LA MENTE PLAGIATA E PLAGIANTE: LA SOPRAVVIVENZA DELLE STORIE E DEI NOSTRI CORPI

s-l640RICCARDO DAL FERRO

Le nostre storie sono sempre plagi, se è vero come diceva Borges che fin dalla notte dei tempi abbiamo raccontato solo tre storie: una d’amore, una di guerra e una di viaggio. Prendendo per buona la sottile accusa dello scrittore argentino, possiamo convenire su un fatto: che l’umanità ha sempre plagiato, copiato e manipolato se stessa, riproponendo in salsa fresca storie narrate da altri prima di noi.

Ma il plagio possiede curiosamente un secondo significato, più psicologico e sibillino. “Plagiare” infatti non significa semplicemente copiare, ma vuol dire anche possedere la mente altrui, modificare abitudini e mentalità. Il plagio è la cosa che si avvicina di più al proverbiale “lavaggio del cervello”, laddove i pensieri, la volontà e gli obiettivi di qualcuno si innestano nella mente più debole di una vittima, appunto, plagiata. Plagia il narcisista che vuol far credere al proprio partner di essere amato, quando invece i suoi obiettivi sono completamente egocentrici; plagia il medico che non vuol seguire i dettami etici per poter fruire del paziente come se fosse una cavia (il plagio di dr. House, per dire un esempio famoso e fittizio, ma fino a un certo punto); plagia il politico che si accaparra voti facendo credere ai suoi elettori di essere il salvatore della Patria, quando invece è soltanto un altro birbante.

Ma questi sono esempi facili poiché denotano mancanza di morale, cattiveria intrinseca e scarsa disponibilità all’empatia. In realtà, anche gli scrittori plagiano, ma non solo quando copiano i loro libri da scritti altrui: plagiano perché il loro è un atto di persuasione nel verso senso della parola. Allo stesso modo, i filosofi plagiano, quando usano l’arte argomentativa per far prevalere la propria prospettiva su quella dell’ascoltatore o interlocutore. E poco importa se il filosofo sia davvero convinto di stare dalla parte della ragione (ma di questo sono davvero convinti i filosofi?), l’importante è che l’argomento prevalga, convinca, e così si sostituisca alle precedenti convinzioni altrui.

In questo ganglio c’è il legame tra i due significati del plagio: copiare e manipolare, ripetere e sostituire. Non c’è dicotomia tra i due sensi della parola poiché tutti noi, da questo punto di vista, siamo contemporaneamente plagiati e plagianti, che ci piaccia o meno.

Il filosofo che voglia convincervi della bontà delle sue analisi (in questo caso comprendo anche me stesso nella categoria imputata) è plagiato. Lo è perché le sue idee non sono “nuove” né uniche e originali. Le sue convinzioni non sono tratte da un iperuranio che nessuno ha mai toccato prima, sono invece il frutto del rimescolamento di parole, visioni e prospettive che prima di lui avevano avuto la meglio su quelle alternative. Se oggigiorno un filosofo esprime un’opinione, ciò non deriva dalla sua genialità, ma dal fatto che quell’opinione, nella sua strana e indistricabile molteplicità e identità, ha percorso un sentiero impervio che l’ha fatta sopravvivere fino a lì, solo per prendere l’inattesa forma di un’argomentazione filosofica. La “verità” di quell’opinione, come direbbe Richard Rorty, non dipende da una sua intrinseca caratteristica, ma dal fatto che essa si è adattata meglio all’ambiente circostante, proprio come un animale, un organismo, una specie. E, proprio come un organismo, essa è composta da una serie di elementi tra loro connessi eppure indipendenti, che in quel contesto e con quella combinazione funzionano.

Prendiamo il caso di una diatriba tra un religioso e un ateo, o ancora meglio: tra un creazionista e un darwinista (visto che di selezione naturale applicata alle idee stiamo parlando). È assolutamente evidente che il trionfo di questa diatriba dipende da una serie di fattori che nulla hanno a che vedere con la veridicità delle loro opinioni: metti un musulmano e Richard Dawkins a discutere di ciò dentro una moschea, e nonostante la solidità del ragionamento del biologo inglese, sarà il religioso ad avere la meglio, “plagiato” com’è da una serie di storie che stanno alla base delle sue convinzioni e “plagiando” la mente di coloro che stanno ascoltando e che probabilisticamente sono più propensi ad accettare le sue analisi, rispetto a quelle dello scienziato. Inserisci il medesimo duello dentro un canale YouTube che parla di scienza, et voilà: il risultato si ribalterà decisamente a favore di Dawkins, altrettanto “plagiato” e “plagiante” del suo avversario, per quanto la mia simpatia possa pendere verso di lui.

Questo è il motivo per cui Borges era convinto che l’essere umano sia soltanto un tramite delle storie che gli preesistono, proprio come viene detto nel meraviglioso Big Fish, di Daniel Wallace: “A furia di raccontare le sue storie, l’uomo diventa quelle storie, ed esse vengono raccontate anche dopo che lui se ne sarà andato. E così, diventa immortale”. Non si tratta di un semplice espediente letterario: noi siamo letteralmente il tramite delle storie che stanno alle nostre spalle e che ci hanno, in qualche strano modo, “plagiati” e impregnati delle loro convinzioni, dei loro aspetti e delle loro peculiarità. Noi siamo il prodotto delle storie di cui siamo il perfetto ambiente, e tornando a Richard Dawkins, questo è il perfetto risultato della sua “memetica”: l’idea che la nostra cultura si evolva attraverso i “meme” (non quelli di internet, mi raccomando) proprio come la specie si evolve attraverso il “gene” (Il gene egoista, 1976).

L’errore sarebbe vedere in questa memetica una volontà, così come vediamo nella genetica un “intelligent designer”: non esiste alcun progetto, si tratta del meccanismo stesso con cui, facendoci portatori di eredità millenarie, permettiamo a pezzi di noi stessi (tanto intellettuali quanto organici) di sopravvivere nel tempo. Siamo quindi “plagiati” dalle storie, intellettualmente, e dai corpi, geneticamente, che stanno nel nostro passato ancestrale, che ci posseggono e ci formano, ci permettono di essere quel che siamo. E inevitabilmente, noi siamo spinti a “plagiare” la realtà che ci circonda: intellettualmente, attraverso la costruzione di storie che sono il risultato del rimescolamento operato sulla “memetica”, e fisicamente, attraverso la trasmissione di caratteristiche particolari che sono il prodotto della combinazione operato sulla “genetica”.

Qualcuno potrebbe obiettare: che noia, siamo solo ponti di altri ponti? Ma questo non è noioso, ci dà anzi uno strumento di straordinaria importanza: essere consapevoli di questo meccanismo e osservarlo in atto, cercando di essere all’altezza di quelle storie che ci attraversano, ampliando il nostro raggio d’azione e permettendoci, attraverso la comprensione, di selezionare con maggior cura quel che siamo oggi e quel che vogliamo che il mondo diventi domani anche grazie al nostro contributo, al nostro “plagio”. In fin dei conti, il fatto che memetica e genetica non possiedano una volontà e un intelligente architetto non esenta noi stessi dall’essere intelligenti e volenterosi, no?

In fin dei conti, anche questa è una storia ben radicata che faremo fatica ad estirpare nei prossimi tempi. Siamo l’ambiente perfetto per raccontare una storia sulla libertà, e raccontandoci di essere liberi, forse, possiamo scegliere meglio quali storie ci plageranno e come vogliamo plagiare la mente altrui. 

È tutta questione di consapevolezza.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA NARRATIVA

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