ULTIMO GIORNO DI LIBERTÀ

SIMONE SARASSO

Il termometro, là fuori, dice -10.

È quella lì la temperatura che c’ho nel cuore.

Perché il freddo è una carogna. Una carogna che non ti molla mai.

Io di nome faccio Libertà, e di anni, oramai, ne ho così tanti che non vale neppure più la pena di contarli. Dicono che son scorbutica. E magari dicono anche di peggio, ma sai a me che me ne frega? Quando ne ho basta di starle a sentire – tutto il giorno a spettegolare, di là nella sala delle infermiere – accendo la radio.

E anche se qui si sente solo quella musica lì, quella dei giovani, io penso alla mia, di gioventù.

non avevamo niente, eppure ci batteva il cuore.

Io non son mica di queste parti, son nata in riva al Ticino. Mio papà era capolega dei carrettieri rossi e dunque io e miei fratelli siam venuti su a pane e sindacati, socialismo, diritti dell’uomo.

Il che, tradotto in italiano – siccome correva l’anno 1926 – voleva dire guardarsi le spalle, giorno e notte.

Perché la notte, specialmente, arrivavano i camion…

Le camicie nere venivano a picchiare alla nostra porta. Quei botti, quei colpi sordi sul legno, ce li ho ancora nelle orecchie. Ci svegliavano di soprassalto, a me e ai miei fratellini…

Il papà: col piffero che apriva! Stava rannicchiato a guardare attraverso le tendine, finché quei pistola non se ne andavano. E la mamma… la mamma faceva quel che poteva, volando di letto in letto per calmarci a noi piccolini.

Questa storia dei fascisti è andata avanti un bel po’, finché non è diventata pericolosa sul serio.

Così una sera di maggio il papà ci ha caricati tutti sul carro e ci ha spediti in campagna.

A casa è rimasto solo lui. Ma mica dormiva più dentro, va’ là…

Di giorno lavorava, e di notte si nascondeva in un pagliaio. Ce lo raccontò subito lo scempio che fecero quei maiali la sera che la porta cedette. Lo vedemmo noi tutti quando tornammo a casa: le stoviglie rotte, i mobili ribaltati, la violenza sulle cose, che sarebbe stata uguale sulle persone, se solo ne avessero trovate…

Quella sera cambiò tutto: l’animo del papà s’infettò. Ancora prima del suo corpo.

E due mesi dopo se ne andò per sempre, vinto dal quel brutto male che nominarlo è peccato. Lo stesso con cui faccio i conti adesso, sgranando le ore che mi separano dalla fine sul pallottoliere.

Mancato il papà, cominciò la mia vita da donna.

Studiare non ho mai studiato: avevo un problema agli occhi e quella cosa mi ha condizionato tutto; sono dovuta star sui banchi fino a dodici anni per prender la terza elementare…

Poi, dopo la morte del babbo, figurarsi chi pensava più alla scuola! Toccava sgobbare; e toccava a tutti, ché noi eravamo otto fratelli, vedi ben…

E allora, un po’ a malincuore, un po’ per forza, fu così che la mia mamma mi spedì a San Donato da certi amici e fui assunta alla Breda.

Il lavoro, in officina, non era certo bello. E i primi tempi, dico la verità, pensavo sempre a casa e delle volte piangevo tutta la notte…

Però quando ho visto la prima busta paga, deh! Allora lì ho proprio capito di essere diventa grande. Adulta, diciamo… e che potevo farcela da sola.

La mia vita scorreva tranquilla, un giorno dietro l’altro: tanto lavoro, un bicchiere di quando in quando, un po’ di musica alla radio e tanti amici. Eran tempi balordi: quelli della Campagna d’Africa e della Vittoriosa Guerra di Spagna. Quel vigliacco del Duce strillava di forza e potenza della nazione, ma noialtri nelle fabbriche e nelle officine, che in fondo eravamo la nazione, non ci sentivamo né forti né potenti…

Avevamo addosso il peso dell’esistenza, quello sì. Che l’esistenza, allora, era acerba e stopposa.

Delle volte, però, riservava anche delle sorprese. Come quando conobbi il mio Aldo, per esempio.

Quella sera, lo ricordo come fosse ieri, alla radio c’era un concerto delle Lescano: era tutto un fiorire di Tulipan, Maramao perché sei morto, Pippo non lo sa e Ma le gambe…

Io ero un po’ stanca, ma felice come una pasqua. Muovevo la testa a tempo e me ne stavo in disparte a sorseggiare del rosso leggero. Un bel momento, lo vedo: alto alto, occhi celesti come il Raf Vallone, portamento da divo del cinema. Si avvicina, scambiamo due parole, e in men che non si dica finiamo per ballare avvinghiati come due asini: da soli, ché in mezzo al pista non ballava nessuno.

Una delle più belle serate della mia vita…

E poi parliamo, parliamo…

Ben: vengo a sapere che Aldo è quasi un compaesano. È nato a venti chilometri da casa mia. Ed è finito anche lui qui per lavorare. Fa i turni alla Breda, ma la sera studia anche da ragioniere.

Prendiamo a frequentarci: come amici, beninteso… ma dopo un po’ succede che capiamo di volerci bene.

A quei tempi là, con la guerra e tutto, mica c’era tempo per il fidanzamento lungo: c’era da trovar la casa e sistemarsi; col marasma che girava allora, del domani non c’era veramente certezza…

Ben: anche qui la fortuna ci ha aiutato, ma eran davvero gli ultimi colpi: una famiglia in sfollamento (era già il ’40, oramai, e su Milano piovevano bombe che era un piacere. Anzi, un dispiacere) ci affitta a un prezzo popolare casa sua, e ce la lascia ammobiliata a metà. Così con due reti, un tavolo e un cassettone, arrediamo il nostro nido d’amore.

La sera del 20 luglio ci sposiamo e, approfittando della licenza, torniamo qualche giorno al paese. Son momenti belli: di passeggiate, di parole dolci al chiaro di luna, di gite in bicicletta e d’amore. Di tanto amore.

Pochi giorni che volan via in un niente.

Come torniamo, comincia l’incubo: a casa, ad aspettarmi, c’è una cartolina precetto. Dice che devo prepararmi a essere trasferita in Germania o in Austria, perché la fabbrica cede volentieri ai tedeschi in tempo di guerra le sue operaie specializzate.

Mi pare un incubo, ma mi faccio forza e l’indomani vado al lavoro per sentire com’è. Non sono l’unica a cui è arrivata la comunicazione: trenta ragazze in tutto, e siam tutte disperate. Discutiamo tra noi e alla fine decidiamo di mandare una delegazione a parlamentare. In direzione ci dicono di non preoccuparci, che la cosa non è imminente, ma l’indomani ci caricano sul camion e ci portano a Milano per la visita medica. In giro si dice che la partenza per la Germania è cosa di giorni.

Mi preoccupo io e si preoccupa mio marito, al punto che quel venerdì, il venerdì della visita, molla il lavoro a metà mattina e mi viene a cercare a Milano.

Mi dice che così non va, che non vuole che io parta, che mi devo licenziare. Io gli dico di star tranquillo, che ne parliamo la sera a cena, e lo convinco ad andar via.

Ma la sera, per cena, son l’unica a presentarsi a casa.

Aldo non arriva, la zuppa si fredda, son le otto passate. E non rincasa nemmeno alle nove, alle dieci…

Sto tutta la notte sveglia; al mattino alle sei prendo su e faccio tutto il giro dei comandi delle Brigate Nere, vado a Monza, a Sesto, persino al comando della Muti.

Niente.

È il tramonto quando torno indietro e incontro delle ragazze della Breda che mi dicono che Aldo è stato arrestato dalla Guardia Nazionale Repubblicana e l’han mandato a San Vittore.

Gesù mio! – penso – Devo andare subito! ma oramai è tardi e, anche se le provo tutte, il piantone non mi fa entrare.

L’indomani mi presento al carcere prestissimo, ma le guardie mi informano che nella notte è partito un convoglio, e il mio Aldo l’han messo su a tradimento.

“Che convoglio? Ma dove me l’avete mandato?” chiedo col fiato mozzo.

E la guardia si limita a scuotere la testa. Io piango, piango a dirotto: son sposata da venti giorni appena e mi levan tutto, son dietro a levarmi il cuore.

Allora si commuove anche lui. Avrà vent’anni ‘sto pirlotto in divisa: “Guarda, devi andare alla Stazione Centrale. Ma non dove partono gli altri treni… devi andare sotto… fai così e così, passa per di lì e per di là…”

Io mando tutto a mente e corro via che sembro indemoniata. Arrivo in Centrale e faccio la strada che m’ha detto lui. C’è anche qualche tedesco di guardia, ma mi rintano sotto un barile e non mi vedono.

Io, invece, vedo tutto. Vedo il mio Aldo, mani e piedi legati come una bestia: lo fan montare su quel vagone a forza di calci e spintoni. Non è mica solo, saranno un centinaio insieme a lui: tutti in catene.

Le SS gridano Raus! e poi sprangan le porte con le assi di legno.

All’ultimo, prima di montare in carrozza, l’Aldo si gira e guarda nella mia direzione. Forse mi vede, perché ho l’impressione che abbia i lucciconi. O forse è solo immaginazione, è colpa dell’emozione.

Ché quella – il Signore maledica la guerra – è l’ultima volta che vedo il mio amore.

Dopo il 25 aprile arriverà un ufficiale a dirmi che il mio Aldo è morto a Mauthausen, in un campo di lavoro.

Il suo corpo non c’è più. Sarà mancato insieme a chissà quanti altri e l’avran bruciato nel crematoio insieme a tutte quelle anime innocenti.

Eccola la mia storia. Ecco come è andata.

Io poi non mi son più sposata. Non sono andata in Germania e non ho più lavorato in officina. Ho studiato da sarta e quel mestiere l’ho fatto tanti anni. Finché ho avuto occhi e dita buone.

Poi, fino a quando le gambe mi hanno retto, ho passato le giornate a star dietro ai miei nipotini, i figli dei miei fratelli e il resto della progenie. E, quando anche i nipoti si son fatti grandi e io sempre più vecchia, mi han portata qui.

In questa clinica svizzera con tutti i comfort, come dice mia nipote Viola, ma che a me mi sembra un ospizio come tutti gli altri. E gli ospizi, cari miei, son buoni per due cose sole: per ricordare e per morire.

E mi sa che adesso, dopo tutti questi ricordi che mi mettono solo voglia di piangere, non c’è mica tanto altro da fare che chiudere gli occhi.

Non manca molto… fa freddo, Aldo.

-10.

Freddo come quella mattina che c’han separati per sempre.

Mettiti in ghingheri, amore mio, che stasera andiamo a ballare.

Nota al testo:

Questa storia, tanto triste da sembrar vera, non è frutto di invenzione. O almeno non lo è completamente.

Spulciando sul sito dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – www.anpi.it) mi sono imbattuto in una storia molto simile a quella che vi ho appena raccontato. È la storia di Ida Guerrato, vedova del deportato politico Aldo Guerra, ucciso a Gusen (Mauthausen) il 22 marzo del 1945, a soli 34 giorni dalla Liberazione e dopo soli 20 giorni di matrimonio.

Questo piccolo racconto, in cui i protagonisti non assomigliano ai loro corrispettivi storici, ma affrontano le medesime difficoltà che molti giovani affrontarono in tempo di guerra, vuol essere un omaggio a tutti coloro che, per la Libertà – quella con la L maiuscola – diedero la vita.

Perché raccontare è resistere, e finché la loro memoria vivrà, finché vivranno le loro storie, quegli eroi non saranno morti invano.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE NARRATIVA

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