L’ONTONAUTA

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PEE GEE DANIEL 

Chissà quante volte gli era già capitato, così tante che ormai aveva perso il conto o, meglio, preferiva non tenerlo neanche più. Eppure non sembrava averci fatto ancora il callo. Del resto non era una di quelle cose che si fanno tanto per ingannare il tempo. Si trattava pur sempre di morire e rinascere nello stesso momento, dopotutto.

Era già da qualche annetto che si era accorto che quel corpo lo reggeva sempre più a fatica, ma era da non molto che aveva cominciato a intendere che ormai era irrimediabilmente agli sgoccioli e, da allora, aveava cominciato a prepararsi per quel fatidico momento. L’ennesimo.

Andava così: per quasi l’intera durata della nuova vita non aveva la benché minima idea di cosa gli fosse accaduto prima. Da quando finiva di formarsi in poi, diveniva un semplice neonato, proprio come tutti quanti gli altri. Cresceva, accumulava esperienze, navigando a vista, ossia cercando di decrittare volta per volta gli arcani della storia e della natura grazie a quello che aveva visto o sentito fino ad allora, senza poter fare affidamento su nulla di ciò che avesse preceduto la sua ultima rinascita. Umano tra gli umani, non poteva che racimolare piccole conoscenze quotidiane, nella speranze che questo, a lungo andare, lo aiutasse a costruirsi un quadro d’insieme: queste erano le regole del gioco. Solo verso la fine, quando ormai si può dire che neanche gli servisse più, i suoi neuroni inferotemporali – o perlomeno quel tanto che ne restava – sembravano recuperare antiche tracce, seppellite fino ad allora dietro qualche chiusura stagna della sua mente. Vecchio e ormai instradato verso la conclusione del suo cammino, incominciava a rivedere dettagli delle esistenze passate, brevi sketch, qualche dialogo, un disordine di flashback, volti strappati a epoche remote, a situazioni seppellite sotto alti strati depositati dal trascorrere di decadi e di secoli.

Sulle prime ne provava turbamento, per quanto possa ormai turbarsi l’animo sopito di un povero vecchio. Poi, mano a mano, incominciava a comprenderne il senso. Capiva che si doveva trattare di un’analessi, per come la definirebbe uno studioso di narratologia, sta a dire la parte della storia antecedente allo svolgimento in scena, gli antefatti non narrati, quel che viene prima di quel che è dato vedere al fruitore. Nel suo caso, stralci delle vite precedenti a quella attualmente in via di compimento.

Non che fossero ricordi solidi quel tanto da poter pienamente ripercorrere a ritroso il vissuto precedente a quello in corso. Da lì a una vera e propria anamnesi socratica ne passava. Erano suggestioni le sue, più che altro. Riminiscenze assai parziali: la sensazione umida e calda di un bacio dato dentro l’ombra di un glicine, un duello a singolar tenzone con uno schermidore biomeccanico, una scampagnata dalle parti di Alfa-Centauri e via dicendo. Tanto bastava, comunque perché, in articulo mortis, o quasi, gli sovvenisse tutto d’un colpo delle sue vite anteriori e della sua particolare natura. Era così che scattava qualcosa in lui, tutte le volte, predisponendolo alla fase di passaggio che lo attendeva per ricominciare tutto da capo.

Gli avevano dato tanti nomi in tutti quegli anni: Kimberly, Wong, Abimbola, Vincenzo, Maria Pilar. Aveva avuto nomi con consonanti a click o con suoni aspirati o glottidali. Il suo primo nome però, quello che portava quando tutto questo era partito, era stato Fritz.

Era un giovinastro piuttosto scapestrato allora. Frequentava il college senza grandi risultato. Giusto a Football Altairiano era qualcuno, e questo gli permetteva di mantenersi lontano da casa, a spese dell’istituto. Le brecole tuttavia non bastavano mai, tra festini, scorrazzate in città, compagnie equivoche eccetera eccetera.

Ecco perché aveva accettato di sottoporsi ad alcuni “blandi esperimenti di laboratorio”, come diceva il bigliettino che aveva strappato dalla bacheca dell’aula magna, che si sarebbero tenuti a notte fonda nei meandri dell’ala di chimica e biologia.

Per farla breve, era finito in mano al solito scienziato pazzo.

L’umanità a quei tempi si era ormai concessa tutto: ricambio degli organi guasti con parti bioniche, potenziamento artificiale delle capacità psico-somatiche, soppressione pressoché totale delle maggiori malattie, procrastinazione del fine-vita ben oltre i limiti genetici. All’elenco mancava giusto l’immortalità: il traguardo più ambito e, potenzialmente, più redditizio per chi per primo ne avesse messo a punto una tecnica finalmente efficace.

I pionieristici tentativi in tal senso si erano rivelati dei fiaschi, che avevano finito per gettare nel ridicolo chi li aveva concepiti. Come quel tal genetista franco-belga di chiara fama, che riteneva di aver sconfitto il decadimento cellulare attraverso una serie di mirati interventi sul nucleo, rendendo le cellule riproducibili a oltranza. Purtroppo tutto ciò non ne preveniva il deterioramento, cosicché il Paziente Zero si era trasformato, nel giro di centotrenta anni, in una sorta di dolorante poltiglia umana che non faceva che chiedere pietà a chi si ostinava a mantenerlo in vita.

Poi ci fu il caso di un chirurgo plastico che si mise in testa di superare il problema ostinandosi a ricostruire o sostituire le sezioni malate o necrotiche dei corpi minacciati da una galoppante senilità, sinché le cavie non finivano per perdere del tutto la loro identità originale, un po’ come nel paradosso della Nave di Teseo, in preda a gravi disorientamenti psicologici e comportamentali.

Altri infine erano stati esposti ai raggi gamma, con scarsi risultati. Comunque fosse, l’osservazione degli effetti si concludeva precocemente, dato che tutti i soggetti sottoposti alle sperimentazioni avevano finito per suicidarsi a non più di due o trecento anni di vita per porre fine allo strazio.

Si era dunque arrivati a capire che il progetto dell’immortalità fosse improponibile su un unico individuo, considerati i troppi effetti collaterali, mai preventivabili nella loro totalità.

Ecco che per ovviare a quell’impasse, allo scienziato pazzo era venuta l’idea di spalmare il “fine-vita mai” su più esistenze, anziché su una singola prolungata al parossismo. Per cui, grazie a una serie di “sessioni” sotto anestesia totale, aveva genomato l’organismo di Frotz, ideale grazie alla sua atletica resistenza, con peculiari tracce biologiche di una medusa.

La Turritopsis Nutricola, per la precisione. Un esemplare planctonico la cui più rilevante caratteristica è quella di non morire mai, essendo in grado di invertire il suo ciclo biologico, tornando giovane ogni volta e evitando perciò la morte per vecchiaia.

È un animaletto di quattro millimetri di lunghezza, che nasce sui fondali marini come un minuscolo polipo dotato di una decina di tentacoli. Più avanti diventa appunto una medusa, sospinta da più di ottanta tentacoli. Quando sta per concludere il suo ciclo vitale, la bestiola torna sul fondo del mare e regredisce allo stadio polipoide, ripartendo dall’inizio, e così via, così via. Questo mirabile processo a ciclo continuo si deve a un fenomeno chiamato “transdifferenziamento”, grazie al quale le cellule specializzate, dopo aver raggiunto lo stadio adulto, tornano a essere quelle indifferenziate e libere di trasformarsi nuovamente, tipiche invece dello stadio iniziale.

Per verificare in tempi brevi la buona riuscita dell’esperimento, dapprima nel corpo di Fritz fu inoculata una  sostanza che ne accelerasse la consunzione, in secondo luogo, quando era ormai agli estremi spiri, ad alcuni sgherri fu affidato il compito di buttarlo nell’oceano, non prima di averlo zavorrato con una serie di pesi per assicurarsi che si inabissasse sino ai fondali, laddove la regressione avrebbe dovuto avvenire.

In effetti il corpo di Fritz, man mano che procedeva a peso morto allo sprofondo, sembrava ribollire. Palle di grasso si staccavano dal busto e dagli arti, seguite da sfilacciamenti di materia bruna. La parenchima dei tessuti che costituivano i vari organi tornava allo stato di cellule indifferenziate, liberandosi strada facendo del surplus. Era un fagotto di carne quello che raggiunse le praterie sottomarine, disturbando una mandria di dugonghi intenti a pascolare tra le distese di alghe. Da quell’ammasso informe, nel giro di poche ore, cominciarono a spuntare piccole appendici, a dettagliarsi delle fattezze sempre più marcate, sinché non vi si poteva individuare un embrione rosa pallido. Quella proto-forma, che, nel rimpicciolimento progressivo, si era ormai affrancata dai piombini che l’avevano trascinata a fondo, tornò a galleggiare, in balia delle correnti, sino a riemergere nei pressi della baia, più o meno dove era avvenuto il tuffo forzato. Là erano rimasti ad attendere gli stessi sgherri cui era stato commissionata l’inabissamento di Fritz. Uno di loro raccolse l’embrione, che gli cresceva tra le mani a ogni passo. Tornati nello studio dello scienziato, era ormai una paffuta neonata fatta e formata. Fu cresciuta con tutte le cure, non trascurando però di monitorarla come il prezioso campione di laboratorio che era.

Purtroppo, poco dopo quel primissimo tentativo, lo scienziato pazzo era stato liquidato dai suoi stessi scagnozzi per una banale questione di rendicontazioni a detta loro mal calcolate. Al luminare non fu così consentito ripetere l’esperimento su alcuno. L’unico esemplare di “Turritopsapiens” rimaneva quella bimbetta, che era stata Fritz, e che sarebbe poi stata un’infilata di altri soggetti, graziata o condannata a scorrazzare per un susseguirsi di incarnazioni, all’infinito.

Quegli sprazzi di “ante-vita”, se non gli bastavano a strutturare una qualche preparazione alle esperienze in corso, in qualche maniera, surrettiziamente, informavano le parti inconsce di lui: i muscoli, gli istinti, i sensi. Era come se, vita dopo vita, i tessuti che risorgevano dalle acque risentissero in qualche maniera delle esperienze accumulate fino ad allora. Ogni volta che viveva lo faceva con sempre maggiore profondità, le percezioni via via si acuivano, le riflessioni su quanto nel tempo andava conoscendo sembravano arricchire la sua mente in maniera sempre più incisiva. Riusciva a sentire il profumo dell’acqua a distanza, comprendeva in modo abbastanza approssimato le forme di comunicazione degli animali, prevedeva le reazioni dei suoi simili, e la concatenazione di causa ed effetto che esse avrebbero ingenerato, con crescente anticipo.

Di volta in volta il passaggio su questa terra, gli incontri, i fatti di cui era testimone, perdevano di mistero. Sembrava poter raggiungere ormai la vera essenza di ogni cosa, o se non altro riuscire ad andarci molto vicino.

Ormai, quando tornava a galla, non c’era più nessuno ad attenderlo. L’embrione si trascinava non visto verso il primo rifugio sicuro che la terraferma gli accordasse, rotolandosi a tentoni come una lumaca. Appena era capace di gattonare, spinto da un istinto oscuro e infallibile, sbucava fuori dal nascondiglio più vicino, per raggiungere il brefotrofio o la ruota monacale più vicini, dove qualcuno lo avrebbe accudito nel primi, più delicati periodi.

In quest’ultima rinascita era stato un buon borghesotto, dal tranquillo trantran impiegatizio. Nulla di epico, nulla di memorabile. Prima era stato per esempio un bucaniere intergalattico, una spietata pluriomicida dagli intenti femministi, il quattordicesimo presidente delle colonie esoplanetarie. Nulla a che fare con questo buffo intralcio dai baffi spioventi e i libri contabili perennemente covati sotto l’incavo dell’ascella destra. Eppure tutti quei lunghi decenni piatti e pacifici gli avevano dato il tempo di meditare in modo pacato e fruttuoso su se stesso e su ciò che lo circondava. Dopo tante peripezie tra esistenze sempre diverse, avrebbe potuto dire, casomai ne avesse conservato piena memoria, di aver ormai provato tutto, visto tutto, inteso tutto grossomodo e che da lì in poi ogni singolo particolare non avrebbe potuto che essere una ripetizione, un déjà-vu. Da qualche parte, nel suo animo, si era sempre più fatto strada uno strano languore, mano a mano sempre più prepotente. Era un sentimento indefinibile, una brama il cui oggetto veniva difficile identificare. Aveva l’impressione che qualcosa in lui cercasse ormai di estendere le proprie cognizioni, di poter sorpassare l’angusto ambito percettivo e conoscitivo della materia.

Una mattina, quando sentì il fine-vita approssimarsi sempre più impellente, diretto da un istinto superiore alla propria volontà, si diresse al molo presso il quale aveva consumato tanti pomeriggi dal pensionamento in poi, ad ammirare il rapido volo dei gabbiani. Arrestò la sedia a rotelle a metà della struttura in legno, dopo di che, quando già il processo di transdifferenziamento iniziava a sconvolgere gli atomi che lo costituivano, si sbilanciò con la spallata più energica che gli riuscisse, recapitandosi tra le acque gelide e spumose di quel pomeriggio di tardo autunno.

Ci vollero un paio d’ore prima che una macchia rosa risalisse sino a pelo d’acqua. Si arrampicò malamente tra le sporgenze degli scogli addossati al camminamento. Finalmente fu sul lungomare, dove cominciò il suo gelatinoso percorso sino al primo luogo riparato.

Fu allora, a metà di quella faticaccia, che avvenne. Un fatto mai occorso prima di allora: mentre quell’embrione cresceva e procedeva contemporaneamente, fu notato dall’occhio schifiltoso di una grassa passante che, non capendo di che cosa si trattasse, pensò bene di saltargli sopra a piè pari per eliminare quell’eventuale minaccia dalla faccia della terra.

La coscienza in via di sviluppo dell’unico esemplare al mondo di Turritopsapiens avvertì quel rumore sordo e solo qualche frazione di secondo dopo capì che era prodotto da quell’accenno di spina dorsale che lo reggeva. Le immagini che gli arrivavano sfuocate attraverso il sistema ottico ancora rudimentale si spensero del tutto, subito a seguire i rumori inorno a lui. Recepì il proprio cuoricino scalciare gli ultimi battiti. Mentre quel principio di vita già volava via da lui, fece ancora in tempo ad accogliere, un attimo prima che anche tutti gli altri sensi lo abbandonassero, una sensazione grandiosa e invasiva. Riusciva a cogliere l’infinità dell’essere, senza più limitazioni, senza i confini dettati da un corpo, mentre il suo io si andava rapidamente sciogliendo nel tutto. Ecco – riuscì appena a formulare quella sua microscopica mente, un microsecondo prima di sparire per sempre – era quella la consolatoria destinazione che la parte più profonda di lui da così tanto tempo andava vagheggiando.

BIOTECNOLOGIE Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE Fantascienza NARRATIVA

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