SEX TOY

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Antonio e Cleo strinsero amicizia in uno di quei bar per scambisti dalle luci soffuse, i file midi in sottofondo, la clientela maschile pigiata al bancone a muovere sguardi sporcaccioni tutt’intorno, mentre le clienti si rifanno il trucco pesante nello specchietto portatile e si aggiustano i completi dalle scollature ombelicali.

Antonio era parecchio in là con gli anni, l’inoltrata andropausa gli avrebbe consigliato di starsene in qualche circolo a giocare a bocce o smazzare le carte del tressette, piuttosto che farsi siringare di testosterone sintetico una volta al mese in una delle pendule chiappe paonazze o ricorrere a pilloline azzurre, sgranocchiate come bonbon, per non rimediare figuracce con la conquista del momento.

In fondo aveva avuto una vita soddisfacente. Aveva diretto una banca e ora ne godeva la derivante e cospicua pensione, i legami sentimentali del passato erano stati acquietati con congrue dazioni mensili, i figli si erano fatti grandi e indipendenti e persino i nipoti ormai facevano vite da adolescenti, che per la maggior parte del tempo li tenevano lontani dal nonno, il quale perciò se ne sarebbe potuto rimanere tranquillo in panciolle a godersi il meritato riposo. Eppure, Antonio non si voleva dare per vinto. Era come se, con la cessazione dell’attività lavorativa, fosse scattata in lui la voglia di dimostrare al mondo di non aver ancora raggiunto i limiti d’età, almeno nella vita. E, come noto, “vivere una seconda giovinezza” almeno per un uomo significa, in soldoni, riaffermare la propria virilità, a costo di far ringalluzzire le proprie funzioni idrauliche con ogni metodo disponibile.

Cleo era una donna matura, ma non ancora attempata. Ben curata, ancora pienamente attraente, l’età, anziché espellerla fuori dai giochi, sembrava averla gratificata di una carica erotica più compiaciuta e godibile. Non mancava di calamitare sguardi ed espressioni anche corrive da parte di giovinastri o uomini più giovani di lei, capitava che cedesse delle volte, anche se i suoi filarini prediletti erano con tizi danarosi e prodighi che, quasi sempre, si identificavano con vecchi marpioni affetti da una tardiva satiriasi.

Dunque, l’incontro tra i due sembrava scritto nelle stelle. In effetti, si acchiapparono a prima vista.

Antonio se ne stava mollemente appoggiato allo zinco del bancone, affondato in una camicia hawaiana slacciata sino al terzo bottone, un aspro profumo di calicanto che emanava intorno a sé, un’orzata stretta in pugno che sorseggiava con aria da duro, o perlomeno era così che si immaginava di apparire all’esterno. Cleo riconobbe il suo pollo al volo. Aveva grandi occhi mandorlati, come il panettone, bistrati di eyeliner così da accentuarne il taglio, che gli posò addosso con intenzioni inequivocabili. Mancò poco che Antonio si pisciasse sotto dall’emozione. Si contenne invece e la seguì al tavolo: «Le posso offrire qualcosa, madame?».

«Un Bloody Mary, merci».

Antonio tornò con un succo di pere. Diciamo che tra i vari sensi cui dare sostegno medico l’udito non era tra le sue priorità. Non importava, Cleo non aveva intenzione di ubriacarsi quella sera, aveva tutt’altre mire.

Finirono la serata nel bell’alloggio di lui. Si diedero alla pazza gioia, per quanto la natura, pur dopata, ancora lo consentisse. A scanso di eventuali coccoloni, dopo una doppietta portata a termine non senza qualche fatica, Cleo gli propose una serie di manipolazioni erotiche che esulassero dal ripetitivo trantran della penetrazione. Antonio accettò di buon grado, avrebbe fatto di tutto per quella disinibita moracciona. Si sarebbe fatto condurre per mano anche negli antri più abominevoli, con lo spirito fiducioso di un marmocchio cui avessero promesso l’entrata in una fabbrica di caramelle con consumazione libera.

Mezzora dopo si ritrovava appeso a testa ingiù, come il tarocco dell’impiccato, legato come un salame alla finocchiona, sferzato con un asciugamano bagnato e arrotolato che gli lasciava delle lunghe strisce blu per tutto il flaccido corpo. Antonio non faceva che ululare, non si capiva bene se di dolore o di consenso. A forza di strepitare s’era pure perso la dentiera, che si era frantumata a terra, qualche centimetro al di sotto della sua testa penzoloni. Dopo di che Cleo passò, senza soluzione di continuità, allo strizzamento delle dita dei piedi per mezzo di una pizza per crostacei scovata in cucina, e nel frattempo si scusava: «Mi spiace, cocco, che non mi sono portata dietro i miei strumenti personali, ma vedrai che faremo presto a rimediare…».

Ciò che aveva assicurato con tono tanto promettente lo confermò all’incontro seguente. Cleo era un’infermiera laureata, aveva perciò comodo accesso a varie strumentazioni cliniche, che, se appaiate alle pur sommarie conoscenze in campo anatomico e fisiologico, facevano di lei una mistress senza eguali, capace di portare il partner a un passo dall’irreparabile, tirandolo via per i capelli all’ultimo secondo. Era così che si era fatta una certa fama nell’universo s/m con il nomignolo di “Lady Tormento”.

Si presentò nella villetta di proprietà di Antonio vestita di una tutina in lattice piena di borchie e cerniere, nascosta sotto uno spolverino beige, tacchi a spillo, nappine a ventosa appiccicate ai capezzoli. In una mano reggeva un frustino da domatrice, nell’altra uno strano aggeggio: una codina di nylon attaccata a un corpo di plastica massiccio dalla terminazione a punta.

«E quello… cosa sarebbe?» domandò Antonio, un po’ titubante, nel vederlo.

«È una coda da puledrino. È per te. Ora te la faccio indossare».

«Ma… com’è che si mette?» replicò Antonio, impallidendo via via.

«Hai presente come si infilano le supposte?».

Dopo che l’aveva costretto a mettersi a quattro zampe, nudo come un verme, lo aveva imbrigliato, sellato, e aveva iniziato a cavalcarlo, spronandolo con gli speroni di metallo conficcati nei grassi fianchi per convincerlo a fare il giro della planimetria interna della casa più volte. Alla fine, stremato, si rovesciò su un fianco, con la lingua allungata tra le labbra e gli occhi strabuzzati fuori dalle loro orbite. Fu allora che lei gli svuotò la vescica addosso, dopo avergli fracassato in testa un prezioso vaso cinesi e avergli strinato la schiena irsuta con una fiamma ossidrica da dolci, che teneva legata al cinturone, buona per ogni occasione. Le ustioni sul suo largo dorso andavano a comporre la scritta: “Sono uno zerbino umano”.

A parte l’applicazione pratica delle più dolenti parafilie, Cleo, che ormai era diventata agli occhi di tutti la donna ufficiale del brav’uomo, veniva ricoperta di parure, vestiti di sartoria, toelette sempre alla moda, scarpe di marca ai piedi, autovetture di recente immatricolazione a recare il suo appetibile personalino ove ritenesse più opportuno, sostentamento quotidiano cui provvedevano i migliori ristoranti della città.

Antonio non era stato mai portato per certe trasgressioni: anche ai bei tempi, ancora assistito dalla piena vigoria, il massimo che avesse mai potuto chiedere era una sveltina, preceduta da qualche sbrigativo preliminare e seguita da un’ordinaria sigarettina. Perciò, mentre ciò che legava Cleo ad Antonio, ancor prima dei generosi emolumenti, era l’opportunità di poter sfogare su un fisico docile e arrendevole anche le fantasie più malsane, per contro lui si sentiva avvinto a lei da un sentimento sempre più rarefatto, spirituale, amoroso, al cui altare era disposto a sacrificarsi anima e ciccia.

Cleo era diventata la sua droga. Sottostava a quei soprusi per le stesse ragioni per cui la ricopriva di regali: pur di tenersela stretta il più a lungo possibile.

Un giorno gli capitò in casa vestita da celerino: aveva un dildo lungo un metro al posto del manganello e manette di peluche al posto di quelle classiche. Spiegò sbrigativamente ad Antonio che lui avrebbe rivestito la parte di un manifestante non autorizzato. Per fortuna avevano provveduto per tempo a insonorizzare la casa, altrimenti le urla del poverino avrebbero risvegliato l’intero quartiere, mentre il flessibile aggeggio in gomma gli si introduceva in corpo da ogni pertugio disponibile sin quasi a sparirvi.

Il giorno dopo volle omaggiare la sua professione: arrivò vestita da crocerossina, con una valigiona riempita di cateteri, siringhe colorate di chissà quale contenuto, trapani da dentista, forcipi, specoli, bisturi, cauterizzatore elettrico e via dicendo. Per non parlare del nutrito inventario di ritrovati galenici: lassativi, oppiacei, psicofarmaci, ansiolitici, stimolanti, analgesici, farmaci veterinari. Fu una full immersion: stettero chiusi tre giorni in casa, lui ad accettare passivamente le sevizie, lei a sbizzarrircisi fin dove la fantasia e le leggi fisiologiche glielo permettessero.

Infieriva su di lui in ogni modo: calpestandolo, passandogli sopra con una bmx, imbottendolo di diuretici per poi riempirlo di calci al basso ventre, vietandogli di farsela addosso a meno che non volesse incappare in pene ancor più severe, dilatando ogni varco del suo corpo. Alla fine del trattamento, approfittò dell’ennesimo svenimento per fargli un ricco clistere di risciacquatura di Jalapeño.

Nel frattempo, Antonio si era visto prosciugato di ogni sua sostanza. Tra pignoramenti e blocchi del conto corrente, i due pervertiti si vedevano costretti a inscenare le loro feroci pantomime in squallidi motel a buon prezzo, i cui conti peraltro, per quanto irrisori, tendevano a non onorare nemmeno, scappando dalla porta sul retro, il più delle volte con la camera lasciata imbrattata di muchi e secrezioni varie almeno sino a metà parete. Il fatto che Cleo proseguisse a martirizzarlo senza tregua, nonostante il tracollo finanziario, lo confortava: voleva dire che c’era del sincero affetto dietro. Dunque, non erano stati i soldi il suo principale movente!

Quell’ultima sera, di un tardo autunno, Antonino aveva inteso sin dall’inizio che lo aspettava una nottataccia in quella topaia di alberghetto a ore, già solo a notare lo strano fuoco che ardeva in fondo alle pupille della fidanzata. Quella volta sembrava voler superare se stessa. Antonio tremava come un leprotto durante la stagione di caccia, in mutande, un calzino spinto in gola, ammanettato al termosifone, con dei cavi da batteria pinzati ai suoi genitali da un capo, dall’altro attaccati a un generatore a manovella, che Cleo cominciò a roteare con foga, almeno sino a quando non vide una nuvoletta di fumo sollevarsi dagli slip della vittima designata. Dopo di che gli estrasse il calzino di bocca per ficcarci dentro due cucchiai colmi di cannella, e come ridacchiava sguaiata nell’osservare il suo uomo che tossiva e si rigirava in terra in debito d’ossigeno, per quanto lei continuasse a versargli acqua in bocca con una pompa da giardino, che non faceva che gonfiargli a dismisura il ventre, sul quale Cleo improvvisò qualche passo di flamenco. Con un paio di forbici da sarto prese a tagliuzzargli qualunque appendice si trovasse sottomano: dita, naso, orecchie, labbra, scroto, organo urogenitale. In effetti, si stava facendo un po’ prendere la mano.

Per farlo smettere di urlare, col rischio di allarmare gli ospiti delle camere limitrofe, gli strappò via la lingua con una tenaglia e gli riempì la gola di colla fusa. Fu forse per quello che non si accorse di esagerare con quella sega circolare che aveva comprato il pomeriggio stesso presso un negozio per il fai-da-te, concependola come la più amorevole delle strenne.

Un’ora dopo la stanza era occupata dall’andirivieni di poliziotti, paramedici, fotografi della scientifica. Lei se ne stava accovacciata, con lo sguardo fisso, pochi metri da quella balenottera spiaggiata cui rassomigliava la salma spappolata di Antonio. Non rispondeva alle domande degli inquirenti. Si limitava a puntare gli occhi nel vuoto. Un gusto amaro cominciò a riempirle la bocca. Conosceva quella brutta sensazione che la stava assalendo. Era del tutto simile a quella provata da bambina, quando, a forza di martellate e bruciature, aveva finito per rompere una volta per tutte il suo bambolotto preferito.

Endoxa LETTERATURA

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