PALINTROPOS HARMONIE: LEIBNIZ E UN ESEMPIO DI PRATICA DELL’ARMONIA

e2dead159a5a43293ec2d651ac238fc3_ef6789d37312a419ff1b4ae0b021ab76FABIO CORIGLIANO

1.Gottfried Wilhelm Leibniz ottenne il baccalaureato in legge a Lipsia nel 1665, e la licenza di laurea ad Altdorf nel 1667. Trasferitosi poco più che ventenne a Norimberga, dove svolse la funzione di segretario di una società di alchimisti alla quale, a quanto pare dalla sua testimonianza, riuscì ad accedere attraverso la scrittura di alcune lettere incomprensibili all’uopo redatte, si recò a Francoforte e poi a Magonza onde intraprendere un viaggio in Olanda, cosa evidentemente in voga all’epoca tra i neolaureati, e lì per un caso fortuito prese contatto con il barone Johann Christian von Boineburg, grazie al quale fu introdotto alla corte dell’elettore e principe arcivescovo Johann Philipp von Schönborn, che lo incaricò di collaborare con Hermann Lasser, giurista e consigliere di corte, alla riforma del corpus juris. Questo incarico e la fitta rete di relazioni di cui disponeva Boineburg, permisero al giovane Leibniz di farsi conoscere dai personaggi più influenti dell’epoca, respirando il clima ecumenico della corte di Magonza, e maturando la maggior parte dei progetti a cui dedicò il resto della vita.

Non ancora trentenne, dopo averne letto quasi tutte le opere allora diffuse, Leibniz decise di scrivere una lettera a Thomas Hobbes il 13 luglio 1670 (il 13 secondo il calendario gregoriano, il 23 stando a quello giuliano) appunto da Magonza. Hobbes allora aveva ottantadue anni, e aveva già scritto e pubblicato la maggior parte delle sue opere: la traduzione di Tucidide, il De Cive, il Leviatano, il De Corpore, il De Homine, aveva già discusso con il vescovo Bramhall di libertà e necessità, ed era evidentemente una delle autorità più seguite in un vasto orizzonte di studi che andavano dalla fisica alla politica.

La lettera era stata spedita a Heinrich Oldenburg, che in quel tempo era uno dei due segretari della Royal Society of London, proprietario e editore di Philosophical Transactions, rivista ufficiale della medesima Società, che avrebbe dovuto occuparsi personalmente di farla giungere a Hobbes. In essa il giovane Leibniz cercava di conquistare le grazie dell’anziano filosofo inglese, proponendogli un excursus nei campi scientifici dallo stesso trattati, dalla filosofia politica alla filosofia naturale, alle scienze. A quanto pare la missiva non fu probabilmente mai consegnata da Oldenburg a Hobbes, nonostante le rassicurazioni dallo stesso inviate a Leibniz. Presumibilmente Oldenburg cercò di evitare la relazione tra Leibniz e Hobbes, che sarebbe nuociuta a Leibniz stesso, dal momento che in quel periodo Hobbes era impegnato in una disputa con John Wallis, potente e influente membro della Royal Society. Nell’edizione critica delle opere leibniziane si legge che il motivo per cui si può immaginare che Hobbes non abbia mai ricevuto la lettera risiede nel fatto che la stessa è stata ritrovata tra le carte dello stesso Oldenburg in una cartella recante il titolo “Apographum literarum scriptarum Dn. Hobbesio, quae obsignatae non fuerant, et meis inclusae”.

  1. Ma quali erano esattamente i sentimenti che covavano nella mente inquieta di Leibniz?

Si può provare a immaginare un percorso, proprio a partire dalla prima lettera a Hobbes, incrociando ciò che il giovane Leibniz andava scrivendo in quel periodo, dalla corrispondenza ai lavori preparatori per la suddetta opera di riforma del Corpus Juris.

Nello specifico, sarebbe interessante provare a svolgere un’operazione immaginativa in grado di sottolineare quanto questo rapporto epistolare mai consolidato abbia aiutato Leibniz a maturare un sistema di lettura e analisi originale, capace di armonizzare, conciliare le diverse teorie e dottrine in modo tale da promuovere un vero progresso delle scienze.

Quella di Hobbes era evidentemente una dottrina politica “nuova”, inconciliabile con la filosofia classica appresa negli anni dei suoi primi studi con Jakob Thomasius, ma il cruccio di Leibniz era proprio quello di non poterla combinare con tutte le altre dottrine politiche allora diffuse. Che senso aveva proporre un nuovo metodo di analisi della politica, se questo stesso non poteva adattarsi a tutti gli altri precedentemente avanzati? Non sarebbe stato certo utile al progresso dell’umanità! Perché in fin dei conti, qualsiasi dottrina politica – così come ogni teoria scientifica – non poteva che avere come conseguenza il miglioramento delle condizioni di vita degli uomini. Lo studio e la ricerca in genere non potevano avere altra finalità se non quella, in fin dei conti.

Peraltro questa preoccupazione conciliativa faceva evidentemente da sempre parte del corredo genetico dello stesso Leibniz, come si evince dal suo stesso resoconto delle difficoltà di conciliare i classici e i moderni, maturato in piena adolescenza nel corso di memorabili passeggiate nel boschetto di Rosenthal – oggi attrazione turistica con tanto di parco giochi, Wildpark e poste sospeso.

Appunto la domanda di Leibniz, o come direbbe Jean-Jacques Chevallier, la “sete” di Leibniz, è sempre stata indirizzata verso il tentativo di conciliazione dei pensieri e delle dottrine, ed è solamente attraverso questa “pratica” dell’armonia che è potuta sorgere in lui la celebre dottrina dell’armonia universale: in ogni discorso è necessario che vengano mantenute le diverse identità, seppur cercando di conciliarle in un unico sistema. Anche a fronte di evoluzioni scientifiche derivanti dal progresso tecnico o scientifico in sé, non è auspicabile rigettare integralmente le “verità” già stabilite, ma queste debbono essere integrate nelle “nuove verità”. La scienza è frutto dell’incremento, finalizzato all’aumento delle conoscenze.

  1. Torniamo alla prima lettera di Leibniz a Hobbes.

Come si diceva, in questa lettera pare di poter individuare i capisaldi del metodo conciliativo leibniziano: Hobbes riteneva che solamente un monolitico Leviatano avrebbe potuto placare la perversa tendenza degli uomini a vivere in uno stato di guerra di tutti contro tutti? Evidentemente non poteva che trattarsi di una supposizione, di un’ipotesi. Evidentemente il “grande Hobbes” non poteva che aver utilizzato un artificio (lo stato di natura) per suggerire una possibile causa di formazione dello Stato, ma certo non poteva trattarsi di una possibilità reale.

La generazione del potere sovrano proposta da Hobbes nel Leviatano non può che avere una natura ipotetica. Si tratta di una ricostruzione genealogica astratta, di un “come se” (allo stesso modo che, stando a quanto si legge nel Leviatano, “sovereign power ought in all commonwealths to be absolute”) a cui lo stesso Hobbes attribuisce il valore di un’ipotesi di tipo geometrico o aritmetico che, certo, dev’essere affiancata alla pratica, ma ha una natura astratta. La sovranità assoluta dello Stato è astratta, o meglio deve essere astratta, perché la sovranità assoluta è da riservare solamente a Dio. È solo in questo senso che la massima di Trasimaco può avere senso: il giusto è l’utile del più forte, cioè di Dio.

      Il fondamento del potere del Leviatano non può che essere ipotetico, come se si trattasse di un’ipotesi matematica – ed è dalla matematica, dalla fisica, o ancor meglio dalla geometria che la politica può ricavare il suo metodo, affinché attraverso ipotesi astratte possa essere sviluppato correttamente un discorso sulla statualità in grado di progredire verso il bene degli uomini ad esso sottoposti.

      La dottrina politica hobbesiana, seppure “nuova”, deve essere conciliata con le dottrine antecedenti, deve potersi coniugare ad esse in perfetta armonia – altrimenti sarebbe da scartare.

      A partire da questa constatazione Leibniz non può che svolgere una lettura “critica” di Hobbes e in genere di tutta la modernità, in “divergente accordo”, secondo i canoni di una palintropos harmonie, armonia degli opposti. L’armonia è infatti unitate plurimorum, seu diversitate identitate compensata. Non si tratta di regolarità, ma di unità degli opposti che si coniugano pur mantenendo le loro rispettive identità.

      Così per Leibniz e Hobbes, o meglio ancora, così per Hobbes e il pensiero che lo aveva preceduto.

      Tale consapevolezza – che cioè il metodo hobbesiano deve essere tenuto in considerazione pur evitando le sue estreme conseguenze politiche – stimola Leibniz a far emergere dalla divergenza degli opposti una sua propria teoria della politica, e come si provava ad avanzare poc’anzi, si tratta di una “costruzione” che nasce proprio in virtù della “pratica” dell’armonia.

      Si dovrebbe provare a riunire quanto scritto da Leibniz in quell’anno e nell’anno successivo, per comprendere meglio il ruolo fondamentale del divergente accordo con Hobbes.

  1. Una delle opere più importanti dell’epoca è costituita dagli Elementa Juris Naturalis, vero e proprio “diario di bordo” della sua maturazione. L’opera ha avuto varie stesure, e proprio nel passaggio da una redazione all’altra il progetto armonico leibniziano è giunto al suo apice, al massimo della sua tensione politica.

Com’è noto, essi sono stati scritti da Leibniz in un periodo di tempo sufficientemente lungo (un biennio circa), tale da permettergli di tornare più volte su temi e concetti di carattere politico e giuridico. E dallo studio delle sei diverse stesure si ricava un’informazione fondamentale per comprendere proprio l’evoluzione del pensiero politico e giuridico leibniziano. In particolare, attraversando le prime composizioni degli Elementa, ci si rende conto che proprio per mezzo di esse Leibniz stava cercando di risolvere il problema posto da Hobbes inserendolo in una prospettiva armonica.

E dopo vari tentativi di scrittura del testo, emerge con chiarezza il tema dell’amore e della felicità, e in particolare la definizione per cui “amamus rem cuius felicitas nobis jucunda est”, cioè si ama una cosa che (e perché) dà piacere. È proprio questo il grimaldello con il quale Leibniz riesce a superare la concezione individualistica del legame sociale. È proprio questo il passaggio nel quale si può avvertire con più forza il superamento dell’impostazione in virtù della quale Hobbes stesso aveva analizzato l’uomo e la sua vita all’interno del corpo sociale.

È evidente che nel pensiero politico hobbesiano è l’individualismo a richiedere l’istituzione della società, e tale visione antropologica non fa che innestarsi nel percorso intrapreso dal pensiero politico moderno almeno a partire da Machiavelli. Ma è altrettanto evidente che Leibniz non poteva opporre a Hobbes e ai moderni una semplicistica riedizione del pensiero politico aristotelico o della morale cristiana, dal momento che lo stesso pensiero moderno ne costituiva una sorta di refutazione. Per questo motivo si è reso necessario per Leibniz affrontare il problema del legame sociale per mezzo di strumenti nuovi, sviluppati attraverso la pratica dell’armonia degli opposti. E infatti, il passaggio dalla seconda alla quarta stesura degli Elementa Juris Naturalis è una testimonianza “documentale” della criticità insita nell’operazione di superamento di Hobbes e della filosofia dei moderni. In esso si legge chiaramente che il legame tra l’interesse egoistico del singolo e la solidarietà con il genere umano si trova nell’amore, che concilia le opposte tensioni.

  1. Armonia significa per Leibniz iniziare un ragionamento circa la conciliabilità dei termini, e quel discorso non può che concludersi con un superamento “dialettico” in grado di mantenere gli aspetti positivi di ogni dottrina, al fine di elaborare un progetto di società tendente al bene degli uomini. L’amore, quindi, che è la chiave in grado di spiegare il senso della politica e financo del diritto, è la tappa finale del divergente accordo in cui si concreta la “lettura critica” di Hobbes e di tutta la filosofia moderna. Ma, si badi: lettura critica e mai rifiuto. Se anche il pensiero politico hobbesiano può essere paragonato ad un precipizio, il vero sapiente non può rifiutarlo, non può essergli antagonista senza averlo scrutato a fondo, un po’ come accade con l’abisso di Nietzsche: parafrasando, si deve entrare con la mente nel precipizio hobbesiano per comprenderlo e adattarlo alle esigenze di progresso della civiltà. Per poi, però, ritrarsi.

Non avrebbe senso essere del tutto antagonisti di Hobbes, dal momento che è proprio grazie al superamento della filosofia classica che lo studio della politica si è dotato di un metodo fondamentale, quello delle definitiones geometriche, della computabilità o, con un termine sicuramente più apprezzato da Leibniz, della calcolabilità, con il quale anche la politica poteva vantare la sua verità e la sua autonomia. Ed è solo a partire da quella verità che la politica può ricostruire il suo fondamento metafisico, a partire dalla constatazione che il legame sociale deriva da un’individualistica ricerca della felicità, dell’amore, e in una parola del bene, tensioni costanti che conducono alla felicità comune per effetto della loro armoniosa coesistenza.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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