LUSSURIA: GENEAOLOGIA DI UN FALLIMENTO

silhouette-1078483_1280MICHELE ILLICETO

Da sempre la lussuria è stata considerata uno dei sette vizi capitali. Il vizio, già per Aristotele, è squilibro. Eccesso. Una forma di tracotanza, la hybris che obbedisce all’impulso della padronanza e della prevaricazione. Ha a che fare con la dismisura e la trasgressione.

Solo che è una trasgressione abbastanza strana, perché in nome della proibizione si autoconferisce il diritto di diventare padrona di ciò che non può avere. Per i padri della Chiesa, in particolare, il vizio –  e la lussuria tra questi –  in quanto eccesso è un attentato all’integrità. È il prevalere della parte rispetto al tutto, compromettendo in tal modo l’ordine e l’armonia (integritas), la proporzione (proportio), la simmetria, la luminosità (claritas): tutti aspetti che S. Tommaso d’Aquino considera come componenti essenziali di quella bellezza (pulchrum) che il lussurioso mai potrà conoscere.

Il lussurioso è colui che non possiede aidos, il pudore, o meglio il rispetto, la riverenza, la giusta considerazione del limite. Nel famoso mito di Epimeteo e Prometeo raccontato da Platone nel Protagora, aidos è un dono di Zeus, e la cosa interessante è che esso viene donato insieme a Díkē, la giustizia. Perciò la lussuria è anche una forma di ingiustizia verso il proprio corpo e verso il corpo dell’altro. Ambedue hanno a che fare con l’alterità e con la socialità.

Infatti, la lussuria ferisce il corpo rendendolo schiavo di un piacere che non basta mai. È una falsa promessa di sazietà. Perché non cerca la felicità, ma la pura soddisfazione di un impulso incontrollato. Il lussurioso non è mai sazio. Ed è proprio questo il suo fallimento. È prigioniero della propria fame. La sua più profonda tristezza. Gode solo del momento e nel momento. Poi tutto passa. Tutto finisce. Gli resta solo un magro ricordo.

Il lussurioso ha un grosso problema con la temporalità di cui il corpo ne traccia il corso. La sua unità temporale è l’attimo, l’istante, non visto come momento di una continuità che esige fedeltà e coerenza, ma come isola distaccata dallo scorrere degli eventi. Attimi di piacere isolati tra di loro. Il lussurioso ha una visione puntiforme del tempo. La sua misura è l’immediatezza e la subitaneità.

L’attimo in cui gode non è preceduto da alcuna forma di attesa né seguito da alcuna conseguenza o responsabilità. Si concentra nell’adesso che si dissolve nel mente viene consumato. Non vi è promessa, né sorpresa, e neanche stupore. Non vi è esperienza dell’assenza né della distanza. Tutto è troppo disponibile. Troppo visibile. Tutto è accessibile. Tutto è dato. Troppo dato. Dato e non donato. Il lussurioso non conosce la logica del dono. Egli non dona, prende, Al limite si limita a scambiare.

A causa di questa scissione, il lussurioso è costretto sempre di nuovo a ripetersi. La lussuria è reiterazione dell’atto che inchioda questo stesso atto alla fugacità. È ripetitiva e monotona. Al lussurioso manca la creatività, e a lungo andare il suo modo di vivere diventa una forma di parossismo. Spinta compulsiva che ben presto diventa ossessiva. Una necessità ingovernabile che non lascia più spazio ad alcuna forma di libertà. Ad alcuna riflessività.

In questa luce la lussuria si propone come una visione distorta dell’esperienza amorosa, che a sua volta è legata a quella del piacere. La lussuria non esalta né l’amore né la sessualità. Al contrario mortifica entrambe. Le riduce strumentalizzandole. Il lussurioso non conosce le dinamiche dell’amore ma solo quelle della seduzione. Per tale ragione, non ha niente a che fare con l’amore. Se l’amore lascia andare, la lussuria trattiene e incatena. Non ti lascia libero e non lascia libero l’altro che a te viene da lontano per portarti ancora più lontano. L’amore regge il tempo della rinuncia, la lussuria fagocita tutto ciò che gli passa per le mani. Non accetta che gli si dica no. Non accetta la differenza e la distinzione. Non sopporta la pluralità. Tutto è ridotto all’Uno della fusione.

Il lussurioso esercita la sessualità come forma di potere. Un modo per esorcizzare la negazione. E soprattutto neutralizza l’alterità, la distinzione. Per il lussurioso l’altro non esiste. O, se esiste, lo è solo in funzione di sé. L’amore, invece, è esperienza di alterità. Regge l’urto della negazione e, come ha proposto il giovane Hegel, si propone come esperienza della riconciliazione. La lussuria è l’Uno che fagocita il Due, l’amore invece è il Due che tende all’Uno. L’uni-Dualità dell’amore non ha niente a che fare con la uniformità assimilante e fagocitante della lussuria.

Per questo la lussuria si esplica come prestazione, mentre l’amore si estrinseca come vocazione, come tensione (orexis). L’amore, in quanto figlio di Penia, è mendicante, e quindi si fa domanda, attesa, ricerca. Non si impone ma si propone. La lussuria invece si fa pretesa. Esigenza da soddisfare a tutti i costi.

La lussuria trasforma anche il senso della bellezza. La  vede come qualcosa che è lì per essere posseduta. Essa è cercata non per se stessa ma per il piacere fisico che procura. Una fisicità ripiegata su se stessa senza alcuna apertura e senza respiro metafisico. Senza alcuna mistica. Il lussurioso pensa di godere, ma si illude. Gode senza gioire. Non conosce l’estasi che, dopo che ti fa entrare nel corpo, ti fa anche uscire. L’amore è trascendenza, trasfigurazione, la lussuria, al contrario, è immanenza, reiterazione del medesimo, stazionamento. L’amore è celebrazione, la lussuria e solo consumazione.

La lussuria non esalta il corpo, ma lo mortifica. Il corpo non viene trattato come soggetto ma come un oggetto, come una res. Non viene vissuto (Erlebnis) ma soltanto usato come semplice macchina desiderante. Come oggetto da smembrare (Körper) e da fare a pezzi. Il lussurioso ama il pezzo, perchè ha paura del tutto. Lo teme perché ha paura di non poterlo avere. E forse anche perché non riesce a collegare la molteplicità dei pezzi nell’unità della persona.

Non accetta di essere considerato solo come parte di un tutto che lo supera. Preferisce, illudendosi, sentirsi tutto, appropriandosi delle parti di cui dispone, piuttosto che fare la propria parte per ritessere il tutto di cui non è padrone. Per tale motivo, al lussurioso mancano la reciprocità e la complementarietà. Non avverte di essere, come ci ha insegnato Platone, la metà di un intero da ricostruire, ma nella sua metà scissa, avverte di essere l’intero che deve essere mantenuto.

Il lussurioso divide il corpo nelle parti  che lo compongono. Gli piace lo spezzatino. Per il lussurioso il corpo non comincia dal volto, ma dalle parti anatomiche da usare come semplici zone erogene. Parte dal corpo e lì rimane. Non riesce ad andare oltre. Non si eleva al volto per fare ritorno al corpo. Non gli interessa il volto dove l’altro si rivela e si raccoglie. E dove anche si nasconde. Non gli interessa l’epifania dell’altro fatto di luci ed ombre, ma solo la sua esibizione, anche a costo della sua reificazione.

Ma l’esibizione estingue l’altro nella sua apparizione, in quella fenomenicità senza alcuno spazio fenomenologico. L’altro viene estinto nel piacere che il lussurioso prova come esercizio di padronanza. Perché per lui il sesso è potere e non spoliazione. Non donazione, ma pura possessione. Non conosce la ferita della separazione, la distanza della distinzione, cioè il fatto originario dell’essere stato “secato” (sexum). E senza di questa non vi è lo stimolo a percorrere il cammino che porta ad un eventuale ricongiungimento.

Ecco perché il lussurioso entra nel corpo da padrone e non da custode. Non chiede permesso, né perdono, e non dice nemmeno grazie. Non conosce la gratitudine del dono, ma solo il calcolo di uno scambio che a volte finisce per trattare il corpo come pura merce da sfruttare. Come oggetto di consumo. Come oggetto del piacere puramente fisico.

La lussuria è stata erroneamente vista come una passione carnale, cioè un modo con cui la carne si libera dalla propria fisicità. Ma ciò è solo una pura illusione, perché nella lussuria la carne viene mortificata perché privata della sua trascendenza che non la lussuria ma l’amore ci fa sperimentare.

Infatti, se l’amore è trascendimento, la lussuria è incatenamento. Non è la rivolta della carne dualisticamente separata e scissa dalla dimensione razionale e spirituale. Non è rivolta della carne ma rivolta contro la carne. È impedire alla carne di trovare il proprio sbocco metafisico. Poetico. Estetico. Mistico. La lussuria non è un peccato contro la moralità, ma è un peccato contro la spiritualità: la spiritualità della carne.

Che cosa manca alla lussuria? Nulla. Ed è proprio questo il suo limite. Alla lussuria manca la mancanza. E la mancanza, come insegna Platone, è la radice dell’amore, di Eros figlio sia di Penìa che di Poros. Ed è per questo che la lussuria, mentre soddisfa il desiderio, lo uccide. Uccide ciò da cui nasce. Perché è quest’alba che non muore che tutti noi cerchiamo e che solo l’amore può farci sperimentare. L’amore accetta la propria brevità, la lussuria ci inganna con una eternità che nessun piacere riesce mai a contenere.

Uccidendo ciò da cui nasce, la lussuria non ci fa rinascere. Chi la prova muore nell’attimo in cui la prova, e nel mentre cercava di immortalare il tempo in un meta-tempo, sperimenta la brevità e la frugalità di ciò che pensava dovesse essere eterno. La lussuria è una forma di eternità rovesciata. Una forma mancata  –  incompiuta – di temporalità. Perché rimette in circolo quella morte che vorrebbe esorcizzare.

Al contrario della lussuria, solo l’amore toglie la morte (a-mors), perché l’accetta e la fa sua. La condivide e la attraversa. L’amore fa esistere l’altro anche dopo che se n’è andato. Solo l’amore sa abitare la negazione. Solo l’amore può dare un senso al morire.

Ma l’eternità si dà a piccole dosi e in attimi di tempo che ne balbettano  il fruscio, indicandone solo tracce e sospensioni. Il lussurioso non accetta questa sfida, questa elevazione. Solo l’amore ci eleva, celebrando la gratuità di tutto ciò che esiste come qualcosa che non ci è dovuto. Qualcosa che da lontano ci porti lontano. Oltre. Verso l’altro che non siamo, e che pur tuttavia desideriamo. Ed è qui che il piacere si offre in tutta la sua forma. Un piacere che prende il nome definitivo che per natura gli appartiene: quello di felicità.

Foto di kalhh da Pixabay

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