IL JAZZ DELLA GENETICA:LA LIBERTÀ E L’IGNORANZA DELLA GENETICA

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RICCARDO DAL FERRO

Un pianista che svolge diligentemente lo spartito oppure un jazzista che conoscendo a menadito le regole della musica improvvisa sulla base del contesto? Che cosa sono “io” in relazione alla traccia genetica che mi pervade? In fin dei conti, quando si parla di DNA tutto sta nel capire quanto aderenti siano le mie caratteristiche, la mia personalità, le mie scelte, alla sceneggiatura naturale che dà forma a tutto ciò che sono.
Capire quanto sia forte (e se esista) il mio distacco dallo spartito.

Certamente non era necessario attendere le più recenti scoperte sullo strano mondo dei geni per cadere nella tentazione del determinismo stretto. Se oggi la domanda sulla nostra predeterminazione cade nell’ambito della biologia, ieri quello stesso dubbio era dominio della teologia: il progetto che Dio ha pensato per me quanto spazio lascia alla disobbedienza, al netto di eventuali punizioni o condanne? Posso o no discostarmi dal sentiero che per me è stato immaginato? Dall’architetto celeste a quello genetico poco cambia poiché il punto fondamentale è sempre lo stesso: salvare quella mia lucida sensazione di essere libero dalla mortifera evidenza di essere invece intrappolato in un sistema di causa-effetto che non lascia spazio all’arbitrio individuale.

Dio si è trasferito nel DNA e le nostre domande rimangono ancora senza risposta.

Mentre questa transustanziazione avveniva, il mondo è però divenuto più complesso.
Robert Sapolski, biologo evoluzionista e divulgatore scientifico, nel suo Behave descrive in modo chiaro questa sempre maggiore complessità nell’individuazione di ciò che ci pre-determina: Sapolski chiede di immaginare un ragazzo siriano che scende in strada durante il bombardamento della sua cittadina. Sarà preda di confusione e angoscia e avrà raccolto dal cassetto di casa la pistola che la famiglia usa per difendersi. Una volta arrivato in strada, in mezzo a fumo, polvere, urla e grande confusione, il ragazzo vede una figura avvicinarsi a lui correndo, mentre brandisce un oggetto che potrebbe essere un’arma. Il ragazzo spara, colpisce il bersaglio e, una volta raggiunto per accertarsi di averlo centrato, si accorge che si trattava di un coetaneo con in mano un cellulare. Un episodio immaginario, ma che sarà certamente avvenuto realmente molte volte. Come possiamo incasellare il comportamento del ragazzo?

Una lettura giuridica e quindi razionale degli eventi ci dirà che il ragazzo è imputabile di omicidio colposo: le sue intenzioni erano di autodifesa, ma il fatto di aver sovrastimato il pericolo lo rende colpevole agli occhi della legge. Ma facendo un passo indietro possiamo trovare una grande quantità di attenuanti: il trambusto cittadino dovuto alla guerra, il fumo acre che impedisce di ossigenare bene il cervello e attenua la facoltà di giudizio, la rapidità con cui si sono svolti gli avvenimenti. Un altro passo indietro ci permetterebbe di capire che, poco prima del bombardamento, i genitori del ragazzo litigavano furiosamente in casa, e l’adrenalina e lo stress che il nostro amico portava con sé era già molto accresciuta prima del bombardamento, cosa che facilita la conseguente perdita di controllo. Ma andando ancora più indietro possiamo individuare come concausa del suo comportamento l’educazione dello zio poliziotto che gli ha insegnato fin da piccolo a mettere davanti a tutto la propria sopravvivenza, senza lasciare che la razionalità potesse tardivamente analizzare una situazione di immediato pericolo.

Facendo un ulteriore passo indietro, giunge la genetica: le ghiandole surrenali del ragazzo, guidate da una traccia genetica ben precisa, potrebbero essere più propense ad un’anomala produzione di ormoni, come l’adrenalina, che influenzano pesantemente il comportamento in ambiti di pericolo. E poi c’è la storia genetica familiare, oltre che la conformazione culturale ben radicata nell’animo del malcapitato. E così procedendo, potremmo allargare la platea delle concause virtualmente all’infinito, rendendoci chiara una cosa: la libertà di scelta, nell’agire del ragazzo, è praticamente inesistente.

Ma non è cambiato granché dall’altro ieri, quando questo avvenimento avrebbe visto come maggiore causa di quel comportamento una predestinazione divina e, perché no, la possessione di un demone che contraddiceva il progetto del creatore. La cosa che realmente è cambiata è la nostra capacità di ricostruire la storia di questo ragazzo non più come un lineare binario di causa-effetto che porta da Dio al colpo di pistola: il nostro agire è frutto di un reticolo estremamente complesso di cause, alcune grandi e altre effimere, più ramificato e abissale delle sinapsi di un cervello umano.
Non siamo in una rete, insomma: noi siamo la rete.

Questo significa che non siamo liberi?

Certo, significa esattamente questo, fintantoché consideriamo la libertà come la capacità di non “essere la rete”: il jazzista è una bella storia, con tutta la sua capacità di interpretare lo spartito anche a costo di disobbedirgli, ed è chiaro che noi siamo un pianista quasi algoritmico che svolge un sentiero ben delineato. Ma ciò non basta, perché la sensazione di essere liberi tiene in sé ancora due radici incredibilmente potenti che la genetica, così come la teologia, non ha saputo estirpare.

Da un lato infatti noi sappiamo di non sapere granché di quella rete di concause che ci porta ad essere ciò che siamo. Il ragazzo siriano compie il suo gesto certamente determinato da un’infinita rete di concause, ma la nostra capacità di comprendere quella rete è limitatissima e noi dobbiamo letteralmente scegliere a quali cause far aderire il nostro giudizio. La nostra scelta è determinante, ma non solo per il destino di quel ragazzo: se la nostra interpretazione è genetica, egli aveva ben poco da decidere sullo sparare o meno, o sull’attendere un secondo in più, e il colpo di pistola è la conseguenza di eventi completamente al di fuori del suo controllo; ma se l’interpretazione è giuridica, allora cambia tutto poiché il ragazzo è da considerarsi come agente razionale e perciò responsabile, almeno in minima ma significativa parte, del suo gesto.

Ancor più profondamente però, la nostra scelta interpretativa è determinante per il tipo di mondo, di società e di futuro che vogliamo costruire. Una società che prenda alla lettera la concausa genetica è una società in cui collettivamente ci convinciamo di essere gli svolgitori di uno spartito da cui è impossibile discostarsi, e allora tutti i concetti filosofici e giuridici di auto-determinazione, di responsabilità, di colpa e di risarcimento verrebbero meno, con conseguenze concrete sul nostro modo di vivere e vedere il mondo; una società che mantenga un’interpretazione giuridica, individualista e, mi verrebbe da aggiungere, umanista, è una società in cui democrazia, scelta, voto, responsabilità e progetto hanno ancora un senso. E non sapendo ricostruire in modo scientifico la totalità delle concause che ci formano, siamo chiamati (qui sì, costretti) a scegliere un percorso oppure l’altro, ovviamente con le diverse sfumature e senza ottuse auto-esclusioni.
Dove vogliamo collocarci noi?

In secondo luogo, mi viene in mente quel che diceva Bergson ne L’evoluzione creatrice: l’errore sta nel considerare il mondo come fatto e finito, come un progetto di cui siamo semplici spettatori, ma le cose non stanno così. Ogni nostro gesto è la continuazione di un atto di creazione che sta tutt’ora svolgendosi. Questo va a rafforzare la virtuosa ignoranza di cui parlavamo prima: siamo ignoranti tanto sul passato, ovvero sulla ricostruzione scientifica delle concause che dall’origine ci porta ad essere quel che siamo, quanto lo siamo sul futuro, ovvero sul modo con cui il nostro agire di oggi influirà sugli eventi di domani. L’ombra della morte di cui parla Heidegger è esattamente questo: l’ignoranza su come tutto si svolgerà è ciò che mi costringe a considerarmi libero. Noi siamo, volenti o nolenti, l’atto di creazione che si protrae dal Big Bang alla fine del cosmo, e ogni nostro gesto si inserisce in questo nastro. Ma la nostra metafisica ignoranza ci rende liberi, ci piaccia o meno, e l’oscurità che pervade il mio passato quanto il mio futuro è il marchio indelebile della mia libertà.

Se Dio, il DNA o qualche sguardo esterno a questo mondo (uno sguardo sub specie aeternitatis, come voleva Spinoza) conosce a menadito ogni aspetto e ogni particolare di questo svolgimento ininterrotto di eventi, persone, scelte, parole, atti e gesti, a lui sarà riservata la capacità di vederci come pianisti algoritmici, ma non è questo il nostro privilegio.

Siamo inesorabilmente jazzisti poco talentuosi che si barcamenano davanti ad uno spartito oscuro e, mentre svolgono la loro melodia discordante, dimenticandola di istante in istante, tentano al tempo stesso di imparare il linguaggio che traducono in suoni: tra quelle note ci sono la genetica e la teologia, il diritto e l’arte, la filosofia e la psicologia; sul pentagramma si alternano ormoni e antenati, paure e desideri, ma noi siamo liberi poiché abissalmente ignoranti di tutto quello che ci compone. E il nostro dovere, che al tempo stesso è la nostra libertà, è quello di interpretare da protagonisti dilettanti quello spartito che è la vita di cui siamo portatori.

Saremo all’altezza della nostra ignoranza? A questa domanda neanche la genetica ha la risposta definitiva.

“Jazz.” by Polifemus is licensed with CC BY-NC 2.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/

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1 Comment Lascia un commento

  1. Mi fa pensare a Severino Boezio che sto studiando, che diceva più o meno: dio vede tutto ma non per questo altera l’attributo di libero arbitrio, può esserci tutto, se accade allora dio lo conosce, è un’inversione di concezione che mi ha stupito pur rimanendo un po’ misticheggiante 😅

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