IL PERTURBANTE

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VOLFANGO LUSETTI

Il tedesco “Das Unheimliche”, letteralmente “non familiare” (il contrario di “heimlich”, da “heim”, casa) è un termine utilizzato da Sigmund Freud per esprimere la paura che si prova quando qualcosa viene avvertita come allo stesso tempo familiare ed estranea, e genera pertanto confusione, angoscia e un senso, contemporaneamente, di vicinanza e di lontananza. In italiano un termine equivalente, secondo molti traduttori di Freud, sarebbe “perturbante”, ma rendono anche meglio l’idea il termine sinistro”, e più ancora, “spaesante”.

Prima di Freud, Ernst Jentsch aveva applicato questo concetto, essenzialmente, alla difficoltà di distinguere fra un oggetto animato ed uno inanimato (figure di cera, automi, pupazzi vari), ovvero fra morte e vita, donde la possibilità che l’oggetto inanimato, sinistramente, prendesse all’improvviso vita, o viceversa che il soggetto vivente, altrettanto sinistramente, si rivelasse come morto.

Sulla base della teorizzazione di Jentsch, è stato ad esempio ipotizzato che in uno dei racconti di E.T.A. Hoffman, “L’uomo della sabbia”, la bambola Olympia rappresentasse l’elemento perturbante, e più in generale, si è pensato che i bambini abbiano spesso, stranamente, un ruolo sinistro e diabolico nei racconti “horror”, proprio in ragione di questa loro somiglianza con le bambole, i bambolotti, e insomma qualcosa che simula la vita e che insidiosamente induce ad abbassare le difese di fronte alla morte.

Freud, tuttavia, nel suo saggio “Il Perturbante” (1919), analizzò più a fondo questo racconto di Hoffman, e fece osservare come l’elemento perturbante, in realtà, vi fosse rappresentato non già da Olympia ma dall’Orco Insabbia, un adulto che cavava gli occhi ai bambini: insomma, egli riportò genialmente l’ambiguità del perturbante alla figura genitoriale, la quale può essere allo stesso tempo protettiva e persecutoria, “familiare” (e dunque tale da indurre a dismettere ogni reazione o difesa) e subdolamente predatoria.

Freud, però andò ben oltre: egli identificò questo elemento perturbante anche con un simbolo della castrazione, operata, o fantasmaticamente minacciata, dal padre sul figlio; ora, come si sa, Freud, nel complesso della sua opera, dalla “Interpretazione dei sogni” fino a “Totem e Tabù”, ha sempre attribuito il ruolo persecutorio principale, nell’ambito della cosiddetta relazione edipica, al figlio (nei termini di una presunta pulsione incestuosa a carattere primario, che sarebbe insita nell’essere umano di sesso maschile, verso la madre, ed omicida verso il padre), e non già, come sarebbe molto più realistico pensare, al padre stesso, che un tale figlio, per gelosia o timore, voleva uccidere, castrare, ecc. (si veda in dettaglio il racconto della vicenda nell’”Edipo re” di Sofocle).

Insomma Freud, nel suo saggio omonimo, aveva colto correttamente l’essenza persecutoria ed allo stesso tempo adulta/genitoriale del perturbante (essenza persecutoria che era ben più importante dell’ambiguità, dato che rappresentava l’elemento che rendeva questa ambiguità così pericolosa); però poi, curiosamente, tirando in ballo il “complesso di Edipo”, aveva invertito l’ordine dei fattori, facendo diventare persecutorio l’elemento filiale cui venivano cavati gli occhi (e che sarebbe stato affetto dal “complesso di Edipo” stesso), al posto di quello genitoriale (nel racconto di Hoffman, un adulto che cavava gli occhi ai bambini).

Freud fece infine notare, giustamente, che la maggior parte delle cose spaventose non sono in realtà perturbanti: ciò in quanto un’ulteriore ed essenziale caratteristica del perturbante, oltre alla sua ambiguità fra familiare e non familiare, è quella di essere “non celato”, ovvero “venuto alla luce”, “affiorato” inopinatamente. Anche il filosofo idealista Schelling, del resto, sulla base della etimologia stessa della parola (sospesa fra “familiare”, “Heimlich”, ed “estraneo”, “Unheimlich”), sosteneva che Unheimlich è tutto ciò che dovrebbe rimanere nascosto e che invece, malgrado tutto, affiora.

In conclusione, sono caratteristiche imprescindibili del “perturbante” non solo il dualismo e l’ambiguità fra familiare/innocuo ed estraneo/pericoloso, ma anche la sorpresa e la condizione di disarmo psicologico che derivano dallo spiazzamento delle usuali difese operato da tale dualismo, da tale “familiarità” e da tale ambiguità. In altre parole, diviene “Unheimlich” tutto ciò che un tempo fu familiare (“heimlich”), e che è stato in qualche modo rimosso, o meglio ancora cancellato e negato, in ragione di una sua caratteristica minacciosa, o inquietante, ma celata sotto vesti familiari: ciò con il risultato che di fronte a tale elemento minaccioso mascherato da “familiare”, si è divenuti disarmati. Perciò, quando questo ambiguo elemento riaffiora, la sua pericolosità è accentuata proprio dallo spaesamento, dalla sorpresa e dall’avere dismesso le proprie difese.

Infine tutto ciò, secondo Freud, richiamava anche il concetto di “ritorno del rimosso” inteso come “coazione a ripetere”, e collegato con la cosiddetta “pulsione di morte”. Quest’ultima, per il fondatore della psicoanalisi, sarebbe l’affiorare alla coscienza, sotto forma di istinto (quindi in modo piacevole e disarmante, anzi, quasi tentatore e diabolico), di una pressione primaria della materia verso l’entropia, ovvero a tornare ad uno stato di minore complessità ed organizzazione (come teorizzerà in Al di là del principio di piacere). Ora, qui occorre dire che l’idea stessa della “pulsione di morte”, ovvero della trasformazione della morte in istinto, è molto discutibile, non solo perché anti-biologica (una vita che si basasse sull’istinto di morte sarebbe costruita davvero molto male, e non si capisce come avrebbe potuto auto-perpetuarsi), ma anche perché tale da palesare, nel suo autore, una fortissima negazione della morte (è ovvio che se la morte diviene un istinto, è anche possibile padroneggiarla).

In questa teorizzazione generale di Freud sul “perturbante”, comunque, rientra anche la rappresentazione del “doppio”, ovvero di quel turbamento che può essere provocato dalla visione dei gemelli, o ancor più dei sosia. Questo turbamento, secondo Freud, avrebbe due componenti: una legata al narcisismo infantile e all’idea che un doppio ci renda immortali (e questa è la componente che rende il doppio seduttivo, subdolo ed insinuante); l’altra al timore che questo doppio, proprio in virtù della sua caratteristica di assomigliarci (e quindi di invadere il nostro territorio), sia in realtà persecutorio, e sotto mentite spoglie miri ad ucciderci, o meglio ancora, a prendere il nostro posto. E infatti è ben noto come il rapporto fra i gemelli sia profondamente ambivalente ed intessuto, oltre che di dipendenza, di malcelata ostilità e diffidenza.

Un esempio classico di perturbante con il ruolo di “doppio persecutorio” ce lo offre il nazismo. Questo fenomeno, in linea molto generale, può essere interpretato come una paradossale “invidia sociale”, da parte di uno dei popoli più civili, benestanti e colti dell’Europa del Novecento, verso una propria minoranza (quella ebraica) che in un momento di gravissima crisi sociale e collettiva post-bellica (i postumi della disastrosa pace di Versailles, dopo la fine della prima guerra mondiale), si era rivelata ancora più colta, civile e ricca, e soprattutto più resiliente alla crisi stessa, della media della popolazione tedesca. Questa interpretazione del nazismo e del suo pregiudizio anti-semita può suonare sgradevole sia alle vittime che ai carnefici, ma è certo molto più realistica e conforme ai fatti (l’invidia sociale e il pregiudizio di cui questa si nutre provengono da una “ferita” e non da un semplice “errore”), che non l’interpretare il nazismo razionalisticamente, come il frutto d’una inspiegabile e perversa distorsione cognitiva, forse derivante da una presunta “banalità del male” (Hannah Arendt docet!), o forse, da semplice scarsità di informazioni: una scarsità e una banalità eliminate le quali, si presume, il pregiudizio automaticamente scomparirebbe. Dietro una tale invidia sociale, infatti, stava in realtà un problema molto preciso, e strettamente connesso con la tematica del “doppio” inteso come perturbante. Questa minoranza era infatti assai simile, per molti aspetti, alla collettività germanica stessa: come quest’ultima era ultra-patriarcale, come quest’ultima riteneva di possedere, rispetto agli altri popoli, una missione speciale da compiere, di tipo spirituale e universale, come e più di quest’ultima appariva omogenea al proprio interno quanto a credo e valori, e infine parlava persino una lingua, lo Yiddish, che sembrava una caricatura del tedesco. Gli Ebrei, insomma, a livello fantasmatico erano un vero e proprio “doppio persecutorio” dei Tedeschi, un autentico “perturbante”, e in quanto almeno all’apparenza più coesi, apparivano pronti a disgregarli e a prenderne il posto proprio nel momento della loro massima vulnerabilità. In definitiva, ciò che animava il pregiudizio tedesco verso gli Ebrei era sì una distorsione cognitiva, ma alimentata da una “ferita” sociale e storica molto precisa, e assai dolorosa, strettamente connessa con il tema del doppio persecutorio inteso come “perturbante”.

Ma esempi di doppio persecutorio inteso come “perturbante”, abbondano nell’intera mitologia universale: si pensi ai duelli mortali fra fratelli ( alcuni dei quali gemelli) che si hanno nel caso di Eteocle e Polinice, di Romolo e Remo, di Caino ed Abele. E la singolarità di questi esempi di conflitto fra fratelli sta nel fatto che in tutti questi casi (come Freud ha rilevato a proposito della natura “paterna” e genitoriale del protagonista del racconto di Hoffman), il “primum movens” persecutorio del conflitto stesso è un elemento non solo adulto, ma paterno: Eteocle e Polinice sono i figli di Edipo, l’eroe notoriamente perseguitato dal padre, e si uccidono a vicenda assorbendo in qualche modo la persecuzione padre-figlio e dirottandola sull’inimicizia fra fratelli; Romolo e Remo, secondo una versione del loro mito, sono dei figli illegittimi, e provenienti da uno stupro incestuoso, di Amulio su sua nipote Rea Silvia, e dallo stesso Amulio furono fatti oggetto d’un tentativo di figlicidio, ma con il loro scontro mortale spianarono la via alla grandezza bellica di Roma; Caino ed Abele sono perseguitati dal terribile ed ultra-persecutorio “Padre” del Vecchio Testamento; ecc. ecc.

Insomma, contrariamente alle teorizzazioni di Freud sull’Edipo, lo scontro con il “doppio” rappresenta il dirottamento, al di fuori dell’asse padre-figlio, d’una persecuzione paterna primaria, e il suo trasformarsi in un’inimicizia mortale fra fratelli, o in senso lato, fra popoli: un meccanismo, fra l’altro, che è alla base della guerra, fenomeno nel quale “i padri mandano i figli a morire per la patria”, ed i figli ci vanno “come se andassero ad una festa” (Erodoto, significativamente, diceva che nelle guerre i padri seppelliscono i propri figli, mentre nelle rivoluzioni sono i figli a seppellire i loro padri).

In conclusione, il fenomeno del “perturbante” è fortemente terrifico in quanto allude a tutti quei casi di inimicizia mortale, e/o di conflitto, fra affini, che in prima istanza non si distinguono molto fra loro, e che dunque si inducono reciprocamente (ed in maniera subdola) ad abbassare le proprie difese, esattamente come avviene nella fenomenologia del “doppio persecutorio”.

Endoxa FILOSOFIA PSICANALISI

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