EMERGENZA E FILOSOFIA DELL’ESTRANEO: COSA PUÒ INSEGNARCI BERNHARD WALDENFELS

unnamedGIULIANA VENDOLA

Per tentare di penetrare con sguardo critico le trame della sofferente e idiosincratica situazione odierna qualche fecondo spunto lo possiamo trarre dal pensiero di Bernhard Waldenfels, filosofo contemporaneo non molto noto al pubblico dei lettori italiani, eppure autore di una produzione teorica a tratti profetica, soprattutto se misurata sulla base di quanto l’attualità ci sta restituendo negli ultimi tempi.

  1. Lineamenti di una fenomenologia dell’estraneo

Avvicinarsi all’universo filosofico, antropologico, politico e sociologico waldenfelsiano significa immergersi completamente sia in teoria che in pratica nell’intreccio di proprio ed estraneo. Il proprio è appartenenza a qualcosa, a qualcuno: è quella dimensione in cui il parlante, innanzitutto e per lo più, si sente di stare e di esperire. Rappresenta quella sfera spaziale e temporale, circoscritta da determinati confini, che ogni soggetto intende come soltanto – o, comunque, preponderantemente – sua. Così configurata, si tratta, a ben vedere, di un dominio percorso da una soglia in cui si è inclusi e da cui, immancabilmente, si producono processi d’esclusione. Proprio per questo, però, Waldenfels ritiene che sia possibile accorgersi e prendere consapevolezza di ciò che è proprio nel preciso istante in cui quest’ultimo si distingue da qualcosa che gli si sottrae e si fa mancanza. Quel qualcosa, quel qualcuno, quell’esperienza da cui la distinzione viene fatta e che si sottrae all’ipseità (dal latino ipse = “proprio”) è appunto xénos (dal greco “estraneo”), radicale inaccessibilità – in quanto irriducibile ad altro, inderivabile da altro, originaria che diviene accessibile, esperibile e per la prima volta visibile nel perturbante ed eccedente sottrar-si, differenziar-si, allontanar-si.

Proprio ed estraneo si presuppongono e si scoprono guancia a guancia – in quell’orizzontalità relazionale che non ha nulla a che fare con la tirannica verticalità di vetuste istanze terze –, e al contempo conservano identità in quell’allontanarsi tra inclusioni ed esclusioni. Ciò sta a significare che l’estraneità nella sua apparente assenza è già, radicalmente in anticipo, presente in casa del proprio (per dirla con Freud), lo abita ed è separata da esso per mezzo di una soglia – così come la veglia è separata dal sonno, la salute dalla malattia, la vecchiaia dalla gioventù. Rispetto a tale soglia nessuno si trova mai completamente su entrambi i lati

L’incontro/scontro tra estraneità e proprietà sembra si manifesti pienamente “entre chien et loup” – per riprendere un’espressione dello stesso Waldenfels – ovvero in quella zona di penombra creata dal crepuscolo in cui la sagoma del cane si confonde con quella del lupo. Il fenomeno dell’estraneo si radica ed inizia ad incubare qui, in questa dimensione interstiziale in cui tutto è apparentemente sfumato, ma è in verità compenetrazione tra domini irriducibili. La soglia in cui germoglia l’estraneità è inevitabilmente topos ombreggiato del proprio. Il che implica, in fondo, che ogni esperienza del proprio debba essere intesa come ordine non assoluto od ontologicamente saturo, ma inevitabilmente contingente, giacché la contaminazione dell’estraneo impone che ogni ordine potrebbe essere in qualsiasi momento altrimenti rispetto a come si presenta. Ogni ordine, infatti, dispone di una molteplicità di elementi eterogenei sempre innestati al suo interno, per quanto latenti e non sempre percepibili in modo esplicito. Waldenfels in proposito preferisce declinare al plurale il concetto di ordine, sottolineando quanto sia naturale pensare in realtà ad una varietà di ordini possibili che possiedono dei loro limiti ed hanno anche la peculiarità di darne e porne. D’altronde l’umanità ha sempre avuto a che fare con solchi di transito, si è continuamente confrontata con barriere spaziali, temporali, concettuali, morali, sociali, sanitarie, politiche, giuridiche. Questa stessa umanità ha avvertito ed avverte di volta in volta la necessità di modellare la propria identità in base ai margini da cui viene circondata. Ciascuna civiltà ha vissuto e vive entro determinate frontiere e ne costruisce di ulteriori per sopravvivere. A tal proposito lo stesso Waldenfels asserisce – nel suo saggio sui Limiti dell’ordine – che «il modo di rapportarsi ai confini rivela di quale spirito è figlia un’epoca» (p. 349) … ed i confini a cui il filosofo si riferisce non sono di certo solo geografici …

L’uomo abita negli ordini, è incluso in sistemi vestiti di quotidianità, esclude ciò che non ritiene suo ed è a sua volta escluso da ulteriori forme del vivere. I margini sono essenzialmente ineliminabili, in quanto senza di essi non potrebbe esistere un qualcosa che si divide da altro, un proprio che si distingue da un estraneo, ma allo stesso tempo sono soggetti a cambiamenti e spostamenti. Ogni qualvolta vi sono irruzioni d’estraneità che tendono a stravolgere il sistema vigente, a deviare la cosiddetta “normalità” culturale, politica, economica, sanitaria e sociale a cui l’umano sente di appartenere in una data spazio-temporalità, si mette in moto un processo di conflittualità da parte dell’ordine che patisce. Un attimo dopo, spesso frettolosamente, sorge l’esigenza di un effettivo ri-modellamento dei confini garantito dalla capacità di mobilità di quei confini. Difatti è naturale e legittimo che l’elemento estraneo che travalica l’ordinarietà, spesso devastandola, venga visto come quella minaccia, come il segno idiosincratico del caos che sembra non dia alla realtà vigente nemmeno il tempo per reagire.

Waldenfels ci tiene a sottolineare quanto il pàthos di cui è imbevuta l’estraneità ci sorprenda sempre in un tale insensato anticipo da non permetterci di rispondere in tempo e di trovare in qualche modo una pseudo-soluzione che attutisca i duri colpi inferti da quell’estraneo. Ma nulla toglie che tale straordinarietà – ovvero incontenibile eccedenza che cresce intestina all’ordine e si fa fenomeno nel travalicamento di quest’ultimo – sia destinata a restare elemento emergente, irrompente. È facile che lo straordinario in un battito di ciglia si trasformi nel nuovo ordine vigente, nel nuovo sistema regolamentato a cui il mondo un domani potrebbe “abituarsi”, “dis-affezionarsi” e di cui potrebbe dimenticare la radicale singolarità. Basti pensare alle grandi rivoluzioni, alle trasgressioni, alle violenze che si sono avvicendate nella storia, alle malattie, alle grandi scoperte, alle grandi partenze e ai grandi arrivi, a tutti gli eventi eccedenti che in ogni campo hanno stravolto nel bene e nel male quella che era l’ordinarietà. Si tratta di estraneità divenute proprietà e di cui – una volta nominate, riconosciute e fondate convenzionalmente come nuovi ordini – si è perso probabilmente il carattere di impensabilità.

Aver la memoria corta in merito alla paticità originaria dell’estraneo vuol dire spesso rischiare di “banalizzare”, “archiviare”, voler a tutti costi confinare in un “complesso di senso quell’irruzione radicalmente insensata che incarna l’estraneità. Oltretutto, far cadere nell’oblio la perturbante straordinarietà di ieri dell’ordine vigente di oggi svuota di passione le risposte ritardate, singolari, ineludibili, asimmetriche e creative che l’umanità si era naturalmente preoccupata di mettere in atto. Waldenfels propone una visione della straordinarietà che per questioni di fisiologica sopravvivenza si trasforma in ordinarietà, ma allo stesso tempo lascia intendere quanto in verità quest’ultima non abbia alcunché di scontato, programmato, immediatamente dato nella presenza. L’ordinarietà attuale è l’estraneità del passato che corre sui margini intra-storici ed inter-storici.

  1. Pandemia, emergenza, vigenza: oscillazioni dell’estraneità

Il tema della soglia, protagonista indiscusso del pensiero waldenfelsiano, si offre come illuminante metafora per poter comprendere i tempi (e)stran(e)i/straordinari e di assoluta mancanza che ci stanno travolgendo. I sonni dell’umanità sono qui, ora e altrove, sempre più leggeri, poiché turbati dal peso di sottraenti eccedenze, di impetuose emergenze. Oggi si sta tentando di scavalcare il muro virulento eretto da un inafferrabile estraneo che ferisce rendendoci tutti filosoficamente e clinicamente pazienti, ma che nella sua irruente forza di sfondamento diviene accessibile, afferrabile a tal punto da spingerci a dover fare responsivamente i conti con ciò che fino a ieri aveva il sapore dell’ordinarietà. Siamo dinanzi all’estraneità di una vicenda che appare vestita di Rna e proteine, ma viaggia letteralmente sulle nostra gambe, tanto da rivelarsi sia in presenza che in latitanza pienamente a suo agio nelle nostre case. Riflettendoci, sembra rispecchi, in modo inquietante, l’idea waldenfelsiana di un’estraneità che abita e serpeggia in ciò che è proprio. Ci scontriamo con un evento distopico, irripetibile nella sua ripetibilità, che lascia attoniti, senza fiato e spesso senza neppure pensieri. Abbiamo a che fare con un estraneo che ha minato morbosamente l’ordinarietà molto prima che fossimo capaci di dargli un nome, un luogo di nascita, una data, un dato, un’immagine, una rappresentazione. Quando i solitamente accecanti neon degli uffici, delle fabbriche, dei negozi, delle città hanno cominciato straordinariamente ad affievolirsi, con la stessa impietosa straordinarietà, i corpi si sono allontanati e le relazioni sono mutate in scissioni. Perché, se su una sponda della soglia – in cui la quotidianità si sta trascinando – i solchi frontalieri della nostra normalità indietreggiano, tanto da consumare famelicamente gli spazi di libertà, sull’altra sponda si gioca invece un continuo aumento di inscatolanti e svilenti spazi omogenei tra persone.

La bestialità di questo dis-ordine solca esattamente in zona di penombra, traccia sulla soglia un rovesciamento di inaccessibili relazioni/corporeità e accessibili privazioni/scissioni. La realtà ci sta costringendo a sacrificare lo spazio corporalmente vissuto, ad occultare il mondo-della-vita (Lebenswelt) di matrice husserliana, ma è importante che domani non ci si dimentichi la contingente singolarità e paticità di tali sacrifici. Probabilmente è proprio in questo darsi ampie distanze fisiche, nel bardamento dei corpi mediante dispositivi di sicurezza, nella serrata stretta che emacia le autonomie che si palesa paradossalmente l’incomprensibile potenza patica dell’estraneo. D’altronde, non è forse nellincomparabilità, nella differenza, nelle inimmaginabili privazioni che l’estraneità si svela, si fa esperibile?!

Alla luce della galassia waldenfelsiana, ritengo che il Covid-19 possa essere inteso come quel beffardo estraneo, visibile nella sua invisibilità, che ci costringe ad un ri-baltamento economico, politico, sociale, sanitario, culturale e per cui è qui, ora e altrove necessario mettere in moto un rispondere creativo e responsabile. Un rispondere che sappia plasmare i margini per permetterci una nuova Resilienza. Stiamo scampando a tentoni ad una straordinaria vicenda di brutali sottrazioni che domani apparirà, o meglio lo è già, sistema, ordine, normalità. Quando l’estraneo, vento sinistro o primaverile che sia, si trasforma in ciò che è familiare porta sempre con sé un ineludibile reinventarsi.

C’è solo da augurarsi che questa infetta, infettante ed incontenibile emergenza – nonché buia vigenza che rientra in fin dei conti in una ciclicità storica – venga in un futuro più che prossimo fratturata da un’ulteriore estraneità che ci stupisca e tempesti di un indicibile, inimmaginabile, irrappresentabile, impensabile, nuovo Rinascimento.

 

 

 

 

 

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