ADULTI E VACCINATI

126201101_1284292205259713_7815444082320982680_nPEE GEE DANIEL

“Peggio delle imposizioni sanitarie, peggio degli additivi ribonucleici, ancora peggio dell’asservimento psicologico globalizzato c’è il pensiero unico come malattia da estirpare con ogni mezzo. Purtroppo temiamo non siano mai stati sviluppati dispositivi concreti contro questo sciagurato genere di epidemia”.

Prometheus rilegge quell’ultima frase, il passaggio conclusivo del breve articolo. Ne rimane soddisfatto. L’intero pezzo, a rileggerlo, lo inorgoglisce. Come le centinaia di altri che lo hanno anticipato, del resto.

Prometheus, come forse si può intuire, non è il suo vero nome. Al secolo, e all’anagrafe, risponde ai più prosaici estremi di Deangelis Mattia, preceduti dal titolo di Geometra, se in vena di far pesare la propria formazione culturale.

Ha adottato quello pseudonimo per via della storia del fuoco carpito agli dei per essere consegnato agli umili mortali. Simbolo di illuminazione, contro gli oscuri detentori del potere, a favore del popolo ignaro eccetera eccetera.

Manca solo la formula finale per chiudere il pezzo e inviarlo in rete. La formula finale è sempre la stessa, articolo dopo articolo: “Non violerete i nostri corpi!”.

La formula finale e la firma: “Non violerete i nostri corpi! – Prometheus, titano impavido”.

La formula finale, la firma e la sede: “Non violerete i nostri corpi! – Prometheus, titano impavido – Terra degli Apoti”.

“Apoti” se lo è inventato uno del gruppo, che insegna lettere nei licei. A dire il vero lo deve aver rubacchiato a qualche vecchio scritto di Prezzolini. Sta per “coloro che non se la bevono”, con tanto di alfa privativo a inizio parola. La “Terra degli Apoti” si riduce poi a una specie di casermone dismesso da decenni, un po’ fuorivia, dentro cui i suddetti “apoti” si sono asserragliati.

Ci sono diversi esempi del genere in tutte le maggiori città dell’Occidente, ognuno con il proprio nome di fantasia, tutti interconnessi per via telematica, come tanti fortini a presidio di una tanto spavaldamente strombazzata “libertà di autodeterminarsi” o “difesa dai cattivi governi”, a scelta. Tutte comunità rappresentate da uno sparuto gruppo di irriducibili con famiglie al seguito perlopiù.

Prometheus è da solo in questo momento, nello studio comune, quello con la connessione internet. Proprio mentre clicca sull’invio del testo, una sensazione di frescura lo colpisce sul collo scoperto, come un benevolo schiaffo del soldato.

Si volta di scatto con le mani aggrappate ai braccioli della vecchia poltrona girevole dalla pelle marrone smangiata dal trascorrere del tempo, strabuzzando gli occhi verso l’unico finestrone presente nel locale.

Si alza di scatto. Avverte la porzione di fondoschiena lasciata nuda da canottiera e bermuda staccarsi di prepotenza dallo schienale logoro e appiccicaticcio. Corre a vedere da dove penetri lo spiffero. Vecchie intelaiature, vetri spessi quanto un fiammifero, muri cadenti: un disastro, lì dentro.

Chiude per bene la finestra con un energico giro di polso. Il pomello smaltato gli resta in mano. Ci mette davanti un asse di legno per bloccare nuove folate d’aria, tenuto su da una sedia azzoppata. Durante lo svolgimento dell’intera operazione non fa che guardare attraverso i vetri con uno sguardo che qualcuno potrebbe definire languido.

Osserva l’andirivieni di quei poveracci che se ne vanno avanti e indietro per la via con la massima serenità, sotto la luce del sole, mano nella mano, in gruppo, da soli, chi al cinema, chi per negozi, chi a farsi un cicchetto. Pecore eterodirette, li apostrofa nei suoi pensieri. Fieri della propria omologazione. Eh, ma se ne accorgeranno prima o poi di chi ha ragione. Se non loro i loro figli, o i figli dei figli. Ci sarà solo da pazientare un po’. Attendere che il veleno che si sono fatti siringare dentro di loro faccia i suoi effetti, a lungo rilascio, lunghissimo magari pure, ma una cosa è certa: prima o poi qualcuno della loro miseranda schiatta ci dovrà fare i conti. E loro saranno lì, loro o i loro figli, ad attenderne la moria, o le malformazioni congenite che ne scaturiranno, con le braccia incrociate e il ditino puntato, pronti a salmodiare: «Ve l’avevamo detto noi».

Del resto loro apoti, come pure gli altri resistenti sparsi per il resto del globo, hanno raccolto dati incontrovertibili su ciò che le vaccinazioni di massa davvero contengono, che i potenti non vogliono far sapere e che solo dei poveri beoti possono continuare a ignorare: particelle di feti umani, microchip, modificatori genetici, inibitori delle funzioni vitali e altra variegata robaccia studiata giusto per schiavizzare la razza umana, renderla succube e manipolabile. Su quello sono tutti d’accordo. È riguardo alla natura del virus che hanno tergiversato per lungo tempo, oscillando tra l’accusa di aver mistificato il reale stato delle cose (se non, addirittura, di essersi inventati di sana pianta l’esistenza del virus), infondendo con dolo il terrore nella cittadinanza, all’accusa opposta di aver diffuso un agente patogeno coltivato in laboratorio per sterminare gran parte della popolazione mondiale.

Alla fine, comunque, è stata scelta una linea. Quando si è trattato di inoculare quella poltiglia micidiale nel sacro tempio dei loro corpi incontaminati e inviolabili, hanno formato una comune e si sono rinchiusi tutti in quella che considerano una sorta di nobile torre eburnea, anche se poi, a uno sguardo disincantato, appare più come una catapecchia abbandonata da anni dall’amministrazione municipale per mancanza di fondi. Sebbene i più, fino a quel momento, li abbiano trattati alla stregua di tanti mocciosi che piagnucolano per una punturina, è l’ultimo baluardo contro l’ingerenza dei poteri forti ciò che in cuor loro sentono di rappresentare, al di là dell’occorrenza sanitaria specifica.

«Non ci avranno mai!» si sono detti, prima di sigillarsi lì dentro, parecchi mesi or sono, dopo essersi approvvigionati di carne secca, boccioni d’acqua, barrette energetiche, scatolette di tonno, verdure liofilizzate, frutta secca, oltre ad altri generi di prima necessità e qualche medicinale, meglio se omeopatico, per fronteggiare qualsiasi evenienza in quell’incognito numero di mesi che li avrebbe visti asserragliati là dentro, a chiusura ermetica, senza che neppure la più trascurabile minuzia transitasse dall’esterno all’interno e viceversa, per timore che quel morbo politicizzato possa mai infettare i loro fisici no-vax, già sapendo che da là fuori avrebbero fatto di tutto per farli scendere a più miti consigli. Lo hanno insegnato anche ai bambini che hanno portato là dentro con loro: nulla deve mai penetrare, non affacciatevi mai dai balconi, non aprite le porte, fuori è il male, dentro è bene.

Anche se è la più assoluta indifferenza quella che a Prometheus sembra di cogliere mentre sbircia i passanti attraverso i vetri. Almeno i primi tempi ancora qualcuno si radunava sotto le finestre a canzonarli bonariamente. «Avete paura degli aghi?» gli gridava qualche buontempone. Loro si allontanavano, cambiavano stanza, si sa mai che uno di quelli trasmettesse loro qualcosa, con i loro sputacchi. Poveracci – pensa Prometheus – credono che quella sia libertà: gironzolare dove e come vogliono, a patto di farsi impiombare a proprio piacimento dai padroni dell’ordine costituito. E questa voi me la chiamate libertà? – sta per gridare a quella piccola folla disinteressata quando un cicalino richiama la sua attenzione. Sa a orecchio di cosa si tratta: il primo commento al suo nuovo post. Grazie al cielo, c’è ancora qualcuno che lo prende sul serio, a quanto pare.

Torna alla poltroncina mosso dalla curiosità.

È un certo Hercule84 che scrive: “Sai #prometheus qual è il problema vero di voi complottisti? È che per sentirvi importanti vi create un nemico onnipotente. Così facendo, non fate che aumentare senza ragione l’autostima di chi ci dirige. I poteri forti? Quali sarebbero? Quei quattro pagliacci che ci governano con le loro facce da scemi? O quella filiale di un reparto di geriatria che sta alla testa della confederazione degli imprenditori? Nah… ci vuole un minimo di lungimiranza per tirare gli occulte fili del mondo, come ti puoi aspettare una tale capacità strategica da un manipolo di inetti che fatica a comprendere cosa ci aspetta domani mattina? Senti me #prometheus tu e i tuoi fatevelo tranquilli ’sto vaccino e uscite da quella fogna in cui vi sete rinchiusi. Nessuno vuole controllare le vostre vite, non siete così importanti”. Il messaggio si conclude con l’emoji di una faccina irridente.

Il solito troll, lo liquida Prometheus a mezza bocca, cancellando il commento senza troppi complimenti, prima di salire al piano di sopra, nell’area del ristoro. «Mmm, che profumino!» approva a voce alta, salendo le scale scalcinate, più per farsi coraggio che altro, perché in realtà quello che proviene dalle cucine è il solito lezzo di cicoria messa a bollire, di quella che si trova negli angoli del cortile interno, quando fa bel tempo, mista a carne in gelatina, gallette o qualsiasi altro rimasuglio si scovi ancora raschiando i fondi del magazzino.

«Allora? Come va?» chiede in generale mentre si siede al vecchio tavolaccio tarlato, già occupato dagli altri commensali.

«Si resiste» tossicchia Guy Fawkes di fronte a lui, che per la verità si chiama Bagigalupo Antonio, impiegato dell’agenzia delle entrate in pensione, esibendo i denti guasti, il cui giallognolo spicca sul pallore del volto scavato, insieme al nero delle occhiaie. A dirla tutta lì dentro sembrano fare a gara a chi appare più pallido ed emaciato. Il più promettente per la vittoria comunque resta Amurri Nicola, perito commerciale, più noto come Robinùd, che ora sta sorbendo chiassosamente la pappa semiliquida che gli hanno servito, infilandosela a cucchiaiate nella bocca semisdentata.

Qualcuno di quelli in fondo, con la schiena vicina al bovindo, di tanto in tanto, cercando di non essere notato, si mette di tre quarti e butta un occhio verso la strada sottostante, ancora animata dal viavai di quegli stupidi vaccinati che adocchia con un’espressione mista di rimprovero e invidia.

Quella adibita a sala da pranzo è una vecchia fureria dai soffitti bassi, da cui ormai piovono giù interi tocchettoni di intonaco. Lo spazio risuona del rumore metallico dei cucchiai, che rimescolano il pasto, come dei toni di voce soffocati dei pochi presenti che abbiano voglia di scambiarsi le ultime informazioni raccolte a proposito di chissà quale nuova cospirazione.

Il tutto viene interrotto di colpo dal parere gastronomico bofonchiato da Guy Fawkes tra una sorbita e l’altra: «Certo che questa sbobba sa proprio di niente…».

I compagni drizzano immediatamente le antenne, loro che vivono costantemente sul chi-va-là.

«Da quant’è che non senti più i sapori?» controbatte Prometheus con aria inquisitoria, levandosi gravemente dalla sedia.

Guy Fawkes è sbigottito, si guarda intorno come una preda braccata, mentre anche tutti gli altri si alzano e fanno il giro della tavola verso di lui.

«Perché non ce l’hai detto subito?» gli domanda perentorio qualcun altro.

Guy Fawkes non fa neanche in tempo a spiegare che lui, nonostante il nome di battaglia, è di origini calabresi, che è abituato a mangiare piccante, che quella brodaglia sciapa il suo palato neanche la sente andar giù che gli sono già tutti addosso, chi col mestolo ancora sgocciolante, chi con un ombrello, chi con un blocco di silicea. Tentano di trattenere il fiato mentre lo coprono di botte. Tempo quattro minuti e Bagigalupo è lungo per terra.

Robinùd torna dallo sgabuzzino con una maschera antigas appiccicata alla faccia. È lui l’addetto allo smaltimento, in casi come questo. «Un altro destinato al pozzo nero…» sbuffa, trascinando il corpo esanime giù dalle scale, accompagnato dal rintocco della nuca a ogni gradino.  

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA NARRATIVA

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