sole, in un clima umido e appiccicoso, ma, a differenza delle motivazioni devozionali dei suoi colleghi, lui era arrivato sin là sopra dopo mezza giornata di viaggio aereo con l’unico scopo di provarne un’altra, di vedere che effetto mai potesse fare pendere da una croce con centinaia di curiosi ai tuoi piedi che ti fissano a naso insù, anche se poi, come sempre, se n’era rimasto quasi tutto il tempo lassù a sbuffare di noia con le palpebre basse e la bocca corrucciata, nonostante le estremità bucate e sanguinanti e la fronte trafitta da una realistica corona di spine. L’unica deroga alla fedele ricostruzione evangelica si ebbe quando si trattò di essere dissetato: per quello pretese che la spugna che gli porgevano fosse intrisa di un Sauvignon del ‘72.

Un’altra volta, che forse aveva aspirato il dolce dio boliviano in forma di polvere granulare più del dovuto, in visita a un bioparco aveva generosamente corrotto il guardiano di turno affinché lo introducesse nella gabbia del gorilla di montagna con cui si era messo in testa di boxare giusto per constatare se l’iscrizione in palestra con tessera platinum avesse portato i frutti sperati. Gli era andata bene che mentre si avvicinava barcollante in posizione di difesa a un gorilla che, a vederlo, già aveva cominciato a gonfiare i colossali muscoli di braccia e schiena e a emettere un verso minaccioso, il bestione era stato provvidenzialmente sedato da un proiettile prima che Gene si fosse fatto troppo sotto.

Una domanda sorge nell’animo di chiunque lo osservi sperimentare la qualunque senza trarne alcuna soddisfazione (mentre non fa che biascicare: «Per me fare o non fare questo è del tutto indifferente»): “Ma allora… perché?”

Talete, il primo filosofo in ordine cronologico, sosteneva che tra la vita e la morte non vi sia differenza. Quando un interlocutore gli domandò spietatamente perché lui, per tanto così, non morisse, replicò serafico: «Proprio perché non c’è alcuna differenza».

Ecco il vero unico vizio di gene qual è, di cui gli altri non rappresentano che blandi vizi accessori o collaterali: vivere. Quello il suo vizio primario, contratto direttamente alla nascita, da cui, pur con tutti gli sforzi, non riesce a ripulirsi, e che anzi ribadisce indefesso ogni qual volta aggiunga una tacca alla lunga novena delle sue annoianti esperienze.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA NARRATIVA

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