LA FELICITÀ CHE PLAGIA

210835819-44bc5d40-2a07-4057-b36b-f94e0dce88dbPIER MARRONE

Perché facciamo le cose che facciamo? Le risposte possono essere tante. In generale, però, le azioni che facciamo sono in vista di obiettivi, altrimenti sarebbero insensate. Ognuno di noi ha più di un obiettivo nella vita, ma è innegabile che se le cose vanno mediamente per il verso giusto noi sperimentiamo una sensazione di felicità.

Cosa sia la felicità è difficile dire ed è un problema che interessa la riflessione filosofica da sempre, perché uno dei problemi della filosofia è la risposta alla domanda “come devo vivere?”. Ma che la felicità sia una parte importante di questi obiettivi, pochi lo hanno messo in dubbio. Fai le cose che devi fare, perché non farle ti porrebbe in conflitto con te stesso, con gli altri, con i valori che tu ritieni importanti e con quelli che ritieni debbano essere condivisi con le comunità alla quali partecipi.

Forse pochi, però, porrebbero espressamente la felicità in cima agli obiettivi da perseguire. Non so bene perché questo accade; forse perché dire che si vuole essere felici pare una cosa un po’ troppo semplice; o forse perché ci sono risultati più importanti nella propria vita che la ricerca della felicità: ad esempio costruire una famiglia, raggiungere una posizione professionale e obiettivi di questo genere. Però queste cose per essere compiute è meglio incorporino una dose di felicità come componente fondamentale e non accessoria. Così la felicità farebbe parte delle esperienze significative normali. La prima frase del romanzo di Lev Tolstoj Anna Karenina lo indica molto chiaramente: “Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo.” La felicità è concepita da molti come componente normale o della propria vita o degli obiettivi da raggiungere, anche se non forse al primo posto.

Questo accadeva anche nella riflessione filosofica antica, dove, tuttavia, non c’erano le difficoltà che incontriamo noi a collegare strettamente l’etica alla felicità. Infatti, molte dottrine etiche antiche sono eudaimonistiche, ossia ritengono che lo scopo dell’azione morale sia precisamente il raggiungimento della felicità. Così si esprime, ad esempio, Aristotele nell’Etica Nicomachea, “Diciamo […] che ogni conoscenza e scelta tende a un qualche tipo di bene, qual è quel bene che noi sosteniamo essere ciò che la politica persegue, cioè qual è il bene pratico più alto? Ora, per quanto riguarda il nome vi è un accordo quasi completo nella maggioranza: sia la massa che le persone raffinate dicono che si chiama ‘felicità’, e credono che vivere bene e avere successo siano la stessa cosa che essere felici.”

Questa posizione di Aristotele è per noi sorprendente, perché addirittura situa la felicità al vertice dell’attività politica, anzi come il bene che la politica deve perseguire. Non so quanti di noi sarebbero pronti a dire che il fine della politica è rendere felici le persone. Anche questa distanza però fornisce materia di riflessione per mostrarci quando siamo lontani oramai da quella concezione, che vedeva la felicità come il risultato di processi complessi, che coinvolgevano la polis nella sua totalità. Aristotele è ovviamente consapevole che la concezione della felicità che qui introduce e che poi arricchirà è ben lungi dal non essere controversa. Le persone raffinate credono che essere felici significhi vivere bene e avere successo nelle proprie attività e che questo sia il segno della propria relativa eccellenza, ma molti invece pensano che la felicità consista nell’acquisizione di beni materiali; altri che sia la salute quando sono ammalati, o la ricchezza quando si è poveri; alcuni pensano sia qualcosa di tangibile, altri pensano sia un bene immateriale.

Che Aristotele pensasse alla felicità come il risultato atteso dell’azione politica per noi è soprendente, ma è davvero così sbagliato? La politica non dovrebbe occuparsi di rendere migliore la vita delle persone? Questa è una domanda in parte ingenua, perché, certo, non si può che rispondere affermativamente, ma questa risposta non esaurisce il dominio della politica che è lotta per il potere. Tuttavia, Aristotele poteva dare per scontato che la politica avesse a che fare con la produzione della felicità (mentre per noi una cosa del genere è quasi esorbitante), perché non distingueva come facciamo noi tra etica come analisi dei comportamenti doverosi in ambito pubblico e moralità come analisi dei comportamenti in ambito privato, né poteva quindi distinguere tra etica e politica, che per noi invece non sono domini sovrapponibili, per quanto tendiamo a pensare che in qualche area possano intersecarsi.

E poi noi saremmo subito inclini a chiedere: ma la felicità di chi? Perché per noi è difficile pensare alla felicità come a qualcosa che si prolunghi al di là di noi stessi, al massimo alla nostra famiglia non estesa, al massimo alla nostra partner quando viviamo dei momenti fusionali o siamo immersi in una quieta medietà senza preoccupazioni eccessive. Ma a chi di noi verrebbe in mente di parlare della felicità dell’impresa per la quale stiamo lavorando, dell’amministrazione statale per la quale stiamo prestando servizio, dei dipartimenti universitari nei quali facciamo ricerca (di solito attraversati da ampie meschinità che si traducono nel maggior sforzo possibile per creare danni agli altri da parte di individui profondamente infelici)?

La felicità però può emergere come rivendicazione politica in momenti storici dove si realizzano dei momenti fusionali che gli individui sperimentano di solito unicamente durante l’innamoramento. Questi momenti storici sono le rivoluzioni. Durante il periodo della rivoluzione francese la felicità è stata frequentemente al centro delle discussioni politiche e delle letteratura che le incendiava. È citata nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 e nel preambolo della Costituzione del 1793.

Condorcet, che oltre a essere un rivoluzionario girondino, poi caduto in disgrazia e ostracizzato da Robespierre e morto probabilmente suicida in carcere, era anche un intellettuale della cerchia degli Enciclopedisti e un matematico di valore, riteneva che il legame tra verità, virtù, felicità fosse stato stabilito dalla natura. E qualcosa del genere dovevano aver pensato i rivoluzionari che affossavano il vecchio ordine sociale anche sulla base di filosofie che si richiamavano a un felice e primitivo ordine naturale che era stato sconvolto dall’artificialità di una socialità basata sugli inganni delle caste e della proprietà privata.

A Condorcet si deve un teorema, il cosidetto teorema della giuria, che stabilisce che in una giuria che deve scegliere tra esiti alternativi, se i decisori sono egualmente competenti, ovvero se la loro probabilità di prendere una decisione corretta è superiore a 0,5, allora le decisioni collettive prese a maggioranza si avvicinano sempre di più a una probabilità di 1, se o le competenze dei decisori aumentano o aumenta il loro numero. Le decisioni corrette in ambito sociale, ossia vere, beneficierebbero quindi di una sorta di saggezza collettiva. Difficile non credere che Condorcet non pensasse anche a questo, quando legava tra di loro natura, virtù, verità, felicità. La felicità collettiva potrebbe essere il risultato di scelte politiche giuste.

Ma per noi tutte queste cose non sono al momento presenti in alcuna delle nostre esperienze e priorità. I motivi che si possono indicare sono tanti, ma credo che uno in particolare abbia una sua forza. Lo si può indicare come un vero e proprio cambio di paradigma che ha investito tutti i paesi occidentali da almeno cinquant’anni a questa parte e che ha posto al centro delle scelte sociali l’individuo. “Individuo” è di per sé una bellissima parola, perché richiama alla nostra mente i diritti individuali, l’eguaglianza nell’usufruire di questi diritti da parte di tutti, almeno in prospettiva, l’idea che una società che realizzasse il loro godimento generale sarebbe realmente una società più giusta.

“Individuo”, poi, significa “non diviso”, e anche in questo caso i rimandi sembrano essere ampiamente positivi. Chi è non diviso nella sua personalità, non è scisso in fratture dolorose, è mentalmente sano, ha una sua personalità da salvaguardare e rivendicare (la sua individualità appunto) al riconoscimento degli altri. Questa personalità vive nei suoi spazi di libertà. E ancora: difficile non associare all’individuo il concetto di autonomia, al quale tutti noi siamo così profondamente affezionati. Essere per sé stessi la fonte delle norme del proprio comportamento: questa è l’automia. Cosa c’è di meglio che essere padroni di sé stessi? Ma questa concezione che pone al centro della vita sociale l’individuo ha anche dei lati oscuri, perché come ogni concenzione che si impone nella storia, risponde pur sempre a degli interessi e produce delle esclusioni. Tutto questo impone uno sguardo maggiormente critico verso questa idea alla quale tutti siamo affezionati e alla quale probabilmente non possiamo fare a meno di essere affezionati.

Esiste un’intera filosofia che all’individuo si rivolge, ed è l’individualismo metodologico. Era questa filosofia che fece pronunciare a Margaret Thatcher, una leader tutt’altro che digiuna di filosofia, una frase divenuta famosa e per alcuni anche famigerata: “La società non esiste. Esistono gli individui e le famiglie”. Questa frase racchiude un’intera metafisica in effetti, che sancisce uno slittamento importante dall’idea che l’individuo è importante all’idea che gli individui sono gli unici enti realmente esistenti. Se c’è felicità deve essere per lui.

Ma la trama della realtà non è fatta da individui, bensì da relazioni tra individui. Sono queste relazioni che formano gli individui e sono perciò ontologicamente precedenti agli individui. Pensate al vostro percorso educativo nello studio, a come si è svolto nel corso degli anni, agli studenti che lo hanno condiviso con voi e con i quali magari siete rimasti in contatto, ai professori che avete detestato e ai pochi che avete ammirato e che sono rimasti un modello per voi. Sareste le persone che siete adesso senza questi incontri e al di fuori di queste relazioni? Queste relazioni sono state decise da voi? In una qualche misura certamente sì, ma sareste in grado di dire precisamente in quale misura? Le relazioni accadono il più delle volte senza che noi ce ne rendiamo conto. È dall’immersione in queste relazioni che dipende la nostra libertà e la nostra felicità. È anche evidente che se queste relazioni accadono, dobbiamo pur sempre metterci del nostro.

Per raggiungere uno stato abbastanza persistente di felicità o per essere felici di un risultato raggiunto che cosa deve accadere? Me lo sono chiesto ascoltando per la prima volta in vita mia un rappresentante degli studenti, che in una riunione del corso di studi di filosofia e storia dove insegno, attaccò un docente di filosofia con l’argomento che i libri proposti per il programma d’esame erano troppo difficili. L’aggressione era concertata, ne sono più che convinto, tuttavia era la prima volta che sentivo qualcosa del genere in una riunione ufficiale. Quali ne erano le implicazioni? Non è facile dirlo, ma forse qualcosa si può ricavarne a partire dalla sicurezza con la quale lo studente affermava il suo diritto di non essere costretto a studiare troppo, ovvero il suo diritto a superare un esame quale che sia, pretendendo che un programma fosse graduato sul suo livello di incompetenza.

Io credo che dietro tutto questo ci sia un modello di felicità, che la concepisce come uno stato al quale gli individui hanno diritto perché non essere felici genera sperequazioni. Ecco allora che tutte le situazioni dove sono in gioco prove in qualche modo impegnative devono essere lenite se non annullate, perché intereferiscono con il diritto individuale alla felicità.

Allo studente sovrappeso e con la felpa informe (non lo scrivo per bodyshaming, ma perché anche nel suo sovrappeso mi sembrava incapace di disciplina) che rivendicava il suo diritto a una felice ignoranza, avrei voluto ricordare la rete che Cristiano Ronaldo nel 2020 segnò di testa contro la Sampdoria con un’elevazione di quasi 2.70 metri, che non è nemmeno il suo record. Avrei voluto ricordarglielo non per il gesto atletico eccezionale, ma per la risposta che Cristiano Ronaldo diede all’intervistatore che gli chiedeva quale fosse il segreto di prestazioni del genere. In realtà, emerse che i segreti non erano uno, bensì tre. Ecco la sua risposta: “Mi alleno, mi alleno, mi alleno.”

La felicità non è vincere la lotteria (che spesso causa un’euforia tale da provocare scompensi cardiaci, come risulta da alcune ricerche), non è trovare un portafoglio gonfio di soldi per terra, non sono gli esami che ti vengono regalati all’università al fine di gratificare il tuo pigro parcheggiarti fuori dalla vita per ottenere un titolo che potrebbe non valere la carta sulla quale è scritto, ma è conseguire un obiettivo per il quale hai formulato un progetto. Questo obiettivo e questo progetto dicono qualcosa su di te e contribuiscono a modellare una personalità nella quale tu possa riconoscerti con soddisfazione, perché sono il risultato di uno sforzo. Quale soddisfazione puoi riceve da un esame universitario che ti è stato regalato? Puoi credere che questo sia il viatico alla felicità perché forse finora hai ottenuto tutto senza sforzo. Ma questo significa che le cose che hai ottenuto senza sforzo hanno scarso o nessun valore. È una felicità che ti plagia. È una felicità che fa di te un bamboccione. È una felicità che si prepara a fare di te un fallito.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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