GERARCHIZZARE L’ANIMALE

3658339290_867371ea49_bPIER MARRONE

Nel 1935 la Germania è oramai nazista. Hitler ha conquistato il potere attraverso elezioni democratiche, un avvenimento che qualcosa dovrebbe dire a coloro che pensano che la democrazia sia un valore. Il nazismo progetta il dominio feudale sull’Europa occidentale, secondo i sogni politici di Hitler e quelli politici e religiosi di Himmler (che voleva rivivificare una religione pagana alternativa e nemica del cristianesimo) e l’espansione a Est, che Hitler, appassionato dei romanzi western di Karl May, vedeva come il Far West. Non c’è nulla di segreto. È tutto consegnato nel verboso programma politico del Mein Kampf, che Hitler ha scritto durante i pochi mesi di prigionia nella prigione di  Landsberg am Lech, dopo il fallimento del putsch di Monaco.

Non c’è nulla di segreto nemmeno nell’antisemitismo del movimento nazista e nell’identificazione dell’ebraismo con il comunismo che ha preso il potere nell’Unione Sovietica. Non c’è nessun segreto nel biologismo che anima il nazismo che vede la costituzione degli esseri umani come una scala gerarchica a base razziale. Al vertice stanno i popoli del Nord e i tedeschi in particolare, poi i latini, che i nazisti non avevano in simpatia (sebbene Hitler fosse un ammiratore di Mussolini), poi i subumani che abitano a Est, come i polacchi e i russi, poi in fondo alla scala razziale gli ebrei.

Che cosa è un essere umano? Per i nazisti non basta la comunanza di un’identica morfologia, il possesso di una identica capacità linguistica, lo stesso bagaglio di capacità emotive per dire che due individui simili fanno parte della razza umana. Ciò che conta è la prossimità  al sangue tedesco. Polacchi e russi ne sono molto distanti e sono destinati a essere gli schiavi del nuovo impero millenario che a Est sazierà la sua fame di spazio vitale. Sono anche destinati a estinguersi.

Gli ebrei sono qualcosa di ancora ben  diverso. Non soltanto gli ebrei non hanno nulla a che fare con il sangue tedesco, sebbene siano in grado di inquinarlo pericolosamente (ma il sangue tedesco diluito in altre popolazione può essere nuovamente vivificato. Questo è il motivo per cui le SS si diedero da fare per sottrarre alle famiglie bambini biondissimi nei territori occupari). Gli ebrei non hanno nulla a che fare con l’umanità. Sono un veleno, che può essere unicamente estirpato, se le razze superiori non vogliono estinguersi e ammalarsi nel meticciato.

Questo biologismo nazista, rozzo come tutti i biologismi che spiegano che quello che pensi dipende dalla tua pelle, dal tuo naso o dal tuo genere sessuale, li vede come un bacillo che si diffonde sempre di più. Nell’aprile del 1943, quando i nazisti sono stati sconfitti a Stalingrado ed è chiaro che la guerra è perduta, Himmler così si esprime di fronte ad altri ufficiali delle SS: «Con l’antisemitismo è né più né meno come con lo spidocchiamento. Non è una questione filosofica, i pidocchi si rimuovono. È una questione di igiene. E noi ormai siamo quasi spidocchiati. Ci sono rimasti soltanto 20000 pidocchi, poi per loro sarà finita in tutta la Germania».

Quindi i pidocchi: sono dappertutto e rendono la vita impossibile ai soldati al fronte, afflitti da dissenteria e scabbia. Le schiave che ne campi di concentramento lavano e stirano le camicie dei superuomini delle SS, mettono i pidocchi sotto i colletti degli indumenti immacolati, sperando che i loro proprietari contraggono il tifo esantematico. A cosa servono i pidocchi? A nulla. Adorno scriveva nei Minima moralia. “Come gli ebrei non hanno nessuna funzione positiva e possono, debbono essere sterminati. Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono ‘more’, ‘sudice’, dago [termine spregiativo dello splang americano per indicare ispanici e italiani]. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori.”

Le testimonianze raccolte dagli storici sono concordi sul fatto che  per poter sterminare ebrei e altri gruppi minoritari o per fare piazza pulita dei commissari politici dell’esercito russo occorreva attivare uno schema di percezione sociale che tentava di fare vedere le vittime o come animali (i selvaggi, i negri, i cinesi, i giapponesi che assomigliano a scimmie) o come meno che umani e ai margini dello stesso mondo animale (i polacchi, i russi, gli ebrei).

Tuttavia, nell’universo biologico fortemente gerarchizzato dell’ideologia nazista e delle sue promesse di rinascita di una religione pagana basata sui miti nordici non tutti gli animali sono uguali naturalmente. Il nazismo esaltò il lupo. Il quartier generale di Hitler nella Prussia orientale si chiama tana del lupo, in Belgio gola del lupo, in Ucraina Werwolf (lupo mannaro). Il lupo è concettualizzato come il cane primigenio che si aggirava nelle foreste tedesche, che esaltavano il suo istinto da predatore, quell’istinto che la guerra esalterà anche nelle truppe tedesche (e certamente non solo in quelle), portandole alla vittoria. Il lupo diverrà l’animale totemico del nazismo. Hitler agli inizi della sua carriera politica si registra negli alberghi come Herr Wolf, firma delle lettere con questo nome, nella sua cerchia ristretta talvolta viene chiamato così. I contadini la pensano diversamente, perché il lupo uccide il bestiame domestico. Nel 1911 è abbattuto l’ultimo lupo dell’Alsazia. Un animale totemico alla cui tutela i nazisti rinunciano per non alienarsi le simpatie, il sostegno elettorale e il denaro di contadini e allevatori.

Quando nel 1944 gli Alleati inizieranno l’avanzata verso la Germania, Himmler istituirà i gruppi paramilitari Werwolf per azioni di sabotaggio dietro le linee nemiche, ribadendo, e certamente non è solo retorica, la natura predatoria del nazismo. Goebbels, ministro per la propaganda nel 1945, quando la Fortezza Europa, come il nazismo chiamava l’Europa occupata dalle sue truppe, oramai è ridotta a Fortezza Germania, incita i tedeschi a una resistenza che può concludersi solo con la morte con queste parole: “Il lupo mannaro si fa giustizia da sé e decide della vita e della morte”.

Che il nazismo sia tanatologico lo si conferma sino alla fine. Blondie, la femmina di pastore tedesco che Hitler venerava e della quale era anche ossessivamente geloso, viene avvelenata con il cianuro prima che Hitler spari prima a Eva Braun e poi si suicidi, mentre l’Armata Rossa è a pochi metri dalla Cancelleria del Reich.

Gli animali hanno importanza unicamente se sono funzionali al nazismo e non hanno un valore in sé. Sono anche strumento di lotta politica, come accade ad esempio per i gatti. Mentre per il lupo si innalza il totem della prossimità predatoria, che coinvolge anche il pastore tedesco (del quale però si enfatizzano le doti di obbedienza e fedeltà) per il gatto la situazione è più complessa. Alcuni pensano sia una bestia tipicamente ebraica per la sua natura nomade e perché si ritiene sia giunto dall’Asia. Esiste, però, anche una associazione nazista di protezione e tutela del gatto.

Viktor Klemperer, professore di filologia dell’università di Dresda, nel 1935 viene privato della cattedra universitaria perché di origini ebree. Sopravviverà all’Olocausto solo perché sposato con una donna ritenuta ariana dai nazisti. Sopravviverà anche fortunatamente alla tempesta di fuoco (il massiccio bombardamento aereo alleato che distrusse il centro storico di Dresda, causando forse 40mila vittime civili) del 1945. Affronterà un decennio di continue persecuzioni, non riuscendo a fuggire dalla Germania. A questo decennio che lo priva della sua vita di studioso, Klemperer reagisce compilando un diario, che pubblicherà dopo la guerra, Lingua Tertium Imperium, la lingua del terzo Reich, che documenta attraverso l’analisi di alcuni lemmi, la perversa manipolazione linguistica del nazismo, indispensabile alla costruzione di un regime totalitario. Si prenda l’aggettivo fanatisch. La sua connotazione è stata sempre negativa. Anche quando si parla di qualcuno come fanatico di una disciplina scientifica o di una pratica artistica nella quale eccelle, “persino da questa lode traspare sempre la constatazione che lo scomparso è vissuto in uno splendido isolamento, penosamente inavvicinabile.” A nessuno prima del nazismo sarebbe venuto in mente di usare l’aggettivo in un senso positivo. Il senso negativo è talvolta presente anche nel Mein Kampf di Hitler, quando, ad esempio, Hitler irride i “fanatici dell’obiettività”. Fanatici sono i comunisti, che praticano un’ideologia che trasforma gli uomini, appunto, in fanatici esecutori di un’ideologia contraria al gerarchismo biologico, che per i nazisti è presente in natura, come viene scritto nell’agiografia di Erich Gritzbach, Hermann Göring: l’opera e l’uomo. Tutto questo è persino comico perché tutta l’opera di indottrinamento nazista è basata sull’intensificazione del fanatismo. Bisogna essere fanaticamente coraggiosi, fanaticamente devoti al Reich, fanaticamente devoti al Fürher. Più oltre nella stessa agiografia, Göring è descritto come “fanatico amante degli animali”. Fanatico significa oramai appassionato e il Feldmaresciallo è un amabile personaggio che ha a cura il benessere degli animali. “Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”.

Klemperer è quello che noi definiremmo oggi un animalista. Anche qui l’ostracismo totalizzante dei nazisti non esita a colpirlo. Infatti, viene espulso dall’associazione per la tutela dei gatti perché ebreo e gli si impedisce di pagare le sue quote a protezione dei suoi amici felini. “Non c’era più posto per quegli animali che, dimentichi della purezza della razza, continuavano a rimanere in casa di ebrei. Più tardi ce li tolsero, anche, i nostri animali domestici: gatti, cani e persino canarini vennero portati via e uccisi, non in casi isolati o per spregio a opera di singoli, ma per ordini superiori e con sistematicità; ecco una delle crudeltà di cui non si è parlato in nessun processo di Norimberga e per le quali, se potessi, rizzerei una forca alta quanto una torre, dovesse costarmi la salvezza eterna.

Klemperer e sua moglie Eva vengono sfrattati dalla loro casa e condotti in uno degli edifici appositamente dedicati alla permanenza degli ebrei. Questa permanenza, Klemperer lo sa, non può essere che temporanea, anche se la moglie ariana costituisce la sua assicurazione per la vita, almeno al momento. Con loro conduce una ignara vita clandestina l’amato gatto Mujel, che pare essere l’unica barriera che separa la moglie da una devastante depressione. Ma Mujel è anche il simbolo di una resistenza interna per Klemperer. “La coda felina issata è la nostra bandiera […] Noi non la ammainiamo, proseguiamo a testa alta e salviamo a tutti i costi la bestiola”. Mujel, è chiaro, non sa di essere un vessillo e per un certo periodo la fortezza estrema della disperata resistenza dei coniugi Klemperer. Ma perché lo è? Credo perché Klemperer vi vede la promessa di una quotidianità ripristinata fuori dalla follia nazista.

In Essere e tempo, il capolavoro giovanile di Heidegger, l’animale non sembra avere grande spazio. Il centro di quell’opera è quell’ente in grado di porsi la domanda sul senso dell’essere e per quanto ne sappiamo questo ente è soltanto l’uomo. Porsi la domanda sul senso dell’essere, ossia sul significato di ciò che esiste, sul valore della propria esperienza e sulla sua consistenza effettiva è qualcosa che si può fare solo esercitandosi a tenere una certa distanza. L’animale non ne è capace. Il modo in cui è da intendersi l’esperienza dell’animale è un problema aperto, dice Heidegger. Sembra una affermazione di cautela e in parte sicuramente lo è, ma subito dopo Heidegger qualifica l’animale come “semplicemente vivente”, Nur-lebenden, che vive la vita allo stato puro e semplice ed è incapace di porsi a quella distanza che consente di porre la domanda sul senso dell’essere. Rimane indeterminato se un essere semplicemente vivente possa fare l’esperienza che facciamo noi che viviamo nel tempo, che siamo capaci di comprendere che esiste un passato e un futuro, che c’era un’altra vita prima del nazismo, che possiamo immaginare cosa sarebbe stata l’Europa se i nazisti non fossero stati fermati a Stalingrado dall’Armata Rossa. Che cosa poi voglia dire “semplicemente vivente” Heidegger non lo spiega, né spiega perché questo dovrebbe essere un criterio di gerarchizzazione.

Dopo Heidegger, la ricerca sul comportamento degli animali ha fatto dei progressi enormi e fra gli scienziati oramai non ha più credito la credenza che gli animali non siano capaci di pensieri complessi e non abbiano una vita mentale ricca. Molto spesso la loro vita è segnata da noi, che siamo chiamati a scegliere per loro, ad esempio quando, come si dice con crudele eufemismo, li addormentiamo per risparmiare loro le sofferenze di una malattia terminale. Anche Klemperer fu chiamato a decidere per Mujel. Gli sgherri nazisti sono alle sue calcagna e i coniugi Klemperer decidono di addormentarlo con l’aiuto di un veterinario compiacente. La sua ultima cena li vede privarsi della loro razione di carne, molto scarsa, per onorare con un degno saluto il loro amico.

Si dice che i nazisti promossero quelle che in Europa erano al tempo le leggi più avanzate per la protezione della fauna selvatico e contro la crudeltà nei confronti degli animali. La loro produzione legislativa in questo campo fu sostanzialmente accolta dalla Repubblica Federale Tedesca e poi dalla Germania riunificata. Ma questo non era il sintomo del riconoscimento del valore in sé dell’animale. L’animale aveva senso solo strumentalmente, ad esempio perché le sue qualità predatorie potevano essere di valore pedagogico, come accadeva nel caso del lupo, oppure perché rimandavano alle virtù eroiche e guerriere dei combattenti, come nel caso del cavallo.

La guerra tecnologica, il Blitzkrieg realizzato grazie ai prodigi tecnici dei carri armati e dell’aviazione fu in gran parte un mito alimentato dai nazisti stessi. L’Operazione Barbarossa con la quale si attaccò l’Unione Sovietica non sarebbe stata possibile senza l’impiego di centinaia di migliaia di cavalli, destinati a morire la gran parte per la fatica, il freddo, le pallottole, irrigiditi dal gelo e sventrati con le granate e trasformati in cibo dai soldati tedeschi nella trappola di Stalingrado. Come scrisse lo storico Reinhard Koselleck “non si vinse la guerra con i cavalli. Figuriamoci senza”. Così quando nel 1980 a Monaco l’ex generale della Wehrmacht Dietrich von Saucken inaugura il monumento al cavallo, non si celebra l’animale, ma i militari morti in battaglia. Il cavallo è un simbolo bellico al quale, come voleva Heidegger, viene negato un mondo. La sua esistenza riceve significato dal mondo dell’uomo.

L’animale non ha un mondo. Il pregiudizio gerarchico si estende ben prima e ben al di là del nazismo, nel quale ne troviamo un esempio del tutto fuori controllo, ma questo pregiudizio è quello per il quale dovrebbe esistere un solo mondo degno di essere conosciuto e nel quale fare le esperienze più complete, ossia il mondo della specie umana. Il filosofo Peter Godfrey-Smith nel suo libro Altre menti dedicato all’intelligenza dei cefalopodi (calamari, seppie e polpi), forse quanto di più vicino possiamo sperare di incontrare a un’intelligenza aliena, ragionando sul fatto che i polpi hanno una massa notevole di neuroni nei tentacoli, conclude che potrebbero non avere bisogno di un sistema di controllo centralizzato come la nostra coscienza. Lo scienziato cognitivo Stanislas Dehaene nega che gli animali abbiano qualcosa che possa essere assimilato a una coscienza umana perché sarebbero privi della capacità di vedere il mondo come un tutto, ossia di avere una visione del mondo. Ma chi potrà mai essere certo che  la capacità umana di comporre una “visione del mondo” unificata sia una delle condizioni necessarie per avere una coscienza in generale e sia una cartteristica della quale, in modalità per noi incomprensibili, non siano dotate anche alcune specie animali? Perché continuare a pensare che la coscienza sia un problema di “tutto o niente”, mentre potrebbe essere una questione di gradazioni, che compongono visioni diverse dell’esperienza? Quanta ingenuità e quanta violenza sono necessarie a comporre l’ordine gerarchico ideologico e politico di un unico mondo dove ci sono alcuni che stanno in alto e al fondo ci sono i freaks, i devianti, le abberazioni?

“Octopus dance” by Morten Brekkevold is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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