IN CAMMINO VERSO IL LINGUAGGIO: I BUONI LO SOGNANO, I CATTIVI LO FANNO

capro-espiatorio-300x175PIER MARRONE

Molti tra di noi quando si svegliano non sono dell’umore migliore. Sarà perché devono andare al lavoro, affollarsi sui trasporti pubblici, sopportare i lamenti dei colleghi, fare la pausa pranzo con del cibo pessimo? Forse è così, ma le cose potrebbero pure stare in altra maniera. Alcuni hanno ipotizzato che il nostro pessimo umore sia causato da livelli più elevati della norma di alcuni ormoni (in particolare il cortisolo), che ci preparerebbero a fronteggiare eventuali situazioni critiche. Parecchi fra di noi, infatti, sia uomini sia donne, la mattina hanno delle fantasie aggressive che nel corso della giornata svaniscono, così come non si verificano di solito quelle circostanze critiche che un dosaggio ormonale più elevato della media avrebbe dovuto aiutarci ad affrontare.

Queste fantasie non hanno nella quasi totalità dei casi occasione di realizzarsi, perché noi, discendenti di tribù di cacciatori-raccoglitori, non viviamo in mezzo alla natura selvaggia, ma, almeno la grande maggioranza di noi, in condizioni di sicurezza relative. Di solito, queste fantasie aggressive si dissolvono quando cominciamo a socializzare con gli altri, ossia quando si attivano quei meccanismi di cooperazione sociale basati su un reciproco riconoscimento, anche se molte volte niente affatto privi di dinamiche gerarchiche che lo stress fanno crescere e non diminuire. Viviamo all’interno dei meccanismi compensativi previsti dalla legge, dalle consuetudini, dalle gerarchie, da quanto chiamiamo buona educazione e rapidamente quanti tra di noi fanno esperienza di questa ricorrente aggressività, se ne dimenticano. Non è un caso che tra i maschi, che tra gli esseri umani sono il genere che commette il maggior numero di reati violenti, il momento migliore per fare sesso è la mattina non appena svegli, quando il livello di testosterone, quell’ormone che ci consente di essere più forti e più aggressivi delle donne, si è innalzato.

Siamo dentro alla nostra biologia, lo siamo sempre. Siamo il nostro corpo e il nostro io, la nostra identità, quanto chiamiamo la nostra personalità dal nostro corpo non può disincarnarsi. Il dogma secondo me più bello della religione cristiana, dopo quello che lo qualifica (ossia che il Cristo è figlio di Dio), è proprio quello della resurrezione nella carne alla fine dei tempi, che esprime nei termini immaginifici del racconto religioso, quello che ognuno di noi sa: che il suo corpo lo qualifica e lo condiziona.

Ma se il corpo è necessario, allora è anche sufficiente a definire la nostra esistenza? Su questa inferenza ci sono dei dubbi enormi. Se il corpo fosse anche sufficiente a motivare e determinare i nostri comportamenti, allora ci dovrebbero essere delle istruzioni nel corpo che codificano il suo comportamento. Ci dovrebbero essere, probabilmente nel suo Dna, che contiene l’alfabeto di quanto ci rende biologicamente noi stessi, qualcosa che ci spinge a ricercare le condizioni di utilizzo del nostro corpo, quelle condizioni, cioè, per le quali il nostro corpo è stato, lui e solo lui, progettato.

Da una visione di questo genere non è difficile dedurre una versione deterministica nella quale è il nostro patrimonio genetico a determinare quanto siamo e quello che facciamo. Ecco allora genetisti che proclamano di aver individuato il gene dell’omosessualità, dell’aggressività, dell’altruismo, di qualche malattia mentale, di comportamenti antisociali e addirittura il gene del male.

Soffermiamoci su questi ultimi due esempi. I comportamenti antisociali sono di solito quelli dove si manifesta una scarsa empatia verso le sofferenze e i danni che vengono causati alle altre persone. Ora, a tutti capita di avere dei momenti di scarsa empatia verso le sofferenze delle altre persone, non soltanto delle persone che sono lontano da noi e che non abbiamo mai incontrato, delle cui disgrazie siamo venuti a sapere attraverso i giornali, la televisione, i social (verso queste di solito non abbiamo grande sensibilità), ma anche verso quelle che ci sono vicine nei nostri luoghi di lavoro, di studio, di svago. Non per questo pensiamo di essere abitati da predisposizioni antisociali e dal male. Allora dobbiamo concludere che il male ci è alieno? In fin dei conti, perché non pensarlo? Non ne siamo andati in cerca, mentre siamo portati a pensare che la persona malvagia attivamente si adopera per compiere il male. Non occorre nemmeno negare una certa attrazione che il male esercita su di noi per essere convinti che noi in linea generale mai opereremmo il male volontariamente. Magari ci capiterà di farlo per disattenzione e per omissione, ma non per commissione. Noi siamo sicuri di noi stessi.

Che cosa implica questa sicurezza? Qualcosa di analogo al determinismo genetico in realtà. Noi siamo convinti che ci siano dei determinanti interiori che ci guidano nei nostri pensieri e nei nostri  atti. Siamo proprio sicuri che le cose stiano in questo modo? Forse ci potrebbe essere una spiegazione alternativa per comprendere perché alcune, la maggior parte, delle persone conduce una vita che non fatichiamo a definire morale, nel senso più generico e intuitivo del termine, mentre altre facilmente scivolano verso il crimine. Forse noi non abbiamo mai prestato sufficiente attenzione ai determinanti esteriori che parrebbero essere qualcosa di totalmente altro rispetto all’interiorità dei nostri pensieri e della nostra media e tranquilla bontà quotidiana. Ci mascheriamo dietro alla nostre soddisfazioni egocentriche, che ci fanno ritenere di essere speciali e non ci fanno spesso vedere la china scivolosa che potrebbe aprirsi sotto i piedi della nostra quotidianità, rassicurandoci invece che noi siamo migliori della media. Dal momento che tutti ritengono di esserlo, è chiaro che questa credenza ha qualcosa di sbagliato. È notevole anche che questa intima convinzione sia maggiormente diffusa in quelle culture che hanno una forte impronta individualistica, come appunto accade nelle culture occidentali, mentre sia meno presente in dimensioni culturali comunitarie, che sono prevalenti in Asia e in Africa.

Mentre noi pensiamo di conoscere profondamente noi stessi (in fondo abitiamo con noi sin dalla nostra nascita), ci siamo mai seriamente interrogati a come reagiremmo se posti in contesti totalmente nuovi e fortemente stressanti? Come reagireste se vi assaltano per rapinarvi? Avreste il necessario sangue freddo per tenere le mani in vista e consegnare cellulare e portafogli? E se qualcuno tenta di tirarvi un pugno, sarete capaci di intercettarlo e di contrattaccare oppure di fuggire (che è sempre la difesa migliore in queste circostanze)? E come vi comportereste se vi chiamassero a testimoniare a un processo dove le parole che direte potrebbero segnare la differenza tra una condanna e un’assoluzione? E a un primo appuntamento dopo una separazione molto dolorosa dalla precendente partner? E il primo giorno a un nuovo lavoro? Il vostro vecchio io potrebbe funzionare in maniera ben diversa da come lo avete sperimentato sino a questo momento.

Per verifica l’ipotesi che la personalità attiva modalità che pensavamo non essere presenti lo psicologo sociale Philip Zimbardo eseguì nell’estate del 1971 all’università di Stanford un esperimento che passò alla storia. Reclutò una ventina di giovani uomini e li divise in due gruppi. Un gruppo avrebbe giocato il ruolo di carcerati e un altro il ruolo di carcerieri nella ricostruzione di una prigione fatta negli scantinati universitari. Nelle selezioni vennero esclusi tutti i soggetti che avevano una storia precedente di reclusione carceraria o che comunque avevano avuto dei problemi con la legge e anche i soggetti con una storia di disturbi mentali. L’ assegnazione all’uno o all’altro gruppo venne fatto a caso.

Lo scopo dell’esperimento era verificare come le persone sarebbero state coerenti con la precedente immagine di sé in una condizione completamente nuova. L’esperimento sarebbe dovuto durare due settimane, ma già dai primi giorni risultò chiaro che i soggetti sperimentali si erano calati sin troppo rapidamente all’interno del nuovo ruolo. Questo valeva sia per il gruppo di carcerieri, che da subito aveva volentieri assunto un ruolo autoritario, sia per il gruppo dei carcerati, che dopo pochissimi giorni era piombato in una condizione di passività, di soggiogamento all’autorità, di apatia. Questi comportamenti, soprattutto quelli dei carcerieri, non avevano affatto raggiunto il loro climax quando gli sperimentatori sentirono il dovere di intervenire per sospendere lo studio dopo appena una settimana. I carcerieri stavano manifestando dei comportamenti sadici.

Capirete che questo esperimento e una panoplia di esperienze empiriche (ad esempio in situazioni di guerra) hanno mostrato come le situazioni di stress possano indurre con una relativa facilità quelli che sarebbero comportamenti altrimenti inaccettabili nella nostra quotidianità. Dobbiamo accettare il fatto che la maggior parte delle persone è in grado di trasformarsi volontariamente in volenterosi carnefici, se gliene viene data l’opportunità. Così questi esperimenti e queste evidenze sembrano confutare l’idea stessa del determinismo genetico. Ma a contribuire a raffreddare l’entusiasmo ha contribuito anche lo sviluppo dell’epigenetica, ossia quella branca della biologia che si occupa delle variazioni del fenotipo (l’individuo) che non sono attribuili al suo genotipo (l’impronta genetica di questo stesso individuo depositata nel suo Dna). Sono variazioni che influenzano il processo di regolazione del Dna nel corso della vita dell’individuo, si possono trasmettere alla generazione successiva, ma sono reversibili. I meccanismi epigenetici mediano la riproduzione cellulare nell’interazione con l’ambiente e sono stati accertati sia tra le piante sia tra i mammiferi. Si potrebbe pensare che situazioni di forte stress influenzino non solo gli individui che li sperimentano, ma anche la discendenza che avranno e mentre i risultati, come spesso accade, sembrano aperti a interpretazioni differenti, il meccanismo è accertato.

Capite però che se l’epigenetica rappresenta il tramonto di un determinismo genetico molto parziale, questo viene sostituito da un determinismo di altro livello, ben più complesso, che riguarda le interazioni ambientali. Il patrimonio genetico è solo una delle determinanti della storia biologica dell’inviduo. Nemmeno dobbiamo nasconderci che anche quando stiamo usando la parola “ambiente”, spesso non facciamo altro che dare un nome alla nostra ignoranza. Però quanto sappiamo è già sufficiente per comprendere quanto di plausibile ci sia in tutti i resoconti persecutori che ci sono stati tramandati sia dalla storia sia dal patrimonio di miti che si sono sedimentati nelle religioni e nelle tradizioni. Spesso il male è esercitato collettivamente nei confronti di una categoria (l’isteria che percorse l’Europa a partire dal XV secolo e che rivolgeva alla cosiddetta stregoneria, una sopravvivenza di culti pagani nel cuore dell’intolleranza protestante e cattolica), di una popolazione (nelle manifestazioni genocidiarie), di una singola persona (come è narrato spesso nei miti fondativi delle città, ma come anche può accadere in fenomeni persecutori, magari, minori, che riguardano i singoli individui). Sono solo delle storie sorpassate?

È stato René Girard a richiamare l’attenzione sull’importanza della figura archetipica del capro espiatorio, una figura che focalizza nelle crisi la ricerca di unità del consesso umano. Questa figura all’origine della comunità politica risponde ad almeno alcuni stereotipi: deve essere una figura in qualche modo eminente, le accuse che le vengono rivolte devono essere indifferenziate, deve portare su di sé, spesso in maniera fisica, dei segni vittimari. Così per gli ebrei il naso adunco, per i tutsi la loro altezza, per i linciaggi razziali il colore della pelle, oppure la posizione politica che può essere anche associata a segni visibili come il vestiario nel caso dei carcerati. Ogni crisi ha sempre dei tratti di indifferenziazione. Questo significa che noi fatichiamo a distinguere analiticamente quanto è accessorio e quanto è fondamentale in una crisi. Ma affinché si scateni la violenza verso il capro espiatorio la folla deve essere indifferenziata, deve essere “turba”, deve manifestare una fusione irrazionale.

Questi fenomeni di identificazione vittimaria non esistono se non tra gli esseri umani. Qual è lo strumento che li rende possibili? Sembra abbastanza ovvio pensare al linguaggio, come ben spiega Valter Tucci nel suo I geni del male, come a quel medium che permette di comunicare un pericolo assente, che permette di innescare meccanismi immaginativi e mimetici, che permette di pianificare, per quanto oscuramente, la persecuzione del capro espiatorio e il suo sacrificio che compatterà la comunità politica. Sono tutte conseguenze della rivoluzione cognitiva che permise ai nostri primi progenitori di primeggiare perché per una qualche mutazione le loro connessioni sinaptiche si arricchirono e li fecero più intelligenti e fece comparire questo strumento poderoso che in questa forma solo gli esseri umani paiono possedere. Ma una accresciuta intelligenza non ci ha certo liberati dal fondo oscuro che ci trasciniamo per sempre con noi nella nostra natura di animale da branco, che fiuta il pericolo e vuole eliminarlo e che nel sacrificio intende rendere effettiva la differenza della vittima da sé. Ma questa vittima, è chiaro, da noi non è affatto diversa. È la rappresentazione linguistica che innesca i meccanismi di pensiero immaginativo, che precedono la pianificazione della violenza, attraverso i processi di astrazione intellettuale che permettono il sorgere delle categorie di bene e male. Così al determinismo genetico, a quello epigenetico, a quello ambientale dobbiamo alla fine aggiungere anche l’indispensabile strumento del linguaggio che ci permette di fingere sia disumano quanto è a tutti gli effetti solo una sorta di specchio nel quale vediamo il nostro passato e il nostro futuro, egualmente irredimibili.

BIOTECNOLOGIE Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA STORIA DELLE IDEE

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