OBBEDIRE/DISOBBEDIRE, OVVERO: GIOCARE A GUARDIA E LADRI

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  1. Aneddoto e filosofia

“Verso Valence un ragazzo che gioca da solo a guardia e ladri. Fa le due parti. Finge di sparare, corre e cade colpito dalla sua stessa arma, si rialza e spara. Corre ancora e stavolta cade ferito come gendarme”: così in un aneddoto raccontato da Flaiano in Diario degli errori, poco importa se reale o immaginario: da queste ristrette categorie rifugge qualsiasi aneddoto.

Proprio come la filosofia. Perciò potrebbe risultare non del tutto insensato cominciare da qui. La filosofia sembra condividere con l’aneddoto la capacità di prescindere dalle categorie del linguaggio comune, pur operando nel linguaggio stesso e da questo dipendere in tutto e per tutto. La filosofia agisce, ossia pensa il linguaggio, nell’unico modo in cui sia possibile il pensare: interrompendo il linguaggio stesso e il suo senso comune. Essa, in un certo qual modo, disobbedisce al linguaggio, pur operando in esso. Ma, al contempo, appunto, opera in esso e con esso, obbedisce al linguaggio.

Mentre pensa disobbedendo, obbedisce. E viceversa.

Basti pensare a tutti i termini elaborati dalla filosofia (ossia dai suoi interpreti) nel corso della storia: si utilizzano termini preesistenti stravolgendone il significato. L’eidos  concepita da Platone non indica affatto ciò che gli ordinari concittadini ateniesi del filosofo intendevano utilizzando lo stesso termine, che, com’è noto, di per sé si riferisce all’aspetto di qualcosa. Altrettanto dicasi per l’ousìa aristotelica, o per la Sache di Hegel o il Dasein heideggeriano. Proprio Heidegger faceva notare, nel suo Nietzsche, che lo stravolgimento dei termini comuni, ciò che sembra l’invenzione di un altro linguaggio nel linguaggio (una specie di sotto-linguaggio), è un’operazione caratteristica della filosofia.

Una  filosofia che disobbedisce, pertanto, ritagliandosi una frazione di linguaggio, un sotto-linguaggio. Ma anche una filosofia che, disobbedendo, obbedisce, costituendosi in un linguaggio che sta sotto, che si adegua ad un dominio – quello del linguaggio – cui deve la sua sussistenza e persistenza.

In effetti, a mio avviso, risulta sempre non solo impervio, ma anche alquanto improbabile, l’impresa di chi si sforza di pensare il rapporto tra filosofia e il dittico obbedire/disobbedire, senza considerare perché il pensiero non riesce ad uscire da questo binomio, forse solo un’apparente antinomia.

Fatto sta che, almeno a quanto mi risulta, nessuna filosofia – soprattutto politica – è riuscita a pensare il potere, senza uscire da questo inghippo. Cosa c’è che non va? C’è davvero qualcosa che non va?

  1. Il pensiero “fa le due parti”

Ecco che ci viene in aiuto Flaiano, con l’appunto numero 17 del suo Diario degli errori. Un appunto scritto durante il suo secondo viaggio in Francia nell’agosto del 1950. E, appunto, più che una situazione reale o immaginaria, questo aneddoto – come la filosofia, dicevamo – prescinde completamente dalla natura reale o immaginaria del fatto narrato. Prescinde dal fatto. Si tratta di pensiero, che in quanto tale, per sussistere, interrompe il fatto prendendone congedo. Interrompere il fatto vuol dire, in altri termini, arrestare il fatto par excellence, il linguaggio, disobbedirgli, creare un linguaggio nuovo. Che però non è mai veramente nuovo. Esso deve obbedire al linguaggio in e per cui opera, articolandosi al suo interno come disobbediente. Nell’aneddoto di Flaiano vien mostrato questo circolo vizioso, ossia l’operazione stessa del pensiero.

Un ragazzo gioca da solo a guardia e ladri. Egli stesso si alterna in questi ruoli, che in lui si compenetrano. “Fa le due parti”, scrive Flaiano. Ossia, fa il ladro, disobbedisce alla legge, finge di sparare, corre e cade colpito dalla sua stessa arma. Si rialza e spara, corre ancora e stavolta cade colpito come gendarme, ossia come obbediente alla legge. Il pensiero fa le due parti: ossia, in esso si compongono e articolano inscindibilmente, nell’atto stesso in cui si disgiungono e scindono.

Si deve disobbedire, ma si deve pure obbedire.

Questa stessa azione potrebbe essere rappresentata una sola volta, ma solo in questa doppia (dis)articolazione, assume tutta la sua valenza politica.

Essa è racchiusa in questo gioco, in questo circolo vizioso, in cui il pensare l’obbedire e il disobbedire non è un gioco del pensiero, bensì è il suo gioco: guardia e ladro sono due parti giocate dalla stessa persona. Obbedire e disobbedire sono due operazioni giocate dal pensiero, che da esse è intimamente costituito.

E questa operazione del pensiero – anche chiamata filosofia – è l’unica vera opera eminentemente politica. Traspare in maniera vivida questo insegnamento da una lettura attenta della più complessa -e, forse, più fraintesa – opera politica della Arendt, Vita activa. Se ne scrive spesso come di un’opera che esalta l’azione sic et simpliciter, di una netta preferenza della Arendt per l’azione a discapito del pensiero, mentre, forse, in nessun’altra opera di filosofia politica del ‘900 viene affermata con altrettanta passione l’inscindibilità di pensiero e azione. Agire, per la Arendt, che in quella sede richiama l’Iliade, non vuol dire altro che fare come Achille: pronunciare grandi discorsi, compiere grandi imprese.

In un altro passo, la Arendt cita la Politica di Aristotele: l’uomo è zoon politikon kai logon echon: animale politico che possiede il linguaggio. Lo spazio comune in cui viviamo è costituito dal pensiero, il quale, in virtù del paradosso di obbedienza/disobbedienza che lo governa, si costituisce nel momento stesso in cui inizia a vivere lo spazio di azione comune.

L’azione del pensiero è lo stesso pensiero in azione. La politica è filosofia, e viceversa.

Il taumazein, il meravigliarsi che piomba addosso al giovane Platone nel 399 a.C. , ciò che lo costringe a pensare, ad obbedire al logos e ai nomoi di Atene e, al contempo, a disobbedire al discorso del parlare e pensare comune – della doxa – e a mettere radicalmente in discussione i nomoi della politeia democratica, è la morte di Socrate decretata dai suoi concittadini.

Niente di più e niente di meno che un evento eccezionale nel logos e nella polis può accendere la miccia del circolo vizioso e virtuoso del pensiero, che obbedisce disobbedendo e disobbedisce obbedendo.

  1. Una parola che fa ridere

Ecco perché il rapporto del filosofo con la politica e la sua dinamica fondata sul binomio obbedire/disobbedire è sempre instabile. È già instabile il suo rapporto con il logos, in cui, per mantenersi in esso, per pensare e fare politica, deve stare sull’orlo del precipizio con una gamba sul lato dell’obbedienza e con l’altra su quello della disobbedienza. Dev’essere guardia e ladro, come nell’aneddoto di Flaiano.

Questa prospettiva ci offre una chiave di lettura del rapporto che Spinoza introduce nel Tractatus theologico-politicus tra la libertas philosophandi e la comunità politica. Garantire la possibilità della filosofia all’interno della comunità politica non significa altro che assicurare l’esistenza della stessa politica, dello stesso spazio pubblico dell’agire in comune. Esercitare il pensiero non è altro dalla politica, come la vera politica non è altro dall’esercizio del pensiero.

Ma così come nota Spinoza e, sulla scorta di lui, circa tre secoli dopo, Hannah Arendt, non sembra che le cose vadano sempre così. Spesso la libertà di pensiero è, più o meno larvatamente, più o meno occultamente, annichilita, anche negli stessi luoghi che sembrano essere deputati all’esercizio del pensiero e, quindi, della politica. Non viene permesso, in altre parole, come appare in modo sempre più tristemente evidente, di vivere il circolo vizioso (e virtuoso) del pensiero che disobbedisce nell’obbedienza e obbedisce nella disobbedienza.

D’altronde è chiaro che non possa essere che così. Infatti, questo circolo del pensiero, che è circolo della politica, presuppone non tanto un rapporto di obbedienza o di disobbedienza (financo quella “civile” di matrice arendtiana) rispetto alle autorità (culturali, finanziarie, religiose o quelle cosiddette “politiche”), ma un diverso tipo di rapporto: quello dell’irrinunciabile e irriducibile differenza. Fare filosofia e fare politica vuol dire smettere di giocare a guardia e ladro secondo le regole della civitas e iniziare a giocare disobbedendo a queste regole. Infatti, solo questo esercizio di disobbedienza, ovvero dell’irrinunciabile differenza, garantisce il perdurare dell’esistenza della civitas stessa e dell’obbedienza al suo vero nomos, che, senza l’esercizio del pensiero e della politica diviene simile alla realtà claustrofobica e totalizzante che viviamo adesso, che tanto ricorda la condizione degli abitanti del villaggio ne Il Castello di Kafka.

Da qui scaturisce il paradosso arendtiano, di cui la filosofa parla alla fine di Vita activa, per cui in una società che si dice “libera” la libertà di pensiero risulta ridotta ai minimi termini, mentre in uno Stato liberticida e dispotico che la ostacola in ogni modo, questa medesima libertà fiorisce. Il paradosso, naturalmente, non può essere in alcun modo interpretato – se si conosce anche superficialmente la Arendt – come atteggiamento anti-democratico della filosofa, finalizzato ad assicurare una condizione di solipsistica sussistenza della filosofia pur anche in un contesto dispotico. L’intera sua opera  si propone, difatti, l’obiettivo opposto.

Il punto è un altro: nel momento in cui è divenuta credenza consolidata e magari anche “costituzionalizzata” che la libertà sia il valore più alto e che in essa viviamo  costantemente e comodamente, qui si annida il più grande pericolo per la libertà stessa, la quale non diventa altro che “una parola che fa ridere” (come scriveva Flaiano) senza l’esercizio del pensiero. Quest’ultimo rischia, ed ecco il senso del paradosso arendtiano, di perdere la sua irrinunciabile e irriducibile differenza rispetto all’auctoritas della civitas: si corre il pericolo – che ai nostri occhi appare ormai concretizzatosi – di schiacciare la libertà di pensiero sul dogma della libertà.

Non è un caso, d’altronde, che all’origine del discorso della Modernità e delle sue libertà politiche, vi sia (anche, ma non solo) proprio lo stato di eccezione del “dispotismo della libertà” proclamato da Robespierre. Ma per approfondire questo tema, che in questa sede sembra lanciato come un dardo nella mischia, servirebbe uno spazio molto più ampio rispetto a quello proprio di un breve articolo.

  1. La filosofia intempestiva

In conclusione, a tanti sembrerà bizzarro, ma rimane sempre e solo questo il punto cruciale del rapporto obbedire/disobbedire: tentare di permanere nel cammino tracciato dal circolo vizioso e virtuoso del pensiero e della politica. Un percorso solcato dalla differenza irrinunciabile di un pensiero che “fa le due parti”, della guardia e del ladro, dell’obbediente/disobbediente.

Ciò ci permette di poter maneggiare una diversa chiave di accesso alla filosofia e alla politica. Questa chiave è così sintetizzabile: non sempre c’è il pensiero, e, a maggior ragione, non sempre c’è politica. Anzi, nella storia si tratta di avvenimenti eccezionali, e, quando accadono, si verifica una interruzione, un arresto dell’ordinario accadere. Concepire il pensiero come interruzione e arresto della doxa e la politica come sospensione dell’ordinaria attività, significa immaginare una sospensione in cui tutto accade, il pensiero e la politica insieme.

Ecco perché Deleuze, in Nietzsche e la filosofia, scrive: “La catena dei filosofi non è l’eterna catena dei saggi e meno ancora la concatenazione della storia: è una catena spezzata, il susseguirsi delle comete, la loro discontinuità e ripetizione, irriducibili all’eternità del cielo che attraversano e alla storicità della terra che sorvolano. Non esiste filosofia eterna né filosofia storica; il carattere di eternità o di storicità della filosofia si riferisce al suo essere sempre – e in ogni epoca – intempestiva”.

Una filosofia intempestiva, una catena spezzata che interrompa il continuum della convenzione e della doxa.

Insomma, la sentinella della città che gioca a guardia e ladri.

DIRITTO Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

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