FREAKS DANTESCHI: QUI VIVE LA PIETÀ QUAND’È BEN MORTA

thumbnail_large-1-7PAOLO CASCAVILLA

Dante non può uscire dalla selva oscura, deve accettare il consiglio di Virgilio: scendere giù, nelle profondità del male, per poi risalire verso la luce. Un viaggio pieno di insidie e pericoli. Dante racconta questa avventura alcuni anni dopo. I personaggi sono due: Virgilio e Dante.

Il paesaggio infernale si presenta oscuro, carico di dolore e sofferenze. Ci sono i guardiani e i dannati; e poi vermi, serpenti, scorpioni, draghi.tutti concorrono a tormentare le anime, travolte da bufere, dalla pioggia, nel fango, nel sangue. I guardiani sono esseri mostruosi, appartenenti alla mitologia classica, e i diavoli, gli angeli decaduti.

I due pellegrini sono aiutati ad attraversare fiumi, paludi, burroni da traghettatori sdegnati e irritati: Caronte, Flegias, Nesso, Gerione.

Minosse è il primo personaggio che assume tutti i tratti demoniaci e bestiali. Re di Creta e saggio legislatore, è il giudice delle anime: quando l’anima mal nata arriva, “tutta si confessa”, e lui, conoscitore dei peccati, “vede qual loco d’inferno è da essa; cignesi con la coda tante volte, quantunque gradi vuole che giù sia messa”. Possiede una coda smisuratamente lunga? Oppure si avvolge più volte con una coda normale?

Nel cerchio successivo i due pellegrini incontrano Cerbero, guardiano delle anime punite per “la dannosa colpa della gola”. Un enorme cane con tre teste, crudele e mostruoso, che “con tre gole caninamente latra, sopra la gente che quivi è sommersa”. Ha gli occhi rossi, la barba unta e sporca, il ventre largo, e con le mani “unghiate” lacera gli spiriti, li scuoia, li squarta, come si fa in macelleria; e così appaiono i dannati, bestie macellate. È  un cane smisurato, ma tutto il resto è segno di una umanità degradata, rinvia a una alimentazione smodata, eccessiva, scioperata. Cerbero viene acquietato da Virgilio che getta nelle gole fameliche pugni di terra.

Dante e Virgilio superano la “sozza mistura de l’ombre e de la pioggia”, attraversano la palude Stige e scorgono la città di Dite, dove si trovano le anime più “nere”. Il luogo è difeso dai diavoli. Virgilio cerca di convincerli a non ostacolare il viaggio, come aveva fatto con gli altri guardiani, ma non ci riesce. I diavoli sono angeli decaduti, riottosi e superbi. Deve intervenire qualche altro, inviato dal cielo, ad allontanarli. Appaiono, però, sulle torri altre figure mostruose e ostili. “Tre furie infernali di sangue tinte”, con sembianze femminili, ma avvolte da idre, e serpenti al posto dei capelli. Sono divinità mitologiche della vendetta e del rimorso. Gridano invasate e folli e invocano la presenza della Medusa, uccisa da Perseo, ma la testa staccata conserva il potere di pietrificare chi la guarda. “Lo faremo di smalto”, urlano. Virgilio è spaventato. “Girati” – grida a Dante – chiudi gli occhi!”. Non fidandosi, lui stesso gli copre la faccia con le mani.

Dopo aver attraversato il cerchio degli Eretici, entrano in quello dei violenti, immersi nel Flegetonte, un fiume di sangue. Il guardiano è il Minotauro. “L’infamia di Creta concepita nella falsa vacca”, costruita da Dedalo, perché Pasifae, regina e moglie di Minosse, invagatisi di un toro bianco, potesse soddisfare il suo innaturale desiderio. Il Minotauro, metà uomo e metà toro, è rinchiuso nel labirinto, e lì Teseo lo uccide. Manifesta rabbia scomposta e impotenza repressa, non potendo impedire il passaggio dei due poeti. Nella violenza volontaria e premeditata la ragione è degradata a un uso bestiale, e il Minotauro con il corpo di bestia e il capo umano ne è l’emblema.

I Centauri, creature mitologiche, metà uomini e metà cavalli, fanno la guardia perché i peccatori non emergano dal sangue bollente, ed è uno di essi, Nesso, a portare i due pellegrini oltre il lago di sangue. Sull’altra riva trovano un bosco strano, senza foglie verdi e frutti, con rami contorti e intricati.Qui fanno i loro nidi le “brutte Arpie”, creature mostruose, dalla doppia natura, umana e animale. “Ali hanno late, e colli e visi umani, piè con artigli, e pennuto il gran ventre”. Dante in questo bosco irreale sente lamenti, grida di dolore.spezza un ramo.Escono sangue e parole: “Perché mi spezzi? Uomini fummo, ora siam fatti sterpi”. Siamo nel cerchio dei suicidi e Dante dà voce a Pier delle Vigne, accusato ingiustamente di tradimento verso l’imperatore Federico II. L’umiliazione subita e la rabbia per una colpa non commessa (“mai non ruppi fede al mio signore”), sono tali da spingerlo a uccidersi. Le anime dei suicidi, racconta, sono scaraventate da Minosse nel settimo cerchio, e germogliano come piante; le Arpie si cibano delle foglie, “fanno dolore, e al dolor finestra”. Una colpa che continua anche dopo il Giudizio universale. Le anime torneranno sulla terra per riprendersi le proprie spoglie terrene, ma non si uniranno ad esse. I corpi resteranno appesi per sempre alle rispettive piante.

I due poeti attraversano la landa infuocata dei peccatori contro natura e contro Dio e giungono ad un burrone. “Ecco la fiera dalla coda aguzza, che passa i monti e rompe i muri e l’arme! Ecco colei che tutto il mondo appuzza”. È  la “sozza immagine” della frode. Ha il volto di uomo giusto, buono, gli artigli sono di leone e il corpo di serpente. Ispira fiducia, inganna coloro che si fidano e li colpisce con il pungiglione della sua coda. Ha le zampe pelose fin sotto le ascelle, e sul corpo di rettile tanti disegni e ricami, simili ai tappeti orientali. Dante e Virgilio salgono su Gerione, che li porta giù, nell’ottavo cerchio, diviso in tante bolge. I Seduttori, gli adulatori, i simoniaci.

Gli indovini procedono, quasi in processione. Tutti gli spiriti, tra il mento e l’inizio del torace, hanno il volto girato dietro le spalle. Questi dannati che hanno preteso di vedere il futuro sono ora costretti a camminare all’indietro. Un peccato grave che si basa sull’idea che l’uomo possa conoscere l’imperscrutabile disegno divino, negando così il libero arbitrio. Dante quando vede l’immagine umana così “torta”, le anime che piangono e le lacrime che scorrono lungo la schiena e la fessura delle natiche, non riesce a trattenere la commozione. Virgilio lo rimprovera. “Ancor se’ tu de li altri sciocchi? Qui vive la pietà quand’è ben morta”.

I diavoli sono guardiani e carnefici, ma anche buffoni. Nella quinta bolgia vigilano con i forconi sui barattieri, immersi nella pece. Se qualcuno cerca di emergere, essi lo “attuffano”, come fanno i servitori che immergono la carne nel sugo. C’è chi vuole punzecchiare il pellegrino Dante, altri portano anime nuove dalla terra, tenendole per i piedi, altri, ingannati da uno spirito si scontrano tra loro e cadono nella pece. Poi quando devono muoversi, il capo Malacoda fa “col cul trombetta”. È  il modo per dare il segnale. Si divertono, come nei lager i carnefici, che si sforzano di soffocare la pietà. Provare pietà significa rendersi colpevoli di una debolezza, inaccettabile e intollerabile quando si serve una causa.

La bolgia dei ladri è dominata dai serpenti. Gli spiriti scappano, cercano rifugio, i serpenti si aggrappano ad essi, li circondano e li legano, li mordono e così li inceneriscono. Dante incontra Vanni Fucci, ladro sacrilego di Pistoia. I due dialogano e si scontrano, Fucci predice l’esilio a Dante solo per procurargli dolore, poi fa un gesto osceno verso Dio. Viene immobilizzato e zittito dai serpenti. “Da indi in qua mi fur le serpi amiche”, il commento di Dante.

Infine le metamorfosi. Un serpente con sei piedi si avvicina a un’anima. Coi piedi di mezzo si avvinghia, come un’edera, alla pancia e con gli anteriori si lega alle braccia, pone le zampe posteriori lungo le cosce, stendendo la coda dietro per le reni. Poi si appiccicano come calda cera, e mischiano il loro colore. I due capi si uniscono, e appaiono due figure miste in una faccia “dove erano due perdute”. Le braccia, le cosce e il ventre diventano membra che non furono mai viste. Ogni primitivo aspetto era cancellato: due e nessuna l’immagine perversa pareva.così questa nuova figura si allontana camminando lentamente.

Dante non fa in tempo a riprendersi, ed ecco arrivare un serpentello, morde l’ombelico a un’anima e poi cade disteso ai suoi piedi. Si guardano fissi, l’uno in piedi e l’altro per terra, attraverso la ferita e la bocca esce un fumo che si confonde. La forma umana e quella animalesca si scambiano. Il serpente divide la coda in due, l’uomo unisce le cosce. Da una parte appaiono le gambe e dall’altra la coda di serpente. La pelle in uno diventa molle e nell’altro dura. Le braccia entrano nelle ascelle e i corti piedi del serpente si allungano, quelli posteriori insieme attorti diventano il membro che “l’uom cela”, mentre da quello del misero si formano due zampette. Il fumo genera un colore nuovo, l’uno si pela, l’altro si dipela. L’uno si leva in piedi e l’altro cade giù, senza mai stornare gli occhi stregati. Resta il muso. Quello che era diritto si ritira verso le tempie, e una parte della materia in eccesso forma le orecchie, il naso e ingrossa le labbra. Quello che giace a terra allunga il muso, ritira le orecchie come la lumaca fa con le corna. La lingua dell’uno si biforca, quella forcuta del serpente si riunisce. Il fumo finalmente svanisce. Il serpente se ne va sibilando, la nuova figura umana si allontana parlando, e sputa.

Nell’Inferno le anime subiscono pene (legge del contrapasso), che corrispondono al peccato commesso per similitudine o contrapposizione. Nella “settima zavorra” gli uomini vengono cancellati, disfatti. Dante resta sgomento, confuso,

Dopo aver attraversato altre bolge del cerchio dei fraudolenti, nella nona incontrano gli scismatici. Se i morti delle guerre antiche esibissero le membra ferite, le parti amputate, tagliate, mozzate non eguaglierebbero la visione di quelle anime. Un’anima appare con un taglio verticale dal mento fin dove si “trulla”, e tra le gambe pendono le minutaglie, si vede la corata e il triste sacco dove diviene “merda” quello che si trangugia. È Maometto così squarciato, davanti a lui c’è Alì, con il volto spaccato dal mento ai capelli. Un diavolo li concia così. Le ferite si richiudono prima che ritornano davanti a lui. Gole forate, lingue, nasi, orecchie mozzati. Poi avanza un corpo che porta avanti in mano, “a guisa di lucerna”, la testa recisa, alla quale per parlarci Dante si accosta. È Bertran de Born, che mise discordie tra il re Enrico II d’Inghilterra e suo figlio.

Ci avviciniamo al fondo. I due pellegrini attraversano il cerchio dei falsari del denaro e delle persone. Lo spettacolo è simile a quello di città piene di lebbrosi e di appestati. In lontananza vedono delle torri. Sono i giganti. Ora estinti. Sono i perdenti senza colpa, scomparsi per il destino assegnato da Dio. Nembrot, Efialte, Prometeo, Anteo, che accoglie i due poeti nella mano e li deposita sul lago Cocito.

Camminano sul ghiaccio, nel quale sono congelati tanti corpi. Affiorano le teste, Dante ne calpesta una. “Perché mi calpesti? Se tu non vieni ad accrescere la punizione per Montaperti” A quella parola Dante si ferma, vuole sapere chi è, il nome. Lo afferra per i capelli, gli strappa una ciocca. È Bocca degli Abati, un guelfo passato ai ghibellini proprio nella battaglia. Dante al vincitore di Montaperti, Farinata, riconosce grandezza e dignità, ma per il “malvagio traditore” nessuna pietà.

Nel regno del ghiaccio si presenta la scena più spaventosa, orribile: il fiero pasto del conte Ugolino che mangia la testa dell’arcivescovo Ruggieri. Ugolino racconta tra le lacrime la fine sua e dei figli e nipoti, nella torre pisana della Muda, condannati a morire di fame. “Poscia più che il dolor poté il digiuno”. Ugolino è il vertice della sofferenza, dell’odio, dell’amore paterno, del tormento per il supplizio degli innocenti.Non c’è più spazio per il dolore, la pietà.“Ahi Pisa, vituperio delle genti…”. Dante è chiamato da un’anima che, scambiandolo per un dannato, gli chiede di toglierli la crosta delle lacrime ghiacciate. Accetta a condizione che gli dica il nome. È frate Alberigo, che uccide fratello e nipote, dopo averli invitati a una festa. L’anima sta già qui, ma lui è sulla terra. Dopo il delitto le anime di questi dannati precipitano nell’Inferno, un diavolo ne prende il posto, e il corpo vive, mangia e beve, dorme e veste panni. Dante, sprezzante e disgustato non lo accontenta.

Eccolo infine, Lucifero, l’imperatore del regno del dolore senza fine. Di smisurata grandezza. Emerge dal lago gelato di Cocito da mezzo il petto in su; il resto del corpo si sprofonda in uno stretto buco. È tanto alto che un gigante è più piccolo di un solo suo braccio. Il capo ha tre facce, strette in un’unità. Lucifero si contrappone a Dio. Uno e trino. Una trinità materiale, mostruosa. “Sotto ciascuna faccia escono due grandi ali. non di penne, ma di pipistrello”. Lucifero piange, con sei occhi, e per tre menti gocciola il pianto e bava sanguinosa. Stritola in ciascuna bocca un peccatore. Lucifero fino all’anca è immerso nel nostro emisfero, dall’anca fino ai piedi nell’altro. Virgilio prende sulle spalle Dante, si aggrappa agli enormi peli di Lucifero, scende fino al centro dell’terra e poi risale verso l’emisfero delle acque dove si trova la montagna del Purgatorio.

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA MITO

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