L’UOMO DI FRONTE ALL’IGNOTO: RIFLESSIONI SUL FUTURO PASSANDO PER LA STORIA

Big_History_(TV_series)_title_cardFABRIZIO CONTI

Dato che, come scriveva Riccardo Capasso, mio docente di Cronologia e Cronografia, la vita dell’uomo altro non è se non un inesorabile “andare dalla cuna al sepolcro”, l’uomo sente spesso, e a modo suo, l’esigenza di dare un obiettivo, o se vogliamo, come direbbe Viktor Frankl, un significato, a questo suo fluire. E’ una traiettoria, quella della vita, che ci spinge inesorabilmente in avanti, verso ciò che chiamiamo futuro: qualcosa che possiamo soltanto immaginare, perché non c’è ancora. E lo facciamo provenendo da un passato, il nostro come individui inserito in uno più generale che condividiamo con l’intera umanità, di cui serbiamo memoria e che possiamo chiamare storia: qualcosa che è stato ma che non è più. Aveva ragione Agostino d’Ippona nel riflettere sul tempo in questi termini, e nel dire che ad essere realmente è soltanto il momento presente. È soltanto nell’oggi che possiamo immaginare e costruire il domani. Ecco, allora, che ci si pone la domanda su cosa portare con noi e di noi nel futuro che immaginiamo. Se fossimo su una rampa di lancio pronti a partire per Marte – ipotesi tutt’altro che irrealistica – o per qualsiasi altra destinazione di cui per principio possiamo sapere solo poco, in un viaggio probabilmente senza ritorno, come immagineremmo la nostra esistenza, come individui e come specie, dopo quel salto nel buio del cosmo?

Sono sempre stato affascinato dall’idea dei viaggi interplanetari e interstellari. Forse perché, da storico, mi piace sondare l’inesplorato e il mistero, e mi piace anche l’idea della profondità. Il viaggio cosmico permetterebbe di sperimentare tutte queste dimensioni. Inoltre, dopo David Christian e la sua scoperta della “Big History”, sappiamo ormai come tutto, a livello storico, sia inestricabilmente legato. Non possiamo più disgiungere la storia umana dalla storia naturale, né queste due dalla storia dell’universo. Tutto ha avuto un inizio, un “Big Bang”, o forse molti, in ogni caso è nell’ambito dell’evoluzione cosmica che si deve ormai vedere la storia della specie umana, se è vero, come ha scritto Carl Sagan, che “siamo fatti della materia di cui sono fatte le stelle”. Da quel primo “piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità” che Neil Armstrong fece sulla Luna nel 1969, all’assemblaggio, nel 1998, della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) tuttora orbitante attorno alla Terra, al Programma Artemis, con cui la NASA farà atterrare la prima donna e il prossimo uomo sulla Luna entro il 2024, con lo scopo dichiarato di usare i dati raccolti per preparare la missione umana verso Marte, mai come oggi abbiamo la certezza che l’universo rappresenti ciò che di più sconosciuto e spaventoso, e perciò anche affascinante, esista: certamente la culla della vita e il futuro dell’umanità.

In una missione umana verso quelle profondità insondabili del cosmo, sarebbe un peccato perdere memoria di ciò che è stato. Il progresso è possibile se genera consapevolezza critica, in primis riguardo alle fatiche che servono a generarlo. Porteremmo con noi, certamente, la somma delle nostre esperienze personali e soprattutto di quelle condivise come specie: esattamente quelle che ci avranno permesso di arrivare a quel trampolino di lancio verso la piscina infinita del cosmo oscuro.

Da Ian Tattersall abbiamo appreso come umani non si nasce, ma si diventa. Attraverso evoluzioni di specie appartenenti allo stesso genere, dall’homo erectus che inizia a migrare nell’Africa orientale, all’homo sapiens, che si espande ovunque attraverso un corridoio mediorientale, l’homo colonizza via via tutte le terre emerse, avendo connaturata in se la propensione a cambiare, evolversi, espandersi, scoprire, in una parola a viaggiare verso l’ignoto, al contempo affinando le proprie capacità, propensioni, e necessità.

Pur in una evoluzione umana che ormai sappiamo essere stata policentrica, è proprio il corridoio mediorientale che si rivelerà di fondamentale importanza, poiché è in Medioriente che la culla della civiltà occidentale moderna si è accesa. Dalla scrittura alla città, dalla religione all’organizzazione statale, tutte le componenti base di ciò che chiamiamo civiltà appaiono, l’una dopo l’altra, segnando il passaggio dalla preistoria a ciò che definiamo Storia: iniziando con Uruk, la città primordiale dell’uomo, nella regione di Sumer. Suona quasi come una promessa che i primi templi di questi primi uomini storici avessero forma piramidale: proteso in gradoni successivi sempre più elevati verso il cielo stellato lo ziggurat prefigura già il trampolino di lancio da cui sia partiti, e forse l’obiettivo di oggi era già inscritto in quel primo alzare gli occhi al cielo dell’uomo mesopotamico. Così l’area sacra di Uruk, la parte originaria e più antica della città stessa, ha il nome di Eanna ovvero “casa del cielo”, e la dea Inanna o Ishtar che la abita è rappresentata da una figura a forma di stella. Sappiamo poi come l’elemento del cielo, dell’asse orientato verso l’alto e verso l’ignoto, del piramidale ascendente, sia una costante di molte civiltà, dagli Egizi ai Maya, e di come il mito cosmogonico dell’uovo cosmico sia presente ovunque, dalla Mesopotamia all’India, dall’Egitto alla Grecia, dalla Cina all’Africa, e oltre. Mircea Eliade ci ricorda come in questo mito uomo e cosmo siano inestricabilmente legati, anzi, come l’apparizione stessa dell’uomo “imita e ripete quella del cosmo”. Ecco che l’aspirazione da cui siamo partiti sembra essere presente come una scintilla incandescente nel cuore stesso della primigenia civiltà umana. Dallo stupore alla consapevolezza, dalla mitologia alla scienza, l’uomo ha ampliato le proprie prospettive e i propri strumenti, ma ha mantenuto la meraviglia di fronte all’ignoto, con l’irresistibile tensione a spingervisi sempre più dentro e a conoscerlo.

Assieme alla meraviglia e alla tensione verso la conoscenza, anche il senso dell’estetica ha certamente da sempre caratterizzato l’uomo, come mezzo per dare espressione all’insondabile. Dalle grotte dipinte di Lascaux, la cappella sistina del Paleolitico, alla vera Cappella Sistina nella Roma papale e rinascimentale, ai molteplici altri luoghi d’arte, di ogni epoca e natura, diffusi sul globo, l’uomo ha sempre cercato di esprimere se stesso, i propri desideri, le proprie paure attraverso la rappresentazione artistica. Se, come ha scritto Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”, quella bellezza, almeno un certo tipo di bellezza, prima impossibile, si realizza nel Rinascimento italiano. È nel Rinascimento che l’arte assurge a simbolo stesso della rinascenza dell’uomo, volto sì all’indietro verso i saperi e i modelli classici, ma solo per riceverne una spinta più potente che lo proietti verso il futuro. L’arte diventa allora mezzo di espressione della consapevolezza umana rispetto al proprio potenziale e alla possibilità di vedere e applicare prospettive nuove. Secondo Leon Battista Alberti l’uomo può fare qualsiasi cosa, se lo vuole davvero. E’ questa autoconsapevolezza della propria volontà che rappresenta la quintessenza dell’animo umano: autoconsapevolezza che nel Rinascimento viene ormai espressa, teorizzata, e che diventa lo strumento per misurare la perfezione, almeno ideale, dell’uomo. Come nell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, rappresentazione ideale delle proporzioni perfette, iscritte in forme geometriche definite, quadrato e cerchio, Terra e universo, ancora una volta, saldati insieme in maniera architettonicamente perfetta, come perfetta e armonica doveva essere qualsiasi costruzione, secondo i canoni romani di Vitruvio. Terra, universo, e uomo: anche questa sembra una rappresentazione significativa per ciò da cui siamo partiti, un ideale viaggio cosmico come simbolo della tensione dell’uomo verso conoscenza, ignoto e futuro. Inspiegabilmente arte e matematica si fondono in Leonardo, due facce della stessa medaglia, l’una come legge dell’uomo, della sua ricerca della perfezione, del bello, e la seconda, come si sa, legge dell’universo. Al centro, in questa visione rinascimentale, l’uomo.

La ricerca della perfezione e dell’armonia perfetta, del viaggio con una destinazione semplice e lineare, tuttavia, ce lo ricorda sempre la Storia, può essere soltanto teorica. E’ proprio la ricognizione dell’epoca rinascimentale a indicarcelo. E’ nel Rinascimento, quell’“epoca piena di speranza e promessa”, come scrive Matteo Palmieri, che il germe della paura genera il mostro peggiore: la convinzione che il male agisca nella Storia e che esso possa avere forme ben precise e individuabili. Ecco dunque comparire la strega. Soltanto l’ultimo di una serie di stereotipi o capri espiatori a cui, attraverso il tempo, è stata data la responsabilità di ogni male – Carlo Ginzburg ce li indicherà nel lebbroso, nell’eretico, nell’Ebreo – la strega rappresenta in realtà il fulcro di una esperienza tipicamente umana, legata al nocciolo primordiale della paura, e cioè all’inversione innaturale della genitrice che uccide la vita stessa e che trova i suoi antecedenti addirittura nell’epoca della culla della civiltà umana, con mostri, in genere femminili, che uccidono i bambini, come le mesopotamiche Lilith e Lamashtu: quest’ultima è significativamente chiamata “figlia del Cielo”, in quanto figlia del dio celeste An. Il cosmo verso cui l’uomo tende e da cui sente di provenire, la culla stessa della vita e la promessa del futuro serba in se la più arcana delle paure, quella del suo esatto opposto. Che paure ataviche di questo genere, poi mediate da stereotipi letterari classici della figura della strega, intrecciati a elementi folclorici medievali legati al volo notturno, al sabba, alla trasformazione animale, riemergessero esattamente nel Rinascimento, epoca di grandi scoperte e grandi viaggi sia culturali che geografici, e dessero vita a vere e proprie caccie alle streghe, ci da il senso della complessità della Storia e, in fondo, del vivere umano.

Non abbiamo dubbi che nel suo percorso verso il futuro e verso la propria evoluzione, l’uomo porti con se la sintesi e allo stesso tempo il germe di questa sua innata complessità, nella quale speranza e timore, razionalità e meraviglia, ricerca del bello e a volte del suo opposto, si fondono insieme in una inestricabile realtà che, come ci indica la fisica quantistica, è di per se stessa imprevedibile. Si tratta di quella intrinseca imprevedibilità, e quindi in fondo anche di libertà, che è il seme stesso della vita, e che è, senza dubbio, come la Storia continuamente ci mostra, una delle costanti del percorso umano attraverso il tempo, così come di ogni viaggio.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE storia

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