SPAZIO COSMICO E DOMINIO

unnamedERNESTO C. SFERRAZZA PAPA

  1.  

1. Due frasi celebri hanno segnato, con una forza che ancora abbiamo difficoltà a registrare, la seconda metà del XX secolo, preparando così il nostro tempo.

La prima viene pronunciata da Jurij Gagarin, il primo uomo ad andare nello spazio – o, come lo definiva Emmanuel Lévinas, il primo ad aver “abbandonato il luogo”. Guardando da una prospettiva unica per la storia dell’umanità la Terra, Gagarin esclamò: “da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”. L’impresa di Gagarin era stata preparata dal lancio dello Sputnik appena quattro prima, nel 1957; e Hannah Arendt non per caso apriva il suo capolavoro filosofico, The Human Condition (1958), richiamando questo evento come “non inferiore per importanza a nessun altro”, dal momento che sanciva definitivamente il tentativo di “fuga dalla terra all’universo”.

La seconda frase è un urlo, un grido, una esclamazione che risuona e rimbomba per l’Europa il 9 novembre 1989: il muro è caduto. La intonarono, con la furia di mille voci diventate una sola, coloro che a picconate distrussero die Mauer, metonimia di tutte le divisioni.

2.

Queste due frasi, veri e propri simboli testuali della storia del Novecento, alle nostre orecchie suonano come promesse di felicità non esaudite, a testimoniare della speranza che porta seco il passato inadempiuto. La prima promessa, nostalgica, presente nelle parole di Gagarin, che sono un invito normativo ad agire: fate in modo che la terra sia bella anche da laggiù (una bellezza colorata di sfumature morali che ricordano l’estetica antica: “bello”, nel discorso di Gagarin, significa buono, giusto). Una promessa di felicità planetaria non mantenuta dalla storia, perché le sue condizioni di possibilità (“senza frontiere né confini”) non si sono realizzate nemmeno per un istante. Infatti, al Muro crollato sarebbero seguiti molti muri costruiti in tutto il mondo, come se i frammenti del primo fossero la profezia del futuro moltiplicarsi dei secondi.

Ma la storia di queste due frasi non è solamente la presa di coscienza di una speranza fallita. Un filo nascosto le allaccia, un collegamento stupefacente, che ha i tratti del miracolo astrologico e che fa di queste due frasi l’una il rovescio dell’altra, mostrando come il quaggiù e il lassù si embrichino perfettamente l’uno nell’altro. Mentre Gagarin ammira la bellezza di una Terra senza frontiere, in quello stesso anno, nel 1961, comincia la costruzione del muro di Berlino. Alla prima radicale deterritorializzazione dell’umanità fuori dalla terra corrisponde, in una specie di equilibrio spaziale omeostatico, la sua violenta riterritorializzazione. L’umanità contemporaneamente, come se questo fosse un unico gesto, si stacca dalla Terra e sulla Terra imprime, pietra su pietra, mattone su mattone, i segni disgiuntivi del dominio. Allo sguardo verticale assoluto, che dallo spazio guarda in giù costituendo per la prima volta un vero e proprio Weltbild, si accompagna lo sguardo orizzontale che il filo spinato impone.

  1.  

La riduzione del mondo a immagine, che Gagarin realizza senza aver letto una sola riga di Heidegger, compie il processo di globalizzazione inaugurato da corsari e avventurieri, facendo dello spazio cosmico il luogo, se ancora così possiamo definirlo, del dominio umano. Cosicché l’epoca delle conquiste quaggiù termina con l’avvento dell’epoca delle conquiste lassù. Ma il compimento del processo di globalizzazione coincide altresì con il disinteresse nei confronti della Terra in sfacelo, e la sconfinatezza della globalizzazione non è altro che la sconfinatezza del dominio. Globalizzare significa, tra le altre cose, che le scavatrici arrivano anche al villaggio amazzone che non ha mai avuto il piacere della Zivilisation, anche se i suoi capi tribù sono ormai accolti con tutti gli onori ai meetings dove firmeranno coattamente la loro condanna. L’ecologia critica ha colto da anni questo punto, che era adombrato anche nell’ultimo Marx: lo sfruttamento, che è l’ideologia propria dell’umanità forzuta, tende a investire tutto il pianeta, cosicché sfruttare meglio coincide con lo sfruttare di più. La mia convinzione è che non abbia più senso, raggiunto il punto critico di Gaia, sgranare il rosario dei privilegi della globalizzazione. Questo è un gioco di prestigio utile a occultare l’evidenza che a essere globalizzato è lo sfruttamento della Terra, delle risorse, e che quei privilegi presto avranno il valore di una cambiale scaduta. La Terra globalizzata è la Terra globalmente sfruttata. La planetarizzazione, la mondialisation, tutte le etichette con le quali si è prodotta filosoficamente quella che Gagarin produceva visivamente, ossia un’immagine del mondo, sono le parole dell’unificazione dello sfruttamento, le cui logiche sono ormai dispiegate e incontenibili. Se si conquista lassù, è perché quaggiù non è rimasto nulla.

3.

Gagarin è stato l’Adamo di una specie in fuga. Si fugge sempre da ciò che è invivibile, e la fuga dalla terra è la fuga dalla sua invivibilità. Il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse, l’innalzamento del livello del mare conseguente lo scioglimento dei ghiacciai perenni, stanno già provocando la progressiva invivibilità del mondo. E se una politica che srotola fili spinati per serrare le zone ancora vivibili va rifiutata per la sua indecenza morale, è anche vero che la Terra come casa dell’umanità si prepara al requiem. L’investimento economico e tecnologico che sia Stati sia privati mettono in campo con sempre maggiore intensità è da interpretare come il luogo d’imputazione della paura dell’Io collettivo, di cui essi sono la cassa di risonanza. Quell’anelito verso l’ignoto, che in età moderna certificava insieme a una volontà di potenza anche una volontà di conoscenza, e a questa sacrificava una moltitudine di avventurieri, è oggi pura volontà di sopravvivenza della specie Homo sapiens. I disperati in fuga sono l’addestramento della fuga disperata collettiva. Il dominio assoluto sulla natura, che con cieca furia l’umanità ha portato avanti come fosse un marchio di specie, ha condotto alla consunzione del dominato. La spinta epocale all’alienazione dalla Terra, che Arendt insieme ad altri vedevano come presagio di sventura, vale come un certificato d’invivibilità. L’anelito al lassù sta a significare che il quaggiù è irrespirabile, e ogni nuova impresa nello spazio cosmico è il tentativo di tirare una boccata d’aria mentre si affoga.

4.

Il dominio sulla natura non si esaurisce una volta esaurito il pianeta da dominare, ma è piuttosto proiettato sullo spazio cosmico, dove vengono trasportate le logiche del quaggiù. Come nel Cinquecento si andava per nuove terre, oggi si va per nuovi pianeti, con la consapevolezza che prima o poi non si potrà più fare ritorno. Quella che sembra a tutta prima una prospettiva distopica ha già qualche grano di verità nel presente. I film di fantascienza sono proiezioni profetiche di ansie collettive, e Interstellar di Christopher Nolan, dove l’umanità boccheggia perché manca l’aria per respirare, è la biografia delle future generazioni. L’uomo cosmico, mentre compie la storia dell’umanità come progressiva conquista di spazio, toglie all’umano da sotto i piedi la sua origine. L’estrinsecazione cosmica della forza è il destino di un’umanità allo sfacelo, colpevole di aver reso l’aria irrespirabile.

La massa di film apocalittici che ogni piattaforma rende fruibile come divertimento serale per famiglie svolge così la funzione di apprendistato al lutto collettivo, di cui la folle corsa allo spazio di Stati e privati è un pendant adeguatamente quotato in borsa. Il tentativo di dominare lo spazio cosmico, che è forse votato al fallimento, fa da testimonial al fallimento dell’umanità su questo pianeta.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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